Tra paura e verità scegliamo la meraviglia!

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Lei lo guarda allarmata scuotendo il capo, lui socchiude gli occhi e le dice di lasciargli spiegare come sono andate le cose. Un commissario, seduto in poltrona davanti a loro, giunge le mani con fare professionale e dice all’uomo “Continui pure”.
Succede sempre nei film, quando la trama scorre e si avvia al finale, srotolandosi come un tappeto davanti ai nostri occhi increduli. Tutti i misteri si sciolgono: se si tratta di un poliziesco, il colpevole confessa; se è una fiction, qualcuno convola a nozze; se è una telenovela, i piani degli antagonisti falliscono lasciando posto a un lieto fine. Lo chiamano il momento della verità. È una curiosa espressione cinematografica, perché la verità, anche in un modo di dire, dura sempre un momento.
Mai sentiti “il mese della verità” o “l’anno della verità” o addirittura il secolo!

Basta solo un istante, e tutto poi torna come prima; un tergicristallo che percorre il parabrezza una sola volta, e dopo la pioggia continua a battere di nuovo sul vetro, rendendo vano ogni precedente sforzo. Perché lasciamo che la sincerità abbia i minuti contati? Cosa rischiamo ad essere veri?

Tra noi giovani impazza la paura di aver paura. Sarà anche questa moda, tendenza, o sarà cruda, crudele realtà; nel nostro immaginario collettivo la paura non è che un enorme buco nero che ci aspira e noi che vorremmo gridare, non gridiamo. Accade perché il suono non si propaga nel vuoto, ce lo ha detto oggi il prof. E noi che fluttuiamo in mezzo al vuoto, siamo giovani afoni, mendicanti di parole. Basta distrarsi per non far caso alle paure. “Canta che ti passa!”, diceva mia nonna a mio papà, e lui cantava, il vuoto fuggiva via. Lo schianto era stato mancato, non ci si pensava più. Tutto era un po’ come nella favola della cicala e la formica; lì, la cicala, oltre che cantare, suonava persino. E l’estate per lei passava veloce, anche se poi l’inverno, il vuoto, il buco nero, in ritardo solo di qualche mese, sopraggiungevano lo stesso.

Ora, però, i tempi sono cambiati. E allora mi viene da pensare che la sostituta della cicala sia ora la piccola e famosa Alice della Walt Disney, immortalata mentre sorseggia una curiosa bevanda per accedere nel Paese delle Meraviglie. E noi giovani che come lei sorseggiamo e beviamo tante diverse e coloratissime “pozioni”, che meraviglie speriamo di trovare in questo nostro immaginario Paese? Magari diremmo più verità scomode, perché la verità, almeno nel mondo reale, è scomoda come un vestito che non mettiamo da tempo e che non ci è mai piaciuto indossare.

Immaginiamo, invece, un universo parallelo in cui questo abito ci calzi a pennello, in cui ci stia talmente bene che non ci concediamo mai di uscirne senza. Supponiamo un mondo in cui qualcuno ci chieda un parere sincero e noi glielo diamo anche se negativo; uno in cui diciamo che sì, la pasta è scotta, ma va bene lo stesso; un mondo in cui non facciamo gli equilibristi tra quello che possediamo e quello che vorremmo, ma abbiamo il coraggio di scegliere e di rischiare. Non sarà forse che, a furia di cantare, ballare, bere, mangiare, abbiamo dimenticato che la vita è fatta anche di antidoti più efficaci che siamo noi, i nostri pensieri? E di fronte alla paura, sono loro stessi a parlare. “Un buco nero? Cosa vuoi che sia! Guardati intorno” ci dicono, “attorno a te c’è l’Universo”. E la paura di aver paura diventa amare al punto giusto. Il vuoto da afono è diventato idea. Ed il buco nero è diventato Paese, è diventato Meraviglia, è diventato scoperta.

Immaginiamo un mondo sincero, lasciamo che ci risulti migliore di quello che abbiamo, e cerchiamo di adattare il nostro a questo modello raggiungibile solo con un po’ di impegno. Innamoriamoci della verità e scegliamola sempre, anche quando sembra sconveniente. “L’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che col cuore”; per quanto Piccolo, sono pur sempre parole di un Principe. Ed è risaputo: impossibile diffidare di Sua Maestà!

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.