Torna The Wall, rock per giovani

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LONDRA — Ammette serenamente di non ascoltare musica leggera, dice Lady Gaga come se fosse una parolaccia, tesse l’elogio di Puccini, si è rassegnato a comprare un cellulare due anni fa ma non ha mai fatto un sms, dice che «i videogiochi spappolano il cervello» e i ragazzi di oggi lo preoccupano, e adesso che vive a New York da un decennio la cosa che più lo impressiona «è tutta quella gente con gli auricolari dell’iPod o del telefonino che gli pendono dalle orecchie: tutti a ascoltare Lady Gaga o cose del genere, tutti potenzialmente pronti a farsi riversare propaganda, o pubblicità, nel cervello».

Roger Waters, classe 1943, al contrario di quasi tutti gli altri veterani del rock suoi coetanei (e anche di tanti colleghi più giovani, vedi il cinquantenne Ligabue) non si tinge i capelli, non si veste da pirata come Keith Richards, non va alle feste di moda, parla a bassa voce, beve acqua non gasata (unico tocco ribelle: tracanna direttamente dalla bottiglietta) e non si vergogna di chiedere all’interlocutore di alzare leggermente la voce «perché sono un po’ sordo». Se non fosse per il Rolex al polso, sarebbe anche vestito in modo anonimo: jeans e giacca nera, mocassini.

Ma non ha perso la grinta da «arrabbiato» dei Pink Floyd, di cui fu bassista e leader carismatico: dice senza astio ma anche senza reticenze che «non ho più il numero di telefono di David Gilmour: parliamo di lavoro tramite i nostri manager, al massimo ci siamo scambiati un paio di email in questi ultimi cinque anni. Mi piacerebbe tornare a suonare con lui, come capitò per beneficenza al Live 8 di Bob Geldof nel 2005, ma non vuole». Anche se di reunion proprio non se ne parla, Waters è tornato. Per quello che potrebbe essere il suo tour finale, l’ultimo urrà di una carriera straordinaria («Quando sarà finito avrò 70 anni: uno non può suonare per sempre»). Waters sta per tornare on the road con lo storico concerto-kolossal di «The Wall», la sua opera più personale e sconvolgente, apologo pacifista sulle tante prigionie che ci tormentano. Inciso nel ’78, uscito nel ’79, fece scaturire nel 1980-81 un memorabile tour. Il disco suonato per intero in concerto come un’opera, lo show tra muri che crollavano, pupazzoni gonfiabili e proiezioni da incubo (allora fece tappa in Stati Uniti, Regno Unito e Germania). Negli anni 80 gli chiesero quando l’avrebbe riportato in scena e lui ridendo disse «appena cadrà il Muro di Berlino». Che cadde poco dopo, e Waters festeggiò con il concerto benefico dell’estate del ’90 su quelle macerie.

Quest’estate riecco «The Wall», in edizione riveduta e corretta a alto tasso di tecnologia («Non bisogna temerla, è uno strumento: adesso digitale e laser sostituiscono la vecchia pellicola e lo show sarà molto più coinvolgente») con esordio in Nordamerica e successivo sbarco in Europa nel 2011. Debutterà nel vecchio continente il 21/3/2011 a Lisbona, con passaggio in Italia in due date, 1 e 2 aprile 2011, sempre al Mediolanum Forum di Milano (biglietti in vendita con larghissimo anticipo dal 3 giugno di quest’anno sul circuito Ticket One).

Waters non si stupisce che la sua musica piaccia ai ragazzi: «L’età media al mio tour di The Dark Side of the Moon, due anni fa, era di 25 anni». «The Wall» sarà proprio come se lo aspettano i puristi, «per me la musica va eseguita come è stata pensata, dico sempre a chi suona con me “fai quel che faceva Gilmour”, sono contro le continue reinvenzioni dei vecchi successi stile Grateful Dead, meglio il rigore dei Berliner Philharmoniker». E anche se la vecchia anima progressista c’è ancora («La sinistra che ha fatto tanto per il mio Paese ora è omologata») Waters crede ancora alla rivoluzione. «Ascolto Franco Corelli cantare in Tosca e sento che quella voce mi cambia nel profondo: è una piccola rivoluzione, una piccola onda che increspa lo stagno. Per la rivoluzione vera ci vorranno un altro Bob Dylan e un altro John Lennon».

È sempre pacifista — «The Wall» è un apologo contro «l’odio che ci viene insegnato fin da bambini, nessuno nasce razzista o antisemita» — eppure lo è con tanti se e ma. Suo padre morì nella seconda guerra mondiale, «una guerra giusta: quelle di oggi non lo sono. Dopo tutti questi anni, le persone che sento più vicine sono quelle che hanno perso qualcuno in guerra: voglio che spediscano al mio sito le foto dei loro cari. Le userò nello spettacolo per una videoproiezione: ci sarà anche la foto di mio padre».

Articolo tratto da Corriere.it

 

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