U2 – No Line On The Horizon

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Infinity is a great place to start” (No line on the horizon)

Dopo una snervante attesa durata mesi, finalmente, il giorno della sua uscita, ho comprato il nuovissimo album degli U2: No Line On The Horizon. Le premesse sono ottime, il singolo uscito giorni prima Get On Your Boots è vivace, con un ottimo riff di chitarra. La voce stiracchiata di Bono ha ancora una sua dignità. Ma soprattutto, si vocifera che con il nuovo disco la band irlandese sia tornata al sound anni 90 che caratterizzò quel pezzo di storia che è Achtung Baby.

Avvio la riproduzione, e la chitarra del brano No Line On The Horizon non può che immergermi nelle atmosfere di Achtung Baby: sperimentazione e atmosfere nordafricane (il CD è stato inciso anche a Fez, Marocco). Improvvisamente Bono si mette a vociare “Conosco una ragazza che è come il mare: la vedo cambiare ogni giorno” con una voce che, seppure provata, ha ancora grinta. Così, gorgheggi inaspettati, un ritornello orecchiabile, un ottimo riff, e un testo profondo danno inizio all’album che ha già ha riscosso straordinari consensi e che si preannuncia essere uno dei migliori da molti anni.

È una chitarra potente e quasi rude, che richiama al rivoluzionario The Fly, ad aprire Magnificent, accompagnata da una batteria semplice ma insistente, che ricorda certi ritmi di War. Il tutto esplode in una melodia che non tradisce il sound U2, che strizza l’occhio a sonorità come quelle di All That You Can’t Leave Behind, ove gli U2 ritrovarono uno stile semplice e genuino dopo anni di -sfortunata- sperimentazione. “Solo l’amore può lasciare un tale segno, ma solo l’amore può guarire una tale cicatrice”, intona Bono nel ritornello, prima di cantare “Giustificati finché moriremo, io e te esalteremo il Magnifico”, facendo pensare a un cantico come il Magnificat, impedendo di non pensare a Gloria dell’81, pressoché una preghiera. Tutto ciò sfocia in un -per l’appunto- magnifico assolo di Edge, che non sarà l’ultimo nella tracklist.

Si arriva a Moment Of Surrender. I suoi sette minuti si aprono con una lunga introduzione, dopo la quale Bono urla “Mi sono legato con filo spinato per lasciare che i cavalli corressero liberi”, con una potenza vocale che non eguaglia forse i tempi gloriosi dello storico Joshua Tree, ma che di sicuro non mi sarei aspettato dal quarantottenne fumatore. Il testo è una serie di immagini figurate, che sfociano in un ritornello con un sound molto U2: Nel complesso, la canzone, personalmente, mi ricorda Stuck In A Moment You Can’t Get Out Of, nella base musicale, nel ritornello intonato in coro, persino nel tempo. Nel loro nuovo sound, gli U2 non tradiscono quello tradizionale.

Una dolce chitarra, accompagnata addirittura da canti di uccelli e da Edge (?) che intona “Sunshine, sunshine” in falsetto precedono l’effettivo inizio di Unknown Caller, che presenta un testo pieno di riferimenti tecnologici. Addirittura, il “posto senza importanza né compagnia” a cui allude Bono potrebbe essere un ipotetico posto ove il cellulare non prende, lasciandolo quindi senza rilevanza ed impedendo quindi la comunicazione che, ad oggi, senza cellulare o internet, pare un concetto inammissibile. Il ritornello è energico e non particolarmente melodico: Bono invita l’interlocutore a “Urlare, ribellarsi, scappare da sé stesso e dalla gravità”. Tutto ciò accompagnato da un organo elettrico e dall’insistenza della chitarra di Edge che sfocia alla soglia del quinto minuto in un epico assolo che ricorda, a mio avviso, la chitarra di Brian May, anche se musicisti più navigati avranno di certo opinioni differenti.

Si giunge quindi a I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight, che non tradisce la tradizionale canzone a titolo lungo riscontabile in molti album. Il brano presenta un sound, secondo me, inconfondibilmente All That You Cant’ Leave Behind, soprattutto nel ritornello. Persino dopo aver intonato energicamente la fine del ritornello, la musica torna rilassata, allegra, poco impegnativa. Il “Baby, baby, baby, I know I’m not alone” richiama indubbiamente al “Baby, baby, baby, light my way” di Ultraviolet, musicalmente e contestualmente. Non un capolavoro, ma sicuramente una canzone orecchiabile e piacevole.

Parte finalmente l’applauditissima Get on your boots, chiaramente la Vertigo della situazione. Senza straordinarie pretese, il brano nasce come singolo promotore del disco, rendendolo piuttosto commerciale senza però toglierne il valore. In effetti, seppure apparentemente privo di spessore o particolari virtù, il brano è comunque riuscito bene. Un buon riff, una melodia orecchiabile ed energica così come il testo, cantato speditamente, ne fanno infatti una buona canzone, dedicata presumibilmente alla moglie (vedi il ritornello: “Non sai quanto sei bella”). “Non voglio parlare delle guerre tra le nazioni” intona il cantante, sembrando così sazio del suo ruolo di “cantante-politico” che lo caratterizza.

Stand Up Comedy è, a mio parere, una delle migliori dell’album. Da subito si sente Edge intonare “Love, love, love..” dissipando così ogni dubbio sul tema della canzone. La canzone sembra quasi una Sunday Bloody Sunday allegra e solare: lo stesso ritornello invita la gente ad “uscire da sotto i propri letti” e di “stand up for your love”, che si può tradurre con “approvate il vostro amore” o con “levatevi per il vostro amore”. In effetti, per i molteplici usi della parola “stand”, spesso il testo è di difficile traduzione. Bono ci invita comunque a non nasconderci (“Fuori da sotto i vostri letti”), a non sottovalutarci (“Siamo fatti di stelle”), a mobilitarci (“Muovetevi, continuate a muovervi”), a reagire senza montarsi la testa (“Levatevi e poi sedetevi per il vostro amore”) e a non essere ipocriti (“Smettetela di aiutare Dio ad attraversare la strada”).

Un vociare confuso che precede l’avvio di una melodia quasi misteriosa ci ricorda Wake Up Dead Man. Ad un tratto si sente l’eco lontana di Bono che canta “Let me in the sound, let me in the sound!”, da Get On Your Boots. Solo poco dopo parte la vera musica. Bono gorgheggia, e subito parte il breve e scandito testo di Fez – Being Born. La canzone presenta un testo di complicata interpretazione, e una melodia un po’ ossessiva che ricorda le atmosfere inquiete di The Unforgettable Fire.

Il pianoforte introduce invece la canzone successiva, che si preannuncia molto lenta. Entra la chitarra, ed effettivamente White As Snow sembra avere molto a che fare con Wake Up Dead Man. Bono comincia a cantare malinconico, ricordando una lenta ballata celtica, come lo ricordava la Van Diemen’s Land di Edge. Specialmente l’inizio è sostanzialmente una ballata malinconica, che credo di poter paragonare a While My Guitar Gently Weeps di George Harrison. La voce ritrovata di Bono, una dolce melodia, un testo profondo ne fanno una delle migliori dell’album: il testo, a quanto pare, parla di un soldato ferito a morte in Iraq. Il testo parla di morte (“L’acqua era ghiacciata mentre cadeva sopra di me”) dell’odio della guerra (“Ora i lupi sono ogni straniero che passa, ogni faccia sconosciuta”) della profonda solitudine, il senso d’abbandono (“Una volta credevo ci fosse un amore divino, poi venne un tempo in cui pensai non mi conoscesse”), ma fondamentalmente parla di una malinconica speranza (“Se solo un cuore potesse essere bianco come la neve”).

Una batteria vivace ed energica apre Breathe. Parte la chitarra, e Bono comincia a cantare, e il testo comincia a scorrere con una velocità e speditezza che quasi ricorda il rap. Il ritornello è molto orecchiabile, e la canzone, non eccezionale, con una sonorità già sentita nei recenti lavori targati U2, riesce comunque ad avere qualcosa di nuovo, evitando così di stonare nella “rivoluzionarietà” dell’album, che, traendo molto dal già fatto, è di per sé qualcosa di completamente nuovo. Il testo, complice in qualche modo la musica, pare trasmettere un senso di profonda liberazione. Il significato che mi ha trasmesso il ritornello è di come, ogni giorno, bisogna avere il coraggio di risorgere con l’aiuto dell’amore, evitando di affidarsi a falsi dèi offerti dalla gente (“Ogni giorno muoio ancora, e di nuovo rinasco; ogni giorno devo trovare il coraggio di uscire a passeggiare in strada; Ho un amore che non puoi battere; non c’è niente che tu hai che io voglia; Posso respirare, respirare ora”).

Si giunge infine all’ultimo brano: Cedars Of Lebanon. La canzone parla di un giornalista che si trova nella guerra del Libano. Il testo è accompagnato da una batteria che, senza averne la potenza, ricorda la ritmica “a marcia” di Sunday Bloody Sunday. La melodia per il resto è molto semplice. La voce di Bono ricorda quella sentita in Pop, molto poco melodica e lineare. Solo il ritornello è in falsetto. Il testo parla della difficoltà che un reporter può trovare in situazioni di guerra, anche solo nel descriverle (“Concentrando vite complicate in un semplice titolo”), della solitudine, del cinismo che trova eccezione nell’amore (“Questo mondo di m**da qualche volta produce una rosa”), e parla dell’amore che quest’uomo ha lasciato a casa e rimpiange (“Dove sei tu, tra i cedri del Libano?”).

Alla fine dell’ascolto, ho avuto l’impressione di avere ascoltato qualcosa di eccezionale, uno dei migliori -il migliore?- album da molti anni al quale, affidandomi alla mia conoscenza della band irlandese, oso assegnare le proverbiali cinque stelle. In ogni caso, per l’interpretazione dei testi e tutto il resto vi rimando all’ascolto dell’album, che si può già trovare sul web.

Recensione tratta dal blog, U2 – Eureka.  Non  pubblicate la recensione o parti di essa su altri siti senza il consenso dell’autore. Nel caso, per favore, citate la fonte di provenienza. Grazie!

 

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