Troppo poco

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E’ facile.
Il piatto è pieno, posizionato perfettamente di fronte a me sul tavolo. Il cibo già sbircia nello stomaco, Fame mi strega la mente col suo canto ininterrotto.
Non è facile.
Io sono troppo vicina al piatto troppo pieno. «Evita!» mi persuade Bilancia. «Ha ragione!» incalza Specchio.
Evita di incontrare le loro iridi che aspettano le tue mani afferrare la forchetta.
Evita il sale, l’olio e già che ci sei anche tutto il resto.
Evita i pezzi troppo grossi, se proprio devi mangiare.
La mia routine inizia quando tutti assaporano il primo boccone: come loro, prendo il mio e un attimo prima che il cibo possa attentare al mio stomaco inizio un discorso che poi divincola in complimenti sulle pietanze, sui vestiti e sulla mia ottima interrogazione di oggi. Faccio finta di rubare qualche carota dalla porzione di mio fratello e sposto tutto in un piatto già sporco. Ho finito. Anche oggi il terribile rito del pranzo si è consumato e ho ingoiato solo metà polpetta in tre momenti diversi.
Lo scrivo sul diario, ho le dita troppo stanche per svuotarmi adesso.

Sono nata in un giorno sibillino di Aprile, sono passati cinque mesi e quindici anni. «Era una giornata bella quasi quanto te»  mi ha ripetuto almeno un milione di volte la nonna. Qualche ora dopo mi hanno affibbiato un nome che è un marchio: Allegra. Il medico ha valutato le mie condizioni come ottimali. E’ forse stato l’unico momento in cui avrei potuto affermare di stare bene. Ma al contrario di tante vicende drammatiche che hanno dato sfogo al disagio di tante persone simili a me, la mia non ha particolari presupposti. Solamente che mi sono sbrigata a crescere, a cinque mesi e mezzo parlavo già speditamente e a nove correvo più veloce di mio fratello che si divertiva a farmi venire il fiato corto girando ininterrottamente intorno al tavolo della cucina, dall’alto dei suoi tre anni. Sono andata all’asilo a un anno e mezzo, a tre ho letto il mio primo libro e a quattro i miei hanno scoperto che avevo un Q.I. più alto del normale: il mio elettroencefalogramma era un reticolo confuso di curve che indirettamente spiegavano che io ero una bambina dotata.

Oggi sono solo stanca e parecchio impaurita. Non mi sento quasi mai all’altezza di far fronte alle cose che mi si pongono davanti. Vorrei solamente che smettessero di farmi brillare come rugiada sul verde della realtà e considerarmi quello che sono: una goccia solitaria dell’oceano di qualche mondo.

Ho cominciato a litigare con Specchio e Bilancia qualche mese fa, quando oltre che poco all’altezza ho cominciato anche a sentirmi poco bella, poco magra, poco stabile. Troppo poco. Poco dentro questa realtà che mi chiede di uscire dal mio cantuccio e mettermi alla prova, così come sono. E io non sono abbastanza.
Ogni volta che ci penso, come adesso, mi dirigo nell’unico posto in cui posso essere regina, elimino ogni fonte di luce e apro l’acqua del lavandino. Così non posso guardarmi allo specchio, così non posso e non possono sentirmi. Due dita in gola e vomito, anche adesso, fino a che una nebbiolina crudele mi annebbia la vista, fino a che non ho più liquidi, fino al punto di crollare e non avere più neanche la forza per scappare.

Ma stavolta è diverso, ero sicura di aver chiuso la porta a chiave eppure entra mio fratello: mi strattona, mi urla contro ma non riesco neanche a tenere gli occhi aperti per guardarlo. Sono stanca.
Si lascia cadere contro il muro trascinandomi con lui, le nostre mani strette come non sono state mai. Mi dice che mi aiuta, me lo promette, che non mi lascia sola. Non gli interessa cosa mi stia accadendo, vuole solo che non accada. E io vorrei solo che se ne fosse accorto prima. I suoi occhi mi dicono che non è troppo tardi, che posso provare ad essere abbastanza e anche troppo.

Scrivo sul diario quello che è successo, e scrivo Grazie a mio fratello e a tutte le persone che hanno salvato tante me. Perché farlo non è facile, non è difficile: si deve fare.

Articolo scritto da Rossella Chirico

Cogitoetvolo