Tre lezioni che l’Erasmus mi ha insegnato

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Trascorrere un periodo di studio all’estero è una prassi sempre più comune per i giovani studenti italiani, ma cosa significa veramente?

Per tutti quelli che incontrano questa parola per la prima volta, Erasmus è un ingegnoso acronimo per European Region Action Scheme for the Mobility of University Students, ispirato al noto umanista Erasmo da Rotterdam. Si tratta di un programma di mobilità studentesca, che permette agli allievi delle università europee di trascorrere un periodo di studio all’estero, dai 3 ai 12 mesi. L’Erasmus è nato ufficialmente nel 1987, da un’idea della pedagogista italiana Sofia Corradi (che non a caso si è guadagnata il soprannome di ‘Mamma Erasmus’). Dunque, se la matematica non ci inganna, quest’anno si festeggiano i 30 anni di un progetto che ha messo in relazione migliaia e migliaia di giovani europei.

Parlare dell’Erasmus in generale non è facile. Il rischio è sempre quello di cadere nei soliti, per quanto calzanti, luoghi comuni. Tanto vale ricordarli fin da subito e toglierci il pensiero. L’Erasmus spalanca i tuoi orizzonti, ti permette di padroneggiare una nuova lingua, offre maggiori opportunità lavorative, ti mette in contatto con studenti, idee e culture provenienti da tutto il mondo. Tutto vero e tutto fin troppo bello, o no? Ho trascorso gli ultimi cinque mesi della mia vita in Erasmus a Dublino, nel cuore della verde Irlanda. Dal mio punto di vista, l’Erasmus è una sfida. Oggi, vorrei provare a raccontarvi tre lezioni che ho imparato da questa sfida: la dimensione europea, il ruolo dell’università, il valore dell’amicizia.

Negli ultimi tempi si parla molto di Europa. La Brexit, le elezioni francesi, la crescita esponenziale dei populismi, le esigenti politiche economiche di Bruxelles, tutto alimenta il dibattito sul futuro dell’Unione. In passato, io stesso ho scritto riguardo l’identità europea, perchè questo sogno non finisse con il voto dei britannici. Tuttavia, soltanto grazie all’Erasmus ho potuto fare realmente esperienza della dimensione europea e del suo significato. I miei compagni, qui a Dublino, sono studenti spagnoli, austriaci, francesi e, ovviamente, irlandesi. Abbiamo una lingua comune, l’inglese, che appiana ogni differenza e ci mette in relazione. Abbiamo interessi comuni, condividiamo le stesse passioni, guardiamo l’attualità allo stesso modo. Insomma, al di là di tutte le prolusioni enfatiche e i panegirici d’amore, per me l’Europa si è realizzata davanti ad una Guinness in un pub di Dublino. Al di là dell’economia e delle chiacchiere politiche, non possiamo e non dobbiamo perdere di vista la dimensione umana. Europa è quando due o più persone si incontrano, condividono idee e valori. Europa è una relazione.

Non so voi, ma l’Università mi ha sinceramente un poco deluso. Non ho percepito il salto di qualità rispetto alle superiori. Un luogo di solo studio, un luogo dove i docenti, se possibile, sono ancora più distanti dai loro alunni. Un luogo troppo spesso puramente passivo, dove imparare a memoria nozioni sviluppate da altri. Il modello anglosassone mi ha offerto una prospettiva completamente nuova. L’Università è il luogo del protagonismo, dell’aggregazione, della formazione, della crescita. Le nozioni non vengono trasmesse passivamente, bensì allo studente vengono messi a disposizione gli strumenti per ricavarle da sè. Alle lezioni vengono preferiti l’approfondimento a tu per tu con il docente e la ricerca personale. Ma al di là di ciò, l’Università è un luogo da vivere, grazie a centinaia di societies e sport clubs. Questi ultimi sono squadre di ogni sport immaginabile (persino il Frisbee), le prime invece sono paragonabili alle nostre ‘associazioni’. Gruppi di studenti che si ritrovano settimanalmente: dalla Philosophical alla Hiking society, dalla Afro-caribbean alla International Affairs society. Insomma, la vita all’interno del campus è assolutamente frizzante e stimolante, con centinaia di eventi (culturali e non) ogni settimana. Ci sono ritrovi religiosi, convegni, partite di rugby, manifestazioni politiche, pubs, giardini, musei, palestre, un teatro e una piscina. Tutto nel campus. L’Università va davvero oltre il semplice studio. E’ una seconda casa, il luogo dove crescere e maturare, nello sport, nella vita, nelle amicizie.

Le amicizie, appunto. Cambiare città per cinque mesi significa prima di tutto azzerare ogni relazione e ricominciare da capo. Certo, ci sono Skype, Whatsapp, Facebook e chi più ne ha più ne metta, ma nulla può sostituire il contatto diretto. E una volta all’estero, non c’è famiglia e non ci sono amici, si è soli con se stessi. All’inizio è dura, verrebbe voglia di tornare indietro dopo qualche settimana. Solo allora ti rendi conto di quanto sia difficile coltivare un’amicizia, farla crescere oltre la superficie delle circostanze, andare in profondità. Ci vuole il coraggio di scoprire se stessi a poco a poco e accogliere l’altro a poco a poco. Secondo molti, qui sta la bellezza di allontanarsi da casa per un poco: non aver paura di scoprirsi, perchè nessuno potrà mai avere pregiudizi sul tuo conto. Questa è, forse, la grande lezione dell’Erasmus: essere sinceri con se stessi, lontano da ogni preconcetto. Essere se stessi e tornare rigenerati. Giovani universitari, andate in Erasmus, se ne avete occasione.

Alvise Renier

Perdutamente affascinato dalla domanda che il pastore errante dell'Asia non riesce a trattenere di fronte al cielo stellato: “Che fai tu Luna in ciel?”. E’ lo stupore il sale della vita! Amante della realtà in tutte le sue sfaccettature: continuamente teso alla ricerca della meraviglia e dell'infinito. Acerrimo nemico dell’indifferenza e terribilmente curioso, assetato di conoscenza, inguaribile ottimista. Scrivo per andare oltre, al cuore della realtà.