Tutta la vita su un lenzuolo

3

Quando non si può usare il corredo matrimoniale insieme alla persona amata da tutta una vita, ecco che le lenzuola diventano un diario di sentimenti e pensieri.

Clelia Marchi nasce nel mantovano il 19 aprile 1912. Giovanissima deve far fronte alle ristrettezze che la vita contadina impone: impara a convivere giorno dopo giorno con le fatiche, la fame, il sacrificio.
A 14 anni inizia a lavorare alla macchina del frumento. Si prende cura dei fratelli mentre la madre sta nei campi. La vita è difficile, i soldi scarseggiano. A 16 anni sposa un giovane contadino come lei: sarà il compagno di una vita. Gli anni passano, scoppiano due guerre mondiali, Clelia mette al mondo otto figli, quattro muoiono prematuramente.
La sera  del 12 marzo 1972 il marito viene investito da un’auto. Clelia ha ormai sessant’anni, i figli sono sposati, è diventata nonna: la tragica scomparsa del marito la addolora profondamente.
E così la notte, quando i ricordi si susseguono ininterrottamente, come una lunga catena che non si riesce a spezzare, sente la necessità impellente di sfogarsi.

In casa non ha più fogli: ha esaurito la carta del pane e quella delle confezioni di calze. Apre l’armadio, ne estrae un lenzuolo del corredo matrimoniale e con un pennarello inizia a dar voce alla sua solitudine. Il tessuto scivola sotto le sue mani e riga dopo riga la libera dai tristi pensieri. La luna è la sola compagna nel silenzio della notte, instancabile lettrice del suo dolore.

Nel 1989 il nipote di un importante editore italiano viene a conoscenza del “libro scritto sul lenzuolo” e resta affascinato dall’originale impresa letteraria. Decide di portare lo scritto all’attenzione del grande pubblico: nel 1992 il lenzuolo di memorie diventa un libro dal titolo “Gnanca na busia” (Neanche una bugia). Clelia racconta le proprie vicissitudini con semplicità e chiarezza: “Chissà cosa si vorrebbe scrivere per dire tutto quello che c’è dentro al cuore: non ci riesci neanche se scrivi tutta la vita; poi forse i giovani non l’o crederanno ma queste scritte su a questo grande lenzuola, non è scritto di fantasia, ma di cosa vissute, passate con tanti sacrifici”.

Nel corso del libro si scusa ripetutamente per gli errori ortografici e le ricorrenti espressioni dialettali. Chiede ai lettori di non offendersi, ma ha frequentato la scuola solo fino alla seconda elementare e solo durante la stagione invernale.
Tuttavia leggendo il suo racconto, si ha l’impressione di una persona molto saggia e profonda. Nonostante traspaia più volte la sua umiltà, Clelia ci ha fatto un dono immenso: ci ha resi partecipi con genuinità e franchezza delle sue emozioni, delle tragedie e delle sofferenze che hanno costellato la sua vita.
Racconta di come abbia saputo scorgere un barlume di speranza, anche nei periodi più bui, dimostrando una forza d’animo che nessuna istruzione potrebbe fornire. Si chiede «Sarà stata la mia tristezza che m’ha dato la forza di scrivere tante cose senza essere stanca anche se scrivo male?» Clelia ha trovato nella scrittura una valvola di sfogo, un conforto. Ama la vita, anche se spesso si rivela infelice, e ci fornisce un messaggio esemplare: confidare nel potere liberatorio della scrittura.

In un’epoca dove la comunicazione è spesso frettolosa e schematica la scrittura può diventare strumento consolatorio e costituisce un suggestivo mezzo di introspezione, che permette di guardarsi dentro, di raccontare e raccontarsi. Perché non è importante dove si scrive: si può usare un foglio di carta, si può fare un’incisione su un albero, si può segnare un appunto su un tovagliolino del bar. L’importante è scrivere, dare voce ai propri pensieri. Silenziosamente, senza urlare, senza clamori, ma in modo altrettanto intenso.
Clelia è mancata nel 2006 all’età di novantaquattro anni, lasciandoci una preziosa traccia di sé. Oggi il lenzuolo, scrigno dei suoi pensieri, è esposto nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano (AR).

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.

  • Mi piace leggere di persone che hanno fatto della semplicità e della moralità la loro regola di vita. L’essere orgogliosi di avere narrato la propria esistenza “senza dire neanche una bugia”; a sottolineare la volontà di dire senza esagerare, di non voler apparire a tutti i costi, di essere fieri di ciò che si è fatto senza secondi fini.
    Sono queste storie, che il più delle volte rimangono sepolte nell’ombra, a fare più rumore quando vengono scoperte.

  • Articolo formidabile!!!!E’ sempre piacevole leggere che la scrittura è uno strumento per comunicare con gli altri e far conoscere una pezzettino della nostra esperienza al lettore!

  • La scrittura come rifugio da una vita di sacrifici. Questa storia mi trasmette quanto può diventare importante far ricorso a questo mezzo di comunicazione, anche nelle sue forme più semplici come ha fatto nonna Clelia, per ritrovarsi, dare un senso a ciò che si è vissuto, render merito alle proprie emozioni, senza dover rispondere a nessun modello ma soltanto a se stessi.
    Mi è piaciuta la semplicità di questo articolo e il modo garbato con il quale è stato presentato!