Tusitala

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1° classificato del concorso Una storia per la vita

All’ora del tè, quando i miei genitori discorrevano in salotto di fronte alle tazze ancora fumanti, salivo di premura in camera mia, trascinavo la sedia sotto la finestra, vi montavo sopra e guardavo attraverso i vetri i bambini del vicinato rincorrersi per la Heriot Row, mentre il vento sollevava le foglie e la polvere in piccoli vortici fruscianti. Udivo le loro risate argentine sfumare nell’inquieta aria d’autunno. Spesso mi convincevo di essere lì con loro, a far festa e vociare tra il grigio dei palazzi e delle inferriate. Ogni svago mi era precluso, e quelli erano i soli momenti della giornata in cui il mio spirito, prigioniero di un corpo debole, trovava la pace. Durante la notte “giacevo sveglio, afflitto da una tosse lancinante, senza tregua, mentre invocavo dal fondo del mio corpicino squassato l’avvento del sonno o del mattino?

L’aria malsana e il sapore della malattia si materializzavano nei miei incubi: sognavo di trovarmi in una cella piccola, buia, asfissiante; respiravo polvere, avvertivo un soffocante odore di tappeti sfilacciati; sulla parete si apriva una stretta feritoia oltre la quale intravedevo un piccolo scorcio di mare limpido; consumavo le mie ultime energie nel tentativo di raggiungerla, ma le pareti mi tradivano, e la feritoia pareva sempre più lontana?

Mi svegliavo di soprassalto. Cummie era accanto a me, mi stringeva la mano, nascondendo le lacrime e sussurrando amorevoli bugie.

«E’quasi giorno, Louis.»

A volte invece avevo l’impressione che il sole facesse fatica a levarsi.

I momenti peggiori venivano con gli accessi di delirio. “Allora mio padre saliva in camera e si sedeva sulla sponda del letto fingendo di conversare con la guardia, il cocchiere o il taverniere”.

L’infanzia volò via, e la malattia ai polmoni si aggravò. Nei libri trovavo un pallido conforto: Scott, Dumas, Montaigne, Whitman? oltre che alla lettura, gran parte del mio tempo la dedicavo alla stesura di racconti e romanzi. Con la mia passione alleggerivo il peso delle sofferenze, e in breve mi costruii un universo immaginario popolato dai personaggi delle mie storie.

Durante l’adolescenza fui sorpreso di frequente da attacchi d’asma. Ricordo nitidamente attimi di disperazione in cui il pensiero della malattia infoscava il mio futuro, spegneva ogni mio desiderio, fiaccava la mia anima; ma imparai pian piano e con molti sforzi a sopportare, e fui ricompensato. Col passare degli anni mi rendevo conto che, malgrado le sofferenze, la vita scorreva, più forte del dolore.

Samoa, 1894
Curvo su un quaderno logoro rilegato in pelle, un uomo scrive le prime parole di quello che forse sarà il suo capolavoro. Weir of Hermiston. Gli indigeni conoscono la sua vita e la sua passione, lo apprezzano per le sue doti e lo chiamano Tusitala, «narratore di storie». È più di quanto abbia mai potuto sognare.

Nella sua mente si ricompongono, uno ad uno, i tasselli di una vita temprata dalla sofferenza.

A pochi passi dalla finestra si apre un’infinita distesa azzurra, coronata da barche e canoe solitarie che scivolano placide sulle acque. Robert Louis Stevenson alza lo sguardo: la cella e il corridoio sono scomparsi, nell’aria non c’è più l’odore dei tappeti sfilacciati, ma il profumo dei frutti tropicali, e quel mare limpido che nei suoi incubi di bambino gli era parso tanto lontano l’ha finalmente raggiunto…

I brani in corsivo fra virgolette furono scritti personalmente da Robert Louis Stevenson.

 

L’autore di questo articolo è stato premiato con una copia del libro Scusa New York vado di corsa, e con 15 punti validi per il concorso Cogitante del mese di febbraio.


Cogitoetvolo