Tutto il resto è noia

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D’inverno le giornate sono più corte, si sa. Il pomeriggio non ci consente neppure di illuderci sulla sua durata che una bigia cortina s’insinua nella nostra camera, acquisisce in fretta quella scura velatura propria delle ore notturne, sparge tenebra tutt’attorno a noi. Ci intorpidisce, costringendoci ad accendere un lume, nell’inutile tentativo di contrastarla. E ci sentiamo soli.

Come in quei momenti in cui anche sul nostro animo si va annidando una scura coltre di pece, insopportabile e appiccicaticcia, ancora più odiosa proprio perché invisibile agli occhi, impossibile a essere tolta con le mani, a sciogliersi con una doccia calda. La nostra vista non riesce più a distinguere gli oggetti che rimangono lì, isolati ed inerti, sulle nostre mensole, troppo lontani per essere accolti dentro il flebile cerchio di luce dell’abatjour. Similmente, gli occhi della nostra anima non sono più capaci di scorgere quei luminosi orizzonti di felicità che prima apparivano nitidamente, concreti e vicini, quasi da poter toccare con mano, tangibili. Calano le nubi, e non nutriamo più alcuna speranza. Perché tutto questo? Non è cambiato nulla, esternamente, assolutamente! ma adesso, tutto appare diverso; anzi, non appare proprio, che forse è peggio.

Le casistiche che ci conducono ad un tale stato d’animo sono incalcolabili, forse infinite. Inutile dilungarsi in una superflua elencazione: ognuno potrà trovare da sé centinaia di esempi.  Momenti in cui la nostra interiorità diventa miope, e ci impedisce di guardare avanti: le pareti della nostra anima si restringono, premono, soffocano.

E ci avviluppiamo su noi stessi, come ricci: se non fosse che i ricci,quantomeno, possono contare sulla resistenza dei loro aculei, mentre noi, in questi momenti ci vediamo così mollicci, vulnerabili, penetrabili. Nessuna attività sembra offrirci conforto, come neonati in preda ad una insondabile crisi di pianto. Persino il purgante conforto delle lacrime è incapace di venirti incontro: perché ti andrebbe pure, di piangere; ma non ce la fai! Le lacrime non ne vogliono sapere di venir fuori, non ne vedono il motivo, come singulti inespressi e soffocati. Rimangono lì, neppure tu sai dove, a mezz’aria, tra il cuore e la gola; ma ci sono, e proprio per questo fanno ancora più male. E’ la lacrima non versata quella che fa piangere maggiormente.

Scorriamo distrattamente le bacheche facebook nella speranza di trovare, se non proprio consolazione, quantomeno un po’ di distrazione; ma continuiamo a far pressione sulla nostra piaga dolorante. Sullo schermo infatti appaiono volti così felici e sorridenti… (Chissà perché, poi?). Le immagini dei profili possono anche essere maschere di cristallo poste sotto una pelle purulenta e tumefatta, ma pur nella loro falsità stridono con la nostra condizione. Ci sentiamo le uniche persone tristi al mondo, mentre quei volti radiosi ci osservano con occhi luccicanti e sicuri di sé.

Affondiamo in delle sabbie mobili, bisognosi di un aiuto esterno. Una classica dinamica psicologica da ordinario pomeriggio invernale.

E’ uno stato indescrivibile. Noia? Dolore? Tristezza? Un po’ una via dimezzo tra le tre. Servirebbe una definizione capace di attingere col mestolo ad ognuno dei significati. Anticamente, la si inquadrava all’interno del termine aegritudo: quella condizione di malessere diffuso, che non tormenta come una tempesta, ma svilisce come un mal di mare; simile a quella fase della malattia in cui ci si è già ripresi, ma non si è ancora completamente guariti. Non ha consistenza ma, come dire, si insinua non appena scorge uno spazio vuoto, proprio come l’aria. Perché, come diceva Leopardi (sì, proprio Leopardi): “tutto il resto, è noia”. Tutto quello che non è vita, è noia.

Che fare, allora? Beh, riempire la nostra esistenza, in modo che quest’aria nociva non trovi spazio, non possa farsi strada. E quanti mattoni, quante travi a nostra disposizione per saturare le intercapedini del nostro animo! I nostri cari, le persone che conosciamo e che sappiamo di amare essendo ricambiati, cui potremmo confidare ogni nostro segreto; ma anche letture, studio, gioco, sport. In due parole: Vita, con la maiuscola. La tristezza, la noia, si fanno spazio solo tra le larghe maglie di un pomeriggio svogliato, in cui si “sta molto tempo a studiare”, ma non si studia affatto, o meglio, si studia solo una piccolissima parte di quel tempo, interrompendo continuamente il nostro lavoro. Quando siamo costretti a tastare la nostra mancanza di volontà. Sappiamo benissimo cosa dovremmo fare in quel momento: tutto tranne quel nauseante far niente, inutile, che non ci arreca conforto; come quando ci rigiriamo nervosamente nel nostro letto, nelle silenziose ore notturne, sperando di trovare un qualche sollievo, ma venendo puntualmente delusi, costretti a rigirarci un’altra volta, e poi un’altra, e ancora…

Chi non ha provato, almeno una volta, questa sensazione?

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.