Ultimatum alla Terra

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Regia di Scott Derrickson. Sceneggiatura di David Scarpa. Con Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Jaden Smith, John Cleese, Jon Hamm. Prodotto da 20th Century Fox; 103′;  USA 2008.

New York 2008. Un enorme sfera si annida nel cuore di Central Park. Ne esce Klaatu (Keanu Reeves) un alieno in sembianze umane vestite per l’occasione. Egli cerca di convincere l’umanità (gli Americani) a cambiare rotta sul modo in cui sta distruggendo il pianeta, ma nessuno gli dà retta, anzi (gli Americani) cercano di eliminarlo. Klaatu decide quindi di attuare il suo piano apocalittico. Solo la dottoressa Benson (Jennifer Connelly), astrobiologia, e il suo figliastro Jacob (Jaden Smith) si fidano di lui. Riusciranno a convincere i poteri forti a cambiare rotta prima che sia la fine?

Remake di un film del 1951 in cui un disco volante arriva a Washington e scarica un alieno, protetto da un robot invincibile, con il compito di avvertire i terrestri dei pericoli della guerra e riparte. La minaccia del ’51 era la guerra nucleare. Nel 2008 diventa la distruzione che l’uomo sta operando sulla terra. Gli alieni, una specie di ambientalisti integralisti come nessun mai, vogliono salvare la terra, non l’uomo, vera causa della rovina globale. Il film è costruito su questa idea, buona e capace di rimescolare le carte nel corso del film sulla solita domanda che lo spettatore si pone nei film con gli alieni: sono buoni o cattivi?

Purtroppo però il film resta freddo e discontinuo nella narrazione appesantita da una tesi che viene a tutti i costi spiegata, dimostrata, ripetuta in scene già viste e in dialoghi spesso retorici. Si ha sempre l’impressione di un’allegoria che alcuni personaggi cercano di incarnare. Il cuore caldo nel film sta nella coppia madre figlio che deve in qualche modo riuscire a dimostrare all’alieno che gli uomini non sono solo odio e distruzione, ma anche amore. E se è vero che la terra fa le spese della capacità distruttiva dell’uomo, è altrettanto vero che l’uomo ha la capacità di rinsavire. Il film ha il merito di rendere chiaro che il problema ambientale non è un problema tecnologico, ma etico.

Ma ancora una volta sono più le idee e i dialoghi a spiegarlo che l’azione a dimostrarlo. Non è un caso che la frase chiave del film sia in bocca ad uno scienziato buono, che nella stessa scena cerca di convincere l’alieno che l’uomo a un passo dal baratro sarà costretto a cambiare rotta, a pentirsi,  a evolversi e poi incoraggia la dottoressa a convincere l’alieno, ma non con la ragione, ma con il cuore. Le due cose avvengono puntualmente poco dopo.

Gli ingredienti sono buoni, ma non sono ben amalgamati. La sceneggiatura rimane ingenua, anche se i temi toccati sono profondi. Il protagonista alieno, dai tratti cristologici, è un Reeves alla Matrix, che ancora una volta riveste panni da uomo e nella sua freddezza aliena è un’icona di sé stesso. La Connelly e Smith (figlio di Will) sono bravi, ma ci coinvolgono solo fino ad un certo punto. Da ricordare la scena, che dà il titolo originale al film, in cui tutta la terra si spegne e si ferma, nel silenzio. E l’uomo, ad un passo dalla catastrofe biblica, sottoforma di diluvio universale di cavallette divora tutto, tace e considera impaurito cosa sta facendo del creato, che non è suo, ma gli è soltanto affidato. Si respira una forte aria teologica, che però rischia di essere una cappa che soffoca la storia.

Effetti speciali non invasivi e vintage, come da originale. Ritmo discontinuo. Musica di genere.

Un film che offre il destro a importanti riflessioni. Scolpisce un’idea: solo se cambia il cuore dell’uomo, cambia la terra. Non si fa un film solo con le idee, ma con le storie e i personaggi; non si fa un film per il cineforum che seguirà. Budget alto, ma poco sfruttato.

Giovane scrittore, sceneggiatore e insegnante di lettere al liceo, disperatamente innamorato della vita e della realtà che lo circonda.