Un ago tondo tondo

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Si racconta che la scienza medica antica prevedesse il trapanamento della scatola cranica per poter curare anche un semplice mal di testa. Altri tempi; passati, per fortuna. Da Ippocrate ai nostri giorni abbiamo fatto molti progressi, pur restandone molti altri da compiere.

Ma esiste un nemico ancora oggi presente ed ostile a molte persone: l’ago, imprescindibile strumento di penetrazione nella fisicità dell’interiorità umana. Circolano leggende di bambini immobilizzati a forza, tra gemiti incontenibili, renitenti a far penetrare nella propria carne quel freddo, acuminato corpo estraneo; e a nulla vale il solito, cantilenato conforto: “tranquillo! Non ti farà niente! Sentirai solo un pizzico!”. Ma non sono soltanto i più piccoli a non provare simpatia per questo, potremmo dire, “retaggio” dell’antica, dolorosa scienza medica. Si annoverano anche molti adulti che reagirebbero allo stesso identico modo; per condizionamento psicologico? Traumi non rimossi – freudianamente – della propria esperienza infantile? Chi lo sa… Ma a volte l’ago è un vero dramma quotidiano, soprattutto per alcune categorie di malati: i diabetici, ad esempio, costretti ogni giorno a bucare il proprio dito per il controllo glicemico. Ogni volta quella farraginosa procedura per il controllo del sangue, e il polpastrello scarlatto di piccole gocce. Per molti è un abitudine, indifferente ormai; ma per altri è un vero e proprio ostacolo, opprimente alla lunga, tanto da far desistere dal controllo: con tutti i rischi che ne derivano.

Come accadeva quotidianamente a Marco.

Marco era un bambino, una vita serena e felice, tranquilla in fondo. Era diabetico, ma questo non gli impediva di godersi pienamente le proprie giornate; se non fosse per quel fastidioso rito quotidiano: la puntura del dito. Dopo le prime volte sua mamma lo lasciava da solo, perché ormai lui sapeva come fare. Ogni volta Marco era triste, in quei momenti: perché bucarsi il polpastrello? Fa male! E poi la vista del sangue! Ma sua mamma gli diceva che era necessario per la sua salute, e lui obbediva. Tuttavia c’erano alcuni giorni in cui proprio non gli andava, no assolutamente; e saltava il controllo. Se lo veniva a sapere la mamma! A volte, quando era solo, con il piccolo ago in mano, se lo stava a guardare, quel suo quotidiano nemico e al contempo strumento di salvezza, e gli diceva “io non ce l’ho con te. Non sei tu il problema, è la tua punta. Perché non diventi più tondo, come una pallina? Io ti lascerei sul mio dito e tu mi controlli quello che vuoi, intesi?” ma l’ago non si decideva a smussarsi, e penetrava sempre a sfigurargli le impronte digitali.

Raccontava a sua mamma questo suo sogno, questi suoi “discorsi con l’ago”, e sua madre, per non illuderlo, tentava di dissuaderlo da questi pensieri, dicendogli che col tempo si sarebbe abituato. Un giorno Marco tornò a casa felice: “mamma, mamma! Fanno gli aghi come piacciono a me! Me li compri, così uso quelli?”

La mamma non capiva, e neppure voleva crederci mentre ascoltava in farmacia. “Sì, signora, è vero, si chiama FreeStyle Libre, della casa farmaceutica Abbott. Vede? È come una monetina, la si piazza sul braccio del malato e viene fissato con un nastro speciale, resistente ad acqua e sudore, per quattordici giorni: poi lo si cambia”.

“E come fa a misurare?”

“C’è un piccolo filamento impercettibile, che si inserisce nel sottocute, e se ne sta lì, a raccogliere i dati. Al momento del controllo giornaliero, nessuna puntura: basta passare questo sensore sulla monetina e.. vede? Tutti i dati appaiono chiaramente, belli e fatti, su questo touch screen: tutto più chiaro, agile e veloce, senza alcuna necessità di calibrare nulla! Fa tutto lui, e suo figlio neppure se ne renderà conto! Inoltre il medico potrà monitorare tutto con più facilità, perché si tratta di un controllo preciso e continuo, e avrà modo di ideare una cura personalizzata per ogni paziente. Per maggiori informazioni si può consultare il sito.”

 

Insomma, Marco aveva avuto ragione: l’ago aveva cambiato idea ed aveva ascoltato le sue parole. Continuava a dargli piccole pacche e gli ripeteva: “C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine ti sei convinto ad appiattirti, bravo! Lo sai che mi stai quasi simpatico?”

 

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