Un gioco finito male

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È passata quasi una settimana dal «gioco finito male». Sì, perché ridurre in fin di vita un ragazzino di 14 anni fino a fargli scoppiare l’intestino, soffiandogli aria compressa, è per qualcuno solo un ingenuo scherzo finito male. E anche se gli autori di questa violenza e tentato omicidio sono degli uomini che hanno superato la maggiore età da almeno sei anni, si è trattato, per alcuni giornali, di un «episodio di bullismo nel napoletano», in cui «il branco lo sevizia perché troppo grasso».

No, non è un episodio di bullismo tra ragazzini immaturi e problematici  – problema sicuramente grave e da contrastare –  che non hanno il giusto senso della realtà e potrebbero non aver capito la gravità delle loro azioni. Qui stiamo parlando di reato commesso da persone che lo Stato reputa mature, di un ragazzino poco più che bambino al quale un uomo sadico – giovane, ma pur sempre adulto – con l’approvazione di altri due, ha abbassato i pantaloni arrecandogli violenza per “divertimento”. Cattiveria pura. Se non è violenza sessuale questa.

«Non è un tentato omicidio né altro, sono tutti bravi ragazzi che si prendevano in giro tra loro. Non hanno capito che il compressore, con quella potenza, avrebbe fatto danni». Se davvero non l’hanno capito, alla loro età, allora vuol dire che la situazione è ancora più grave e sono un pericolo maggiore per la società, perché potrebbero ripetere “scherzi” simili senza nemmeno accorgersene.

Questa dichiarazione è stata solo un maldestro ed inopportuno tentavo dei familiari dell’aggressore di giustificare l’ingiustificabile. Hanno perso l’occasione, quantomeno, di tacere.

Intanto, l’aggressore, arrestato per tentato omicidio e violenza sessuale, ha chiesto scusa, non voleva fargli male. No. «Sono dispiaciuto. Chiedo scusa, ma era solo un gioco». Sembrano le scuse di un bambino che ha combinato una marachella, non di un uomo adulto responsabile,  che risponde delle proprie azioni. Si è detto anche che un fatto del genere è potuto succedere in un quartiere difficile di Napoli, dove la gente è assuefatta dalla violenza ed è normale assistere ad episodi in cui il “clan” familiare giustifica la delinquenza dei parenti arrestati, magari camorristi, fino ad arrivare a forme di ribellione contro le forze dell’ordine. No, è successo in quel quartiere di periferia, ma qui il contesto sociale forse non c’entra così tanto; forse, in modo diverso, sarebbe potuto accadere a Napoli come ai Parioli o nella Milano bene, ovunque, nel vuoto odierno.

Un episodio del genere si è potuto considerare  “bullismo” perché un ventiquattrenne, al giorno d’oggi, è un ragazzino, e il papà è ancora autorizzato a proteggere il proprio bambino, a difenderlo, a giustificarlo fino agli estremi. Dal brutto voto preso a scuola, in cui la colpa è dell’insegnante, fino allo “scherzo” col compressore finito male. Tre giovani uomini, miei coetanei – uno dei quali addirittura padre di un bambino di due anni – trattati da ragazzini, eterni adolescenti, perché effettivamente – al di là del reato commesso – si sono comportati da idioti, mostrando tutto il loro infantilismo nel prendere in giro un ragazzino grasso, con una cattiveria tale da trasformare l’iniziale violenza morale in una violenza fisica da film dell’orrore.

Il fatto è che, però, ragazzini non lo sono più da un pezzo. I genitori avranno sicuramente la responsabilità di aver cresciuto figli irresponsabili e non averli saputi educare, ma ciascuno, una volta cresciuto,  è responsabile delle proprie azioni e il determinismo – genitore bravo=figlio bravo e viceversa, o contesto sociale difficile=comportamento cattivo – si può tirare in ballo fino ad un certo punto. No, la cattiveria pura, per il gusto di vedere soffrire l’altro,  anche solo psicologicamente, esiste, e quello “scherzo” è sintomo di un malessere generale che riguarda tutta la società. È sintomo di una società annoiata, che non riesce più a dare senso e valore alla propria vita e a quella degli altri, dove l’unico senso diventa riempire il vuoto esistenziale cercando rifugio in esperienze tanto estreme quanto insensate.

Ci stiamo forse lasciando prendere dal pessimismo e dalla rabbia, ma non serve a nulla. Ciò che serve adesso è intanto essere vicini a Vincenzo  e alla sua famiglia, prendendo le distanze da chi cerca di minimizzare vergognosamente l’accaduto; e provando, almeno noi, a dimostrargli che, nonostante tutto, il mondo è ancora un posto in cui poter vivere, pieno di ragazzi e ragazze che invece un senso alla loro vita l’hanno dato, perché non è “solo un gioco”.

Rossella Rumore

Apparentemente distratta ma attenta e curiosa, con picchi di pignoleria - da far rimpiangere la Rossella assai disordinata e sbadata - soprattutto quando si tratta di chiamare le cose con il loro nome, senza se e senza ma... Amo scoprire le sorprese della vita e il mondo a poco a poco… Il mio motto preferito è quello dei ragazzi de La Rosa Bianca: "uno spirito forte, un cuore tenero"