Un aiuto dal naso rosso

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Oggi Andrea L. compie 15 anni. Per lui è un traguardo speciale. Aveva 12 anni quando cominciò a non sentirsi bene. Ogni giorno aveva qualche linea di febbre e non riusciva a trattenere il cibo che ingeriva. I medici ipotizzarono un virus influenzale.
All’inizio Andrea continuò ad andare a scuola, a giocare a calcio e a uscire con gli amici… normali abitudini di un ragazzo comune. Con il trascorrere del tempo, però, il malessere aumentava. Si sentiva sempre più stanco e spossato. Nonostante le cure, la febbre permaneva. Non riusciva più a mangiare.  Andrea iniziò a dimagrire, a perdere le forze giorno dopo giorno.
I genitori, non convinti dalle diagnosi dei medici, decisero di rivolgersi ad altri specialisti. Si recarono a Torino, a Milano, a Bologna. Il ragazzo fu sottoposto a una lunga serie di esami. La diagnosi fu inequivocabile: tumore al cervello.  Ricoverato d’urgenza all’Ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, venne sottoposto a un delicato intervento. L’esito dell’operazione fu positivo, ma la ripresa rappresentava un’incognita: non si poteva prevedere come avrebbe reagito il corpo di Andrea ai cicli di chemioterapia né stabilire l’entità della diffusione delle cellule tumorali. Le cure debilitarono fortemente il suo fisico: perse i capelli, aumentò di peso per effetto del cortisone, il viso gli si gonfiò assumendo un pallore innaturale.

La permanenza in ospedale sembrava interminabile: non aveva svaghi, nessun passatempo. Andrea stava diventando sempre più apatico. I genitori compresero che la componente emotiva poteva costituire un fattore determinante per la sua ripresa.
Intanto in ospedale conobbero un gruppo di volontariato: la Clownerie. Ogni settimana un gruppo di “clown in corsia” con il camice colorato e un naso rosso di plastica entrava nei reparti dell’ospedale pediatrico per regalare un sorriso a ogni bambino. Eseguiva giochi di prestigio, raccontava barzellette, portava fogli e matite per disegnare. Parlava con i più piccoli, faceva parlare i più grandi.
Andrea così incontrò “Clown Coco”. Il primo giorno che venne a trovarlo gli chiese quale fosse il suo hobby preferito. Andrea rispose: “Il calcio.” Parlarono di calciatori, squadre e classifiche. Il giorno successivo Clown Coco arrivò con una decina di poster sulla sua squadra preferita. Appesero le immagini sulle pareti della stanza: ogni volta che Andrea si guardava intorno non vedeva più mura anonime, ma foto di giocatori e campi di calcio. La sua passione. Clown Coco andava a fargli visita ogni tre giorni e Andrea aspettava con trepidazione quel momento.

Quattro mesi dopo fu dimesso. “Per noi quel giorno fu felicissimo: avevamo passato settimane d’angoscia e oltrepassare la soglia dell’ospedale significava riaffacciarsi alla vita. Uscimmo dal Regina Margherita arricchiti da un grande insegnamento: la consapevolezza di quanto possa essere terapeutico un sorriso.” ricorda il padre di Andrea. “Non potrò mai dimenticare il sostegno dei volontari della Clownerie. Quando lo scoraggiamento sembrava prevalere,  riuscivano a darci una speranza, a farci vedere la luce al fondo del tunnel.”

Andrea ora è guarito: i capelli sono ricresciuti, ha perso peso, il viso non è più gonfio. Frequenta una scuola professionale nella periferia sud di Torino e ha ripreso gli allenamenti di calcio.
Ora però ha qualcosa di speciale: la gioia di chi sa di aver ricevuto un dono immenso e la determinazione che deriva dalla volontà di condividerlo. Insieme al padre infatti si è iscritto alla Clownerie e ogni volta che può torna all’ospedale dove è stato operato per intrattenere i piccoli ospiti: con loro colora e ritaglia immagini, inventa e racconta storie… parla di calcio. Meglio di altri sa quanto sia utile un sorriso per quei bambini che continuano a lottare per vincere la partita della loro vita: e proprio per questo hanno bisogno di un aiuto in più, un aiuto esclusivo e coinvolgente come l’abito colorato di un clown.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.