Tredici: le differenze tra il libro e la serie

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Pubblicato nel 2007 come thriller psicologico, il libro Tredici è molto diverso dall’omonima serie televisiva in onda su Netflix. Meno approfondito, meno esagerato, meno problematico.

In principio era un libro…

Pubblicato nel 2007 in America, nel 2008 in Italia, Tredici, prima di essere acquistato e prodotto come serie televisiva da Netflix, era un romanzo, un thriller psicologico per l’esattezza. Ma visto che della serie ha già parlato Sabrina in questo articolo, vediamo quali sono le differenze col libro. E ce ne sono, credetemi.

La macro-storia è la stessa, Clay Jensen trova un pacco con sette cassette, registrate da ambo i lati, ogni lato dedicato a una persona, o meglio a una ragione del suicidio di Hannah Baker. Nel libro, la voce registrata di Hannah si alterna ai pensieri di Clay in un affannoso dialogo post-mortem, a volte straziante, a volte inquietante. Ma le grandi differenze tra libro e serie sono due.

La prima, l’approfondimento dei personaggi. Nel libro i carnefici vengono tirati in causa per un capitolo, due al massimo, ma il focus rimane Clay e il suo dialogo indiretto con Hannah. Per quanto la storia tocchi temi e problematiche attuali, per quanto sia vero che certe persone fanno del male per il gusto di fare del male, nei romanzi è sempre bene disegnare dei personaggi a tutto tondo, che non siano semplicemente “brutti e cattivi”, ma abbiano dei fantasmi, dei problemi, delle ossessioni che li portano a comportarsi male. Nel libro tutto questo non c’è, nella serie sì. Nella serie vediamo i cattivi in azione anche nel presente, vediamo come gestiscono l’arrivo delle cassette, le indagini e l’interrogatorio (altra cosa assente nel libro), li vediamo discutere, andare in crisi, crescere. È interessante, inoltre, vedere come gli autori della serie abbiano cercato di dare delle attenuanti ai cattivi, cosa molto umana. Sono cattivi perché hanno dei genitori assenti, delle famiglie disfunzionali, troppa pressione addosso, troppi segreti di cui si vergognano. E così noi, pur non condividendo le loro azioni, li capiamo un po’ di più.

Altri grandi assenti nel libro sono i genitori di Hannah. Come hanno reagito, mi chiedevo mentre leggevo, cosa hanno fatto? Non hanno indagato, cercato di capire? Per questo ho trovato ottima la scelta di rendere più attiva la madre di Hannah, che cerca ed esige delle risposte, e di dare un volto a questi genitori, simpatici e affettuosi, che hanno dovuto fronteggiare una tragedia devastante, per colpa di altri. E se nell’aria aleggia la solita domanda – possibile che non si fossero accorti di niente? – la risposta è subito detta: sì, possibile, perché nel mondo di oggi siamo diventati bravi a nasconderci dietro sorrisi artificiali, a tenerci dentro il dolore per non riversarlo sulle persone che amiamo.

La seconda differenza riguarda i singoli episodi di bullismo, più modesti nel libro, gonfiati nella serie. Per non spoilerare troppo a chi non avesse ancora visto né letto Tredici, mi limito a dire che un massaggio nel libro diventa un bacio nella serie, un bacio nel libro diventa un rapporto sessuale nella serie, una molestia sessuale nel libro diventa un vero e proprio stupro nella serie. Ma sono le regole della televisione, in un momento di grande competizione sul mercato bisogna scioccare, ingigantire, esagerare. Poco importa se poi questi prodotti audiovisivi possano generare un effetto emulazione, quello è un problema dei genitori, degli psicologi, degli educatori, no? Ma teniamo a bada la verve polemica e rimaniamo concentrati sul libro.

L’ultima curiosità che volevo riportarvi è un fatto che ha sbalordito anche me: nel manoscritto inedito di Jay Asher il finale era diverso, Hannah si salva. Alla fine, dopo che Clay ha ascoltato tutte le cassette, dopo che si è reso conto di quanto possano fare male tanti piccoli episodi messi uno dietro l’altro, scopre che Hannah è in ospedale e che sono riusciti a salvarla. Poi, però, l’editor ha precisato che “il suicidio è qualcosa di permanente ed è questa la sensazione che deve dare”, “per rispetto” a chi compie quel gesto. La nota di speranza e di cambiamento nel finale viene da Clay, per Hannah è troppo tardi.

Concludiamo ricordando che nel libro Hannah si suicida ingerendo una manciata di pillole, mentre nella serie si taglia le vene nella vasca da bagno. Perché questo cambiamento? Perché la scena della vasca risulta più diretta, più reale, più “pugno dello stomaco”? Perché Hannah è l’eroina romantica che vede il suicidio come estrema liberazione dai vincoli terreni? Ancora una volta siamo davanti alla scelta di colpire, di esagerare, senza preoccuparsi delle conseguenze che una scena del genere può avere sui ragazzi; ma a questo proposito si sono già pronunciati numerosi psicologi ed educatori, che deplorano le scelte fatte da Netflix in merito al tema del suicidio. Diciamo solo che Hannah non è un’eroina, ma una vittima, e che la sua storia è piena di eroi mancati, che avrebbero potuto salvarla, che avrebbero potuto aiutarla, e invece sono rimasti concentrati sul proprio ombelico.

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".