Tre manifesti a Ebbing, Missouri

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Una commedia noir, violenza al limite dell’ironia e qua e là squarci di luce.

Un’auto percorre una strada in mezzo ai campi, nella periferia di un piccolo villaggio del Missouri. In mezzo al verde tre grandi cartelloni pubblicitari, fatiscenti, da tempo sono muti. Ma sono stati, sembra, testimoni di un’aggressione e di una morte, che per tutta la durata del film non vedremo mai, eppure aleggia nelle note di Last rose of Summer, lo struggente canto tradizionale irlandese che ci introduce in Tre manifesti a Ebbing, MissouriNon ti lascerò, tu solitaria! / per meditare nostalgia sullo stelo; / poiché le amate dormono, / vai, dormi tu con loro.

La brutale violenza subita dalla figlia Angela e il suo omicidio ancora impunito sono una spina nel cuore di Mildred Hayes, una donna dal volto scavato e dalla volontà e il carattere mascolino. Spina avvelenata dal fatto che la polizia della piccola comunità di Ebbing, Missouri, sembra aver archiviato il caso per la difficoltà di trovare prove e sospettati. Così, per smuovere le acque, Mildred noleggia per un anno tre enormi manifesti pubblicitari per chiedere giustizia. Vi fa scrivere tre frasi lapidarie, un appello alla coscienza dello sceriffo e della comunità. E le acque si smuovono, oh se si smuovono. Si scatena un’ondata di gesti violenti, azioni e reazioni che si intrecciano in una storia piuttosto incredibile. Ci sono madri di famiglia che prendono a parolacce i figli (e figli che rispondono per le rime…), poliziotti che se ne fregano della giustizia e sfruttano la divisa per commettere ingiustizie e soprusi, gesti eclatanti compiuti con un sangue freddo e una lucidità ai limiti della psicopatia. McDonagh crea protagonisti interessanti, splendidamente interpretati dagli attori che li incarnano: Mildred (Frances McDormand), lo sceriffo Willoughby (Woody Harrelson) e l’agente Dixon (Sam Rockwell). Duri ma sensibili, determinati ma fragili, aggressivi e miti, miserabili e grandi. E anche i personaggi secondari sono curati, come Red (il giovane titolare dell’agenzia che possiede i tre manifesti, omosessuale vittima di soprusi), la madre di Dixon (donnona pittoresca) o il bizzarro pretendente di Mildred, il nano James interpretato da Peter Dinklage (il Tyron ben conosciuto dal pubblico del Trono di spade).

Ebbing, Missouri ricorda un po’ il paese per vecchi di McCarthy e dei fratelli Coen o il cielo dei violenti di Flannery O’Connor. Non sarà un caso che quando all’inizio del film Mildred irrompe nell’ufficio di Red per affittare gli spazi pubblicitari lo trova a leggere proprio un romanzo della scrittrice georgiana. La violenza è plateale, sfacciata, sanguinaria. I personaggi sono ruvidi e sopra le righe. Eppure qua e là ci sono squarci di redenzione, che giungono inattesi e illuminano il buio. Fino alla scena finale, che lascia aperto uno spiraglio alla possibilità che il sangue e la vendetta non abbiano l’ultima parola.

O piace o disgusta, Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Come può piacere o disgustare un film di Quentin Tarantino, o un racconto della O’Connor. Piacerà a chi ama le trame piuttosto lineari, i personaggi ricchi di complessità, la violenza ostentata ed esagerata al limite dell’ironia, la volgarità che si fa genere. Disgusterà, invece, chi ama i film con una morale, bene e male ben distinti, il bene che vince e il male che viene sconfitto, i generi tradizionali (non è un caso che i tanti siti che lo hanno recensito i Tre manifesti, per lo più positivamente, hanno difficoltà a definirlo in un genere unico: c’è chi lo chiama thriller come mymovies, chi commedia noir come filmup, altri, come badtaste, invocano il western con le sue main roads e i piccoli paesi in cui tutti sanno tutto, i poliziotti sono sceriffi e le scazzottate avvengono nei pub/saloon).

Il botteghino italiano non lo ha premiato (nel nostro paese ha incassato ‘solo’ 2,5 milioni, contro gli oltre 35 negli USA), forse perché non è proprio uno spettacolo ‘per famiglie’. Ma Tre manifesti a Ebbing, Missouri è piaciuto molto alla critica e ha già fatto incetta di premi, alla 74a Mostra del cinema di Venezia e ai Golden globe (ne ha vinti quattro). Adesso ha sette candidature per gli Oscar. Tutto meritato.

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.