Tolkien: in principio era il verbo

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Interessante il “metodo” tolkieniano (un uomo, Tolkien, che fu definito dall’amico C.S.Lewis come «tiratardi e privo di metodo»): prima i nomi, poi le storie; sono i nomi che nella mente del filologo Tolkien, fanno scaturire delle storie”, sono alcune parole di Andrea Monda, l’autore di un interessantissimo articolo apparso su Ilsussidiario.net, articolo che qui provo a riassumere.

Aggiungerei anche che non sono solo i nomi, ma è il linguaggio intero che fa nascere le storie: è risaputo infatti che Tolkien elaborò le sue leggende a partire dal linguaggio elfico. Mi sento proprio di dire che, per Tolkien, in principio era il verbo nel senso più letterale che si possa intendere.

Così avvenne anche per “Lo Hobbit”: nei primi anni ’30, il professor Tolkien, correggendo un compito trovò che una pagina era stata lasciata in bianco e ci scrisse sopra: “In una caverna sotto terra viveva un Hobbit”. E questo non fu che l’inizio.

E di che parla “Lo Hobbit”? In estrema sintesi: il regno dei Nani di Erebor, la Montagna Solitaria, è distrutto dall’arrivo del drago Smaug che si impossessa del grande tesoro dei Nani, nel cuore della montagna. Dopo tanti anni un piccolo “resto” di quel popolo si riorganizza per riconquistare il regno e il tesoro e inizia la rivolta contro il drago che alla fine verrà ucciso. Tutto questo avviene grazie al provvidenziale intervento di, Bilbo Baggins, lo Hobbit. Bilbo è un pacifico abitante della pacifica Contea, patria degli Hobbit, esseri che hanno in comune con i Nani l’altezza, ma solo quella. Infatti non combattono, non accumulano tesori, non viaggiano, non fanno nulla di particolarmente “avventuroso”… sono una versione pigra, gaudente e oziosa degli uomini occidentali contemporanei, però sotto questa scorza di accidia, batte un cuore forte, tenace, capace di resistere al male forse più di ogni altro essere abitante nella Terra di Mezzo.

Dal punto di vista letterario l’irruzione degli Hobbit fu decisiva riuscendo a trovare un punto di mediazione tra le storie “alte” e le storie “basse”, dove per “storie alte” s’intendono i racconti degli Elfi che poi confluiranno nel Silmarillion, mentre con il termine “storie basse” ci si riferisce alle tante storielle-filastrocche che papà Tolkien sfornava per i suoi quattro figli in particolare negli anni della loro infanzia, dalle Avventure di Tom Bombadil a Roverandom, da Mr.Bliss alle famose Lettere di Babbo Natale. I due piani, cupo e aulico il primo, e infantile e allegro il secondo, sarebbero stati destinati a non incontrarsi mai se non fosse piombato in quel giorno d’estate quel nome magico, lo Hobbit. Sono proprio gli Hobbit, i Mezzi-Uomini, che fanno da collante tra il mondo antico e lontano del Silmarillion e quello lieto e domestico delle storielle. Sono gli Hobbit che, uscendo dalla protetta e ovattata Contea e avventurandosi nel mondo pieno di pericoli della Terra di Mezzo, conducono il lettore in un’esperienza al termine del quale ci si scopre diversi rispetto a quando si era partiti. Così accade anche nello struggente finale de Lo Hobbit in cui il morente re Thorin, felice per aver riconquistato il suo regno, ringrazia Bilbo con queste parole: «in te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto. Ma triste o lieto ora debbo lasciarlo. Addio!». In due righe è concentrata una delle “morali” di tutta l’opera tolkieniana: il mondo può ri-diventare “cortese” e lieto, se solo si facesse spazio a quelle risorse di coraggio e saggezza che esistono nel profondo del cuore dell’uomo e che gli uomini umani tirano fuori spesso solo nei momenti estremi.

I piccoli, umili e tenaci Hobbit sono forse i più grandi personaggi letterari del ‘900, la vera risposta al cupo secolo che ci siamo lasciati alle spalle, perché i più capaci a risollevare l’antica virtù della speranza.

Ecco l’articolo completo tratto da Ilsussidiario.net

 

Milanese da più generazioni, è ammalato di fantasy dalla tenera età di otto anni, quando si accostò a Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien. Ora sta concludendo la laurea specialistica in Bocconi, ma rimane sempre appassionato di giochi di ruolo e wargames. Si diletta col krav maga.