TREGUArdarsi negli occhi: è Natale

10

Rimbombano i cannoni nel silenzio della neve. Gelo di corpi e di anime, lì nella trincea. Poi un sussurro nel vuoto dell’inimicizia: è un soldato che inizia a cantare Stille Nacht, la sua Silent Night tedesca, e s’alza un coro di voci nostalgiche di casa. Piacevole sorpresa il sentire una strana eco, oltre i fossati innevati: ecco gli inglesi, i nemici inglesi, intonare nella loro lingua quelle parole sempre uguali, quei sentimenti identicamente puri. Uno di loro (ma che fa?) solleva le braccia oltre il filo spinato (sta’ attento, quelli hanno i fucili, attento) con felice arrendevolezza (non farlo, ti prego, t’uccideranno): dopotutto, pensa, è Natale.

Natale.

La traduzione inglese e tedesca di questa parola bussa alle orecchie foderate di odio. E stupisce. E fa solcare i confini. E quegli uomini attraversano i propri, s’abbracciano, si fotografano insieme, si scambiano doni, giocano una partita a pallone, ridono- e il gelo smette di gelare- di cuore, per la prima volta dopo troppo tempo.

Si tratta non soltanto dell’idillio mostrato nell’ormai famoso spot pubblicitario della catena di supermercati inglesi Sainsbury, ma di una scena realmente avvenuta: la tregua del 25 dicembre 1914.

La ditta ha ricevuto, oltre a commossi applausi, un’ampia disapprovazione, avendo essa sfruttato a scopi commerciali l’unicità di un momento magico nel suo contesto di orrore; avendo dimenticato il vero finale di quella storia, il reale seguito della Storia: il mattatoio della Guerra Mondiale, la terra impazzita che si prende a pugni da sola.

E intanto il video resta, trapezista sul filo teso tra il bigottismo natalizio, che ci copre della bianca dolcezza dello zucchero a velo, e la seria riflessione sul trionfo della pace, la quale s’accontenta di qualche breve sipario -tre minuti di video o altri brandelli nell’immensità del tempo- per dimostrare la sua esistenza.

Rimaniamo spiazzati, tra adorazione e critica, davanti al computer e alla vita in sé.

Il più grande sogno che ci avvolge è quello del fermo immagine: che il tempo si immobilizzi, una buona volta, che la storia s’arresti per sempre e per davvero a quel bianco momento in cui ci destiamo (ma che facciamo?) e muoviamo un passo verso gli altri (attenzione, quelli sono diversi da noi…) e col cuore in fiamme (…e potrebbero ferirci) pensiamo che dopotutto ne vale la pena.

Urlano, quei soldati di un secolo fa, che il compleanno di Gesù non è l’unica sveglia interiore che ci permetta d’alzarci dalla nostra pigrizia giornaliera, lo gridano perché ogni istante di nuova felicità ha ricordato loro quanto valessero tutti quelli perduti dietro all’astio immotivato e sterile.

Sbraitano contro la nostra sorda quotidianità che è ora di alzarci dalle trincee, di levarci sui fili spinati che s’impigliano al cuore e lo feriscono. Lo dicono a ciascuno di noi e al pianeta, alla “serva Italia” del “cupolone mafioso” e del buio pesto politico, all’America che soffoca incurante il supplichevole Can’t breathe, agli orrori jihadisti, alla giustizia in ogni dove sotterrata e dimenticata, alla pattumiera morale dei giorni nostri e di quelli più antichi, di altri: rinasci!

Come il Cristo che ogni anno non si stufa degli uomini. Come chi ogni giorno trova al mondo una ragione per svolazzare con ali di fenice sulle sue ceneri. E se questi decori luccicanti, questi Babbo Natale che salgono e scendono le scale (per prendere cosa? per andar dove?) non corrispondono al tuo passo oltre la trincea, smonta tutto, per carità, torna al triste fosso dell’ostilità senza indossare il costume di chi è già oltre, a giocare sulla neve insieme all’estraneo, al nuovo, alla gioia pura e immacolata.

Ma non esser triste: il Natale perdona ed accoglie. Puoi sempre tornare indietro, Terra, puoi ancora voltarti e giocare la tua partita a pallone con la Bellezza.

Hai ancora la tua occasione di (tre)guardarla negli occhi.

Sabrina Sapienza

Scrittrice nel tempo-libro, a tempo perso, nel tempo disperso, nottetempo, in tutti i tempi dell'indicativo, in tempi di gloria, ai tempi del colera e delle mele, ma senza disdegnare l'altra frutta che tinge d'incanto i mercatini del bello e del vero; scrittrice, ad ogni modo, a modo mio.