Un boia merita rispetto?

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Personalmente io non sono nessuno per giudicare: non sono Dio. Non sono nessuno neanche per perdonare: non ho perso nessuno nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Ciò che voglio scrivere è solo una mia personale riflessione su ciò che è successo in questi giorni. Siamo stati bombardati dai media e di Erich Priebke sappiamo tutto ormai, anche se questo personaggio era ben noto già prima della sua morte. Ci siamo trovati a scoprire che in Italia c’è ancora chi inneggia all’odio razziale, all’antisemitismo, al nazismo, al fascismo, ai grandi mali del ‘900. Non ce lo saremmo aspettati, ingenui come siamo, ma è così. Scopriamo che qualcuno ha il piacere di salutare la salma di Priebke con il saluto fascista, intonare cori in suo onore, omaggiare una persona che ha pianificato e realizzato una delle più sanguinose stragi di civili che il nostro Paese abbia mai conosciuto. Scopriamo tutto questo e ci meravigliamo, perché quelle persone, barbaramente uccise e ammucchiate nelle cave di pozzolana, avevano sangue italiano (per usare una terminologia molto cara ai cultori della razza). La storia di Priebke ci suggerisce svariati temi di discussione: ad esempio quelli giuridici, che coinvolgono la morale, sull’obbedienza a un comando militare. Può essere considerato una causa di giustificazione? E poi: tutti hanno diritto a un funerale? Chi sono questi lefevriani di cui tanto si parla? Un boia merita rispetto? Merita di essere ricordato?

Non mi sento in grado di salire in cattedra, non ne ho le competenze, ma qualcosa posso dire: Priebke è morto, non può più fare del male. Per questo forse non ha senso gettarsi contro l’auto che porta la sua salma, riempirla di urla e di sputi. Il fatto che Priebke sia morto, però, non significa che con lui siano morte le sue idee, ed è contro di esse che abbiamo il diritto (anzi, il dovere) di difenderci. Il capitano delle SS rappresenta la tipica figura di uomo che ha tentato di tutelarsi, dapprima fuggendo e poi facendosi assistere da un avvocato per contrastare le ragioni della giustizia. Il tentativo di fuga (dalla legge e dalle responsabilità) spesso rappresenta il tipico atteggiamento di chi si sente nel giusto, di chi si sente perseguitato ingiustamente. Dopo l’ergastolo mai alcun segno di pentimento, nessuna vergogna, nessun ripensamento. Certo è stato terribile, ammette, ma i comunisti ci hanno provocato! E poi io avevo un ordine di Hitler a cui attenermi! Non una lacrima, solo freddezza inumana. Priebke è morto e a noi rimane solo un giudizio storico e provvisorio, non possiamo spingerci oltre, ma questo ci basta per ricordare che il sangue delle vittime non si è mai asciugato, neanche con le giustificazioni sterili di chi crede di aver solo eseguito un ordine: la gerarchia militare non è un valore assoluto, non può calpestare la vita.

Un giudizio (personale) meritano anche alcuni dei seguaci di Marcel Lefebvre, non per la semplice intenzione (non realizzata) di celebrare i funerali di Priebke, ma perché dietro questa volontà è facile scorgere il germe della corruzione morale. Un germe neanche troppo celato, a dire il vero, considerando le dichiarazioni che abbiamo sentito in questi anni sulla negazione dell’Olocausto. Negare ciò che la Storia ha accertato è il vilipendio più grave per chi ha subito l’odio delle dittature e dell’oppressione.

Per concludere: non tutti hanno diritto a un funerale. Non esiste un diritto al perdono e al rispetto, specialmente se non si chiede e non si merita. Erich Priebke merita invece di essere ricordato, per combattere ciò che lui rappresentava e le idee, malate, di chi non ha ancora capito nulla della Storia e della vita.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.

  • AnimaePartus

    La dott.ssa (professoressa?) Katia Fiorentino, sulla pagina Facebook di Cogito et Volo, scrive:

    “Credo che il concetto di rispetto meriterebbe una riflessione e una trattazione più ampia…ma il punto non è se Priebke meritava rispetto secondo quanto recita il dizionario, quanto se la salma di Priebke ha diritto ad un funerale. Il diritto va meritato?… non è forse un fatto privato che riguarda il defunto Pribke, la sua famiglia e il prete?… “Comportamento informato alla consapevolezza dei diritti altrui”, non basterebbe applicare solo questo?”

    Gentile dott.ssa, non avendo Facebook (scelte di vita!) mi permetto di risponderLe in questa sede, sperando che Lei possa leggere le mie poche righe.

    Nell’articolo ho specificato che “non tutti hanno diritto a un funerale”. Il pubblico scandalo, infatti, è uno dei motivi che può giustificare il rifiuto di celebrare un funerale. Una manifestazione laica, invece, avrebbe causato dei seri problemi di ordine pubblico. A questo personaggio, infatti, è legata un’ampia rappresentanza di neonazisti italiani e stranieri che lo venerano come un eroe. Lo abbiamo visto in tv…svastiche, saluti romani, cori irripetibili.
    La celebrazione di un funerale non è un “diritto”, non si trova nella Costituzione o nelle Convenzioni Onu. Non rientra neanche nel cd. diritto naturale.
    Il diritto ovviamente non si merita, il rispetto invece si deve meritare. E Priebke, per quello che ha fatto, per come lo ha fatto, per il suo comportamento successivo, per quello che ha detto, per come lo ha detto e, specialmente, per ciò che NON ha detto o fatto…beh, secondo me il rispetto non lo merita.

    Se vuole possiamo approfondire ulteriormente il discorso, ma sinceramente credo di essere stato esaustivo.

    Cordiali saluti.

    Fabrizio Margiotta

  • Lorenzo

    Ciao Fabrizio, avevo in mente anch’io di scrivere qualcosa sul caso Priebke, poi ho visto che ti sei dedicato anche tu all’argomento, e visto che l’obiettivo di Cogitoetvolo è proprio quello di portare al confronto e alla riflessione ho pensato che sarebbe stato meglio un commento piuttosto che un nuovo articolo. Perchè, a dire il vero, non sono completamente d’accordo con tutto ciò che scrivi. Anzitutto dire che non sia stato possibile scorgere in lui alcun segno di pentimento non fa onore né a Priebke né al vero:
    “Io non avevo mai ucciso prima di quel giorno e non l’ho, grazie a Dio, mai più dovuto fare. L’essere la guerra fatta di massacri e di morte, non può alleviare il dramma di chi ha una coscienza e deve sopprimere una vita.”
    Priebke infatti si pentì e in seguito si convertì al cattolicesimo; ha commesso un errore, certo, ha continuato a mantenere posizioni politiche discutibili, è vero, tuttavia si disse contrario a qualsiasi massacro di qualsiasi natura e all’odio di Hitler verso le altre minoranze. Si potrebbe anche discutere se sia giusto dogmatizzare la Storia così come viene raccontata o se sia lecita la ricerca storica, senza assolutamente mancare di rispetto alle vittime, e di come fatti storici possano essere strumentalizzati per fini politici, sociali ed economici. Ma non è su questo che voglio premere, quanto sulla tua domanda: tutti hanno diritto a un funerale? Un boia merita rispetto? Merita di essere ricordato?
    Anzitutto, per parlare in termini religiosi, sì, Priebke meritava il funerale, in quanto peccatore pentito, e assolutamente non in stato di pubblico scandalo, come scrivi nel commento. Ricordiamo che l’uomo non è il suo errore.
    Stando sul tema religioso, anche il papa insiste tanto sulla Misericordia e su quanto sia grande la Misericordia di Dio. E se Dio è un Dio misericordioso, chi siamo noi per negare il perdono a qualcuno? Non è forse stato un atto di coraggiosa misericordia la scelta di celebrare il funerale di Priebke?
    Se vogliamo ricordare quelli che sono stati i crimini nazisti in maniera positiva dobbiamo usare un linguaggio diverso. Il nazismo usava l’odio? Non possiamo combattere il nazismo perpetrando lo stesso sentimento. Qualsiasi cosa che si fonda sull’odio e sul risentimento è auto demolente, è col perdono che si costruisce.

    Lorenzo

  • AnimaePartus

    Ciao Lorenzo. Scusa il ritardo, ma non ho potuto scrivere in questi giorni. Intanto ti ringrazio per la tua volontà di instaurare un dialogo in questa sede. Ciò che rende C&V un esperimento cosí moderno è il fatto che le nostre discussioni sono sempre di tenore elevato e non diamo mai nulla per scontato.

    Per prima cosa vorrei specificare che quando parlo di pentimento non pervenuto di Priebke non mi riferisco alla sua vita intima, ma alla pubblica manifestazione di questo pentimento. Di recente ho guardato il famoso “videotestamento” diffuso dal suo avvocato (persona quanto mai ambigua, considerate le sue ultime uscite) e mi è bastato per capire che Priebke non aveva nessuna intenzione di guardare il proprio passato con la contrizione e il senso di vergogna di uno che si è realmente e completamente pentito. Voglio dire…quando sei un ufficiale e sei direttamente responsabile dell’uccisione di più di 300 civili e di innumerevoli torture compiute durante le tue “vacanze romane” (le testimonianze al processo fanno rabbrividire: Priebke viene descritto come uno tra i più freddi e cinici ufficiali nazisti di stanza a Roma) ti puoi sempre pentire in privato o davanti a Dio, ma anche i tuoi tributi pubblici dovrebbero essere scevri da qualsiasi intento giustificatorio. Non puoi dire…”i comunisti ci hanno provocato” e neanche “è stato terribile ma l’ordine veniva dal Führer” (per poi cambiare subito discorso). Mi è sembrato di rivedere la figlia di Riina che a una tv svizzera dice: mi dispiace per le vittime della mafia, ma lui rimane sempre mio padre. Che diamine! Non stiamo parlando di un incidente di percorso e neanche di un caso fortuito. Stiamo invece parlando di persone che agiscono con la lucidità di chi ha compiuto una scelta precisa, di chi è mosso da un’ideologia a cui ha aderito in coscienza. Priebke non era uno di quei figli di mamma mandati al fronte in nome di un’idea che desta ancora terrore, ma era uno dei frutti più marci di quell’idea: un capo, un ufficiale, un complice e un assassino. Per questo non può bastare dire “mi dispiace”, né può ritenersi sufficiente parlare dei suoi orrendi crimini come di “errori”.
    Ti dirò di più: le parole non contano, in fondo. Con le parole puoi dire qualunque cosa, ma il pentimento è qualcosa di più: fuggi in Argentina, chiami un avvocato, non rigetti con disprezzo i saluti dei neonazisti sui muri del quartiere, non rinneghi il tuo passato. Del suo pentimento ho dubbi forti, caro Lorenzo, almeno nella sua dimensione pubblica.

    Parli anche di conversione al cattolicesimo e non posso fare a meno di sorridere: la storia ha conosciuto tanti “buoni cristiani” che dopo la Messa ordinavano le stragi o le sparizioni degli oppositori. La conversione del cuore è un’altra cosa, Lorenzo, e anche qui posso solo dire che sarà Dio a giudicarlo. Io guardo alla dimensione pubblica della sua esistenza, è l’unica cosa che posso fare. E dico che se si fosse veramente pentito, avrebbe dovuto fare molto di più che dire “i comunisti ci hanno provocati”. O forse questo discorso si ricollega ai famosi dogmatismi di cui parli tu? Tra qualche anno un qualche storico da strapazzo ci verrà a dire che le stragi delle fosse ardeatine furono tutta colpa dei partigiani? Della Resistenza? Ah, scusa, lo fanno già!

    Parlando del funerale, la Curia romana ha sconsigliato di celebrare i funerali pubblici: non si è ripetuto l’errore che si commise in Cile con Augusto Pinochet, per intenderci. Il funerale non è un diritto. Vi sono delle circostanze che possono escluderlo, sia per motivi religiosi sia per motivi di ordine pubblico. Quanto ai motivi religiosi leggi qui:

    Can. 1184 – §1. Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: 1) quelli che sono notoriamente apostati, eretici, scismatici; 2) coloro che scelsero la cremazione del proprio corpo per ragioni contrarie alla fede cristiana; 3) gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli.

    Si è pentito? Torniamo al discorso di prima: segni di pentimento evidenti non ne abbiamo visti. Ricordo che furono negati funerali religiosi pubblici persino a Piergiorgio Welby (nonostante la richiesta della moglie). Tanto per dire…
    Nonostante io abbia parlato di pubblico scandalo, non nego che la decisione della Curia si sia basata anche su altre valutazioni: la ferita che il signor Priebke ha inferto alla città di Roma è viva, lacerante, insopportabile. Niente funerali a Roma!
    Ecco allora che i lefebvriani si fanno avanti: pare che la cerimonia, alla fine, non sia stata celebrata, ma la loro proposta e soprattutto le vergognose dichiarazioni successive, ricordano come la revoca della scomunica nei loro
    confronti sia stata un atto di fiducia non meritato: altro che misericordia!

    In conclusione, vorrei dirti una cosa.
    Di recente ho visitato il lager di Dachau, caro Lorenzo, e spero di poter scrivere qualcosa al più presto. Sto aspettando che trascorra del tempo per evitare che i sentimenti oscurino l’obiettività. Posso dirti che ciò che ho visto e “sentito” quel giorno non lo dimenticherò mai. E allora no, non ho voglia di “ricordare i crimini nazisti in maniera positiva”. Non sono nessuno per provare odio e neanche per perdonare. Non sono Dio e non ho subito io quell’orrendo crimine, ergo lascio ai parenti o ai sopravvissuti il compito di odiare o di donare misericordia. Io, da italiano, posso solo vergognarmi di aver permesso che la mia terra fosse invasa dai Mussolini e dagli altri macellai.
    Un caro saluto.

  • Peppino

    Si può essere eroi o viagliacchi senza mostrarlo. Si può essere eroi nascondendosi come rivela la storia di Bartali che Fabrizio ci ha raccontato quasi con leggerezza ma con grande maestria e pathos. Si può essere assassini davanti al mondo intero e nascondersi dietro a un ordine. La follia nazista non è stata frutto di semplice obbedienza, è stata tante volte frutto di scelta ideologica. Non riconoscerlo, come ha fatto Priebke, nemmeno dopo settant’anni vuol dire che questa scelta era profonda. E di fronte al “male” non ci si può nascondere, nemmeno dietro ad un velo di pietà. La pietà può essere scambiata per bonaria accondiscendenza e non si è ancora sopita la sofferenza per un buon papa (Pio XII), la cui prudenza caritatevole è stata scambiata per connivenza. Piebke non è stato un bambino cattivo o un povero sconsiderato, è stato un’arma micidiale e cosciente ed è diventato un simbolo per alcuni (speriamo pochi) detestabili nostalgici. Lucida lettura quella di Fabrizio!