Tsum!

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L’eco dell’ ultima battuta percorre il pubblico, lo accende, squarcia l’aria. Affannosi, febbricitanti, i battiti inondano con la presunzione di un’onda anomala i nervi dal petto alle caviglie; tremo.

Spalanco la bocca, non per parlare, è chiaro, non ci riuscirei, ma per immagazzinare tutta l’aria che riesco a sottrarre ai miei compagni che, insieme a me, hanno solo questo in corpo, da qualche ora a questa parte. Respiriamo ognuno le emozioni dell’altro, le bolle d’ossigeno sembrano prendere il colore dell’attesa, della fatica, della paura, delle voci spezzate, dell’ oblio di chi ha già finito.

Mi alzo; non mi riesce di chiamare a rapporto le gambe. Le braccia, sono ancora attaccate? Lo stomaco, be’, l’ho dovuto anestetizzare con un mezzo bicchiere di succo di limone. E la testa? Non c’è più da qualche mese: mi aspetta in scena. E’ il mio turno. Sì, è proprio il mio turno. Tum, tum, tum, tum, tum, tum: chissà se il pubblico si accorge dell’incertezza dei miei passi. Lascio le quinte, un lieve fascio di luce m’investe; ecco, la trovo e mi fermo in corrispondenza della crocetta di scotch che io stesso ho appiccicato al legno del palco, pregno dell’ esperienza di artisti che si susseguono e che, prima e dopo di me, riempirono e riempiranno le frange di un sipario sempre aperto, le tele nere che dividono la vita recitata del mondo, da quella eterna, reale del palco. Artisti che, più o meno consenzienti, hanno venduto l’anima a Medea come a Giasone, a Romeo come a Giulietta.

Tsum! Si aprono le luci, vibra il palco, sento il pubblico. E lo vedo. Vai! Aspettano te! Fatti forza! Respira! Parla!… Parlo. Non capisco nulla, ma anche questa volta l’eco percorre i posti a sedere, desta i cuori, mi dice: “Continua!”. Continuo, capisco un po’ di più, provo a muovermi, alzo la voce, poi la abbasso, aguzzo l’ udito e sento consensi; mi piace. Continuo, ormai sono caldo, gioco con le parole, invento nuovi gesti; mi diverto. Continuo: adesso sono giocoso, adesso sono commosso e poi serio e poi sorpreso. Vengono fuori i colori della vita, i ricordi, le sensazioni, un’energia straordinaria che, con la dirompenza di un big bang acceca e trapassa le barriere della più buia inibizione. Ma con la stessa rapidità si esaurisce.
Ho consumato anche l’ultima, emozionante, spettacolare e già rimpianta battuta. Il fiato sospeso, gli occhi spalancati: gli applausi. Già fatto? Mesi di prove, risa e momenti di sconforto davanti a copioni pieni di cancellature e scritte incomprensibili tracciate dai compagni di corso o da te stesso, stanco morto a causa, o meglio, grazie a quell’ ultima battuta che proprio non riuscivi ad imparare. Ricordi sospesi, ogni tipo di ricordi, chiamati tutti in causa, ad uno ad uno, per rendere la recitazione vita.

Ma quell’applauso è tutto per noi! Be’, siamo al termine. Per fortuna che ho presentato l’iscrizione a quel corso: un nuovo spettacolo, sì. Ma d’altronde, se questa sera sono stato qui per caso, altre volte ci sarò per necessità: dopo la prima dose, le altre saranno ancora più forti, frequenti, emozionanti. Ma la mia è una droga diversa: si chiama adrenalina.

Cogitoetvolo