Un imbroglio che dura da un secolo e mezzo

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Si cita spesso un’affermazione di Massimo D’Azeglio, “Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli Italiani”. È una mistificazione retorica che andrebbe smascherata, come l’intera storia del Risorgimento che si trova nei manuali scolastici. La verità è un’altra: “Esistono gli Italiani. Ora si tratta di fare l’Italia”. Gli italiani avevano, da prima del 1860, la coscienza di essere un popolo con radici comuni. L’Italia è stata trasformata in uno Stato unitario con la violenza e la menzogna, in uno dei peggiori modi possibili, calpestando l’identità delle varie componenti della sua gente. In modo particolare quella delle differenti nazioni meridionali.

Le celebrazioni per i 150 anni dell’impresa dei Mille che si stanno succedendo da Quarto a Marsala, da Salemi a Palermo (una pagliacciata firmata da Philippe Daverio), e poi via via, risalendo lo stivale, sono caratterizzate da un’enfasi che risulterebbe incomprensibile se non fosse chiaramente in malafede, come pure dall’indifferenza dell’opinione pubblica.
Quest’ultimo è un dato sociologico da tenere in debito conto. Il silenzio popolare per i 200 anni dalla nascita di Giuseppe Mazzini nel 2005, il disinteresse generale per i 200 anni dalla nascita di Giuseppe Garibaldi nel 2007 e adesso la diserzione di massa dalle ridicole manifestazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia (qualora non si voglia dare eccessiva importanza alle scolaresche, deportate sui luoghi in cui il Presidente Napolitano le imbonisce, con proclami impropri sulla bocca di una persona che conosce la storia vera) sono un fenomeno sul quale sarebbe interessante sviluppare una riflessione specifica.

 

La malizia dei Savoia
I fermenti del Risorgimento componevano una costellazione di aspirazioni molto variegate (monarchiche e repubblicane, federaliste e unitarie) di cui il governo sabaudo seppe approfittare subdolamente. Si pensi a quante anime esistevano in tal senso nel Mezzogiorno. Quanto amavano per esempio i siciliani il concetto stesso di Regno delle “due” Sicilie? Il Regno di Sicilia era stato creato nel 1130, da Ruggero II. Tre secoli dopo, Alfonso il Magnanimo si definì formalmente Rex Utriusque Siciliae, ma l’isola restò un regno a sé stante. Solo nel 1816, con Ferdinando I di Borbone, la corona siciliana venne soppressa per assorbirla definitivamente in quella di Napoli. Non a caso il 1848 produsse a Palermo un governo che riuscì per un anno a rendere indipendente l’isola dai possedimenti peninsulari dei Borboni.

Altra questione interessante è l’origine del volgare. Alla corte di Federico II si parlava in greco, latino, arabo ed ebreo, e si scrivevano i documenti in tali lingue. In quel contesto cominciò a poetare la scuola siciliana, il cui merito è quello di aver fatto assurgere, per la prima volta, uno dei volgari del , parlati in Italia, al rango di lingua poetica, letteraria per antonomasia. Lo stupor mundi suscitò però una reazione talmente violenta al suo periodo di dominio sul Meridione d’Italia da far spazzare via, insieme agli eredi al trono, anche tante conquiste culturali, sue e dei suoi avi normanni. L’elaborazione linguistica si spostò in Toscana, dove le poesie siciliane vennero trascritte secondo la fonetica eptavocalica per adattarle al nuovo corso evolutivo dell’italiano, che avrebbe preso il sopravvento – sulla base delle scelte di Dante per creare una tradizione linguistica unitaria in Italia – fino a giungere alle forme dei giorni nostri. Ciò spiega perché il siciliano, a differenza del napoletano che è quasi una lingua a sé, sia un ramo germogliato dallo stesso ceppo dialettale dell’italiano, alimentato da influssi dei successivi dominatori e con una grammatica propria.

E questa è solo una minima parte della storia che i Savoia ignorarono, perché a loro serviva soltanto presentarsi come gli araldi della causa unitaria, per impossessarsi dei beni del Regno di Napoli. Mandarono avanti Garibaldi, con la copertura del governo britannico, che aveva interesse a far fuori un concorrente fastidioso sul piano del commercio delle materie prime e dell’industria. Vennero corrotti ufficiali dell’esercito e della marina borbonica (in alcuni casi non vennero neppure mantenute le promesse di ricompensa), creando situazioni paradossali: a volte i soldati fucilavano i comandanti che impedivano loro di combattere.

Alla fine della trionfale risalita delle camicie rosse, Vittorio Emanuele II si affrettò a raggiungere Garibaldi a Teano per impedire che il cosiddetto eroe dei due mondi scegliesse una soluzione repubblicana o semplicemente impedisse l’annessione al Regno di Sardegna. Non era solo una questione di contrapposizioni ideologiche. Senza il saccheggio brutale di tutti i patrimoni civili ed ecclesiastici che subito dopo perpetrarono al Sud, i piemontesi sarebbero andati verso il tracollo finanziario.

Un’inchiesta impietosa
Alla conquista del Meridione e del Centro Italia da parte del Regno di Sardegna sono state dedicate numerose pubblicazioni revisioniste, che illustrano fra l’altro il ruolo della massoneria internazionale nella distruzione del Regno cattolico dei Borboni e dello Stato Pontificio, nonché nella soppressione degli ordini religiosi e nell’incameramento dei beni ecclesiastici da parte del nuovo Stato. Tutto vero, per carità. Però questi libri alimentano le polemiche fra leghisti e meridionalisti senza spiegare del tutto le ragioni di quello che avvenne.
Questo è uno dei pregi del volume di Pino Aprile, Terroni – Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”, Piemme, Milano 2010. L’autore conduce un’appassionante ricerca sulle ragioni misteriose del successo di una macroscopica mistificazione degli eventi, più unica che rara.
Il libro mette ordine in una notevole mole di dati ignorati dalla propaganda ufficiale. Qualcuno ha rimproverato Pino Aprile di non avere documentato le sue affermazioni. Questo è falso. In effetti man mano che si prosegue nella lettura del libro si avverte l’esigenza di una bibliografia sistematica. Ma l’opera è un’inchiesta giornalistica e cita le numerose fonti all’interno dell’esposizione stessa dei fatti.
Fra l’altro non si capisce perché non si muova la medesima accusa, a maggior ragione, ai saggi storiografici e ai manuali scolastici pieni di luoghi comuni o menzogne faziose. Si narra che Denis Mack Smith, il famoso studioso inglese autore di una Storia della Sicilia medievale e moderna, venne a Palermo per raccogliere materiale per le sue ricerche. Resosi conto della sterminata superficie di scaffali che avrebbe potuto consultare negli archivi locali, lasciò perdere, tornò a Londra e scrisse le sue opere, zeppe di pregiudizi e aneddoti salottieri, basandosi su quelle già pubblicate da altri storici. Sarebbe utile sapere quanto questi ultimi, a loro volta, attinsero agli archivi.

 

Uno sterminio sistematico
I meridionali, dopo un primo momento di euforia (per nulla unanime), si accorsero subito che non erano stati affatto liberati per unirsi agli altri italiani. Quella che si presentò ai loro occhi era l’ennesima conquista straniera, ad opera di nuovi dominatori più esosi e crudeli dei precedenti, i quali stavano smantellando un ricchissimo sistema economico che garantiva a tutti di vivere. Pino Aprile fa i conti in tasca minuziosamente al Regno di Napoli. A quell’epoca nessuno emigrava dal Sud. Dal Nord sì. Iniziò così la resistenza armata, condotta da sottufficiali e soldati dell’esercito borbonico, divisi in gruppi raramente collegati fra di loro, e da alcuni malviventi che trovarono una ragione ideale per aggredire l’invasore. Tutti furono associati nella definizione di “briganti”, funzionale alla repressione spietata che venne scatenata.

Aprile rileva che l’esercito savoiardo, non particolarmente preparato alla guerra in generale ed ai combattimenti contro una guerriglia ben organizzata in particolare, dimostrò ben presto una ferocia inusitata. Si trattò di un genocidio. La popolazione di interi paesi venne sterminata, con processi sommari, per la sola colpa di avere ospitato qualche “brigante”. Alle donne venne riservata la sorte più infamante, ma non vennero risparmiati neppure vecchi e bambini. Agli ufficiali piemontesi che guidarono in azioni tanto “gloriose” i propri bersaglieri sono dedicate vie e piazze d’Italia. Quelle stesse strade che nessuno si sognerebbe di intitolare a uomini come Kappler, reo di avere fucilato dieci civili e militari italiani per ogni tedesco ucciso nell’attacco di via Rasella a Roma. In proporzione furono ammazzati molti più civili per ogni soldato piemontese morto nelle “brillanti” operazioni dell’unificazione italiana.
È impossibile sapere a quanti meridionali venne tolta la vita in questo modo, ma le stime vanno da alcune centinaia di migliaia a due milioni di morti. Una strage di fronte alla quale anche Hitler o Stalin diventano dei pivellini, anche perché non ebbero eguale perfidia nel cancellarne le tracce. Uno dei metodi era far sparire i cadaveri nella calce viva, in carceri tuttora visitabili come la fortezza di Fenestrelle, in Piemonte.

L’eccidio prevedeva anche le deportazioni di massa. Venne chiesta a governi stranieri, per es. del Sud America, la concessione di territori in cui confinare gruppi numerosi di meridionali. Di fronte alla preoccupazione delle autorità locali, che non sapevano come accogliere queste moltitudini, si rispondeva che sarebbe stato per poco tempo, perché l’obiettivo era farle morire di stenti. Quando persino gli inglesi protestarono, inorriditi da tale efferatezza, il governo italiano desistette dal suo intento.

Ma continuò nei decenni successivi ad affamare il meridione, con il depauperamento delle risorse del territorio e con la leva obbligatoria. Obbligatoria nel senso che chi si rifiutava, a volte capendo soltanto – di ciò che gli veniva chiesto in un’altra lingua –che la famiglia avrebbe perso le braccia che la mantenevano, veniva fucilato sul posto. E coloro che si arruolavano venivano impiegati in trincea come carne da macello, mandando avanti i soldati del Sud nelle azioni più rischiose.

Naturalmente le condizioni di miseria in cui vennero gettati i meridionali provocarono un’emigrazione di massa, anch’essa difficile da stimare. Aprile sostiene che essa possa avere raggiunto, dal 1860 ad oggi nel suo insieme, il picco di venti milioni. Al di là dei numeri raccapriccianti, resta il fatto inoppugnabile che partirono gli uomini più dotati. Sono interessanti a tal proposito le considerazioni dell’autore su un dato sociologico grave: al Sud sono venute a mancare tre generazioni di padri, che avrebbero avuto un ruolo insostituibile – diverso da quello materno – nell’educazione dei figli.

 

Il sottotitolo
Quelli elencati in precedenza sono fatti, non opinioni. Ma l’analisi forse migliore del libro la si trova sintetizzata in copertina: Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero “meridionali”.

L’autore si avvale dei risultati della psicosociologia, una disciplina relativamente giovane. In particolare si rifà all’esperimento carcerario di Stanford. Lo studio psicologico venne condotto nel 1971 da un’équipe di ricercatori diretta dal prof. Philip Zimbardo della Stanford University. Gli sperimentatori scelsero 24 studenti universitari maschi, di ceto medio, fra i più equilibrati, maturi e meno attratti da comportamenti devianti, fra i 75 che risposero a un annuncio apparso su un quotidiano che chiedeva volontari per una ricerca. I risultati di questo esperimento, particolarmente drammatici, andarono ben al di là delle previsioni degli sperimentatori. Dopo cinque giorni questi ultimi si videro costretti a interrompere in anticipo la simulazione, suscitando il sollievo dei carcerati e il dispiacere delle guardie. Philip Zimbardo giunse alla conclusione che la prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera.

La psicosociologia potrebbe aiutare a comprendere come persone normali si siano potute trasformare nel Novecento negli aguzzini spietati dei lager nazisti e dei gulag comunisti. Ma può servire ancor di più a capire la crudeltà dei piemontesi nei confronti dei meridionali e la sottomissione di questi ultimi una volta costretti a forza nel ruolo dei carcerati del nuovo Regno. Pino Aprile sostiene che il maggiore sopruso inflitto dai settentrionali alla gente del Sud fu quello di inculcare in essi la coscienza di essere inferiori. Da allora meridionale – terrone – è diventato sinonimo di minorità genetica.
L’operazione è stata condotta con pertinacia e strumenti “scientifici”, come il darwinismo sociale di Cesare Lombroso, i cui studi sulla fisionomia dei criminali dimostrerebbero che la delinquenza sia una malattia endemica al Sud. Del resto ancora oggi fa più notizia un falso invalido campano, che pesa in modo ingiusto ma esiguo sull’erario, rispetto alla vistosa truffa criminale di Callisto Tanzi e delle banche del Nord ai danni di tanti risparmiatori, molti di essi pensionati.

Questo è il contesto “culturale” che ha permesso (e consente tuttora) di prendere in giro milioni di connazionali. Prendiamo il caso della Cassa per il Mezzogiorno, spacciata come intervento straordinario, mentre con essa si destinavano alle opere necessarie al Sud le briciole di ciò che veniva investito al Nord dallo Stato. Davvero la mancanza di infrastrutture del Meridione è colpa dei suoi politici e dei suoi mafiosi?
Inoltre Aprile dimostra che gli abitanti del Regno di Napoli erano dotati di capacità imprenditoriali e avevano creato industrie fiorenti, che funzionavano meglio delle poche allora attive negli staterelli settentrionali. È falso che i meridionali abbiano nel DNA un’incapacità ereditaria al lavoro e all’impresa.

 

Una rivoluzione culturale
Nonostante i primi due terzi del libro Terroni siano a dir poco angoscianti per la drammaticità degli episodi narrati, l’opera è impregnata di un profondo ottimismo. Come dice l’autore nelle ultime pagine, non esiste un’area geografica dell’Unione Europea con analoghe potenzialità di sviluppo. Le enormi energie di un popolo tanto vessato negli ultimi centocinquanta anni possono produrre una fioritura economica e sociale prodigiosa.
Per riuscirci occorre una rivoluzione culturale. Non servono i partiti, sempre più impegnati in Italia in operazioni di piccolo cabotaggio e difesa di interessi particolari. Serve la politica, una visione strategica di ampio respiro, la coscienza di essere un popolo che non ha soltanto un glorioso passato (fatta eccezione per gli eccessi della parentesi successiva al 1860) ma anche le risorse per costruire un meraviglioso futuro.

Se ne sono resi conto i periodici maggiori del Nord, che hanno reagito con acredine al notevole successo dell’opera di Pino Aprile. Le vendite continuano a crescere anche fra il pubblico settentrionale. Sono sempre di più i piemontesi, i lombardi, i veneti, che inviano messaggi di ringraziamento all’autore per avere fatto chiarezza sui reali accadimenti di una ingloriosa pagina della storia italiana, sconosciuta ai più. I giornali impegnati nell’apologia del Risorgimento avrebbero preferito ignorare il fenomeno, ma esso si è esteso tanto da costringerli a recensioni malevole, piene di tiritere trite e ritrite.

L’inno alla speranza di Aprile è ben fondato sulla storia e sulla conoscenza dell’essere umano. Su queste basi occorre fare lo sforzo di uscire dal tunnel dei miti, per es. quelli de “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Non si può più prestare fede a concetti come la “terrificante insularità d’animo” di cui sarebbero affetti i siciliani. Non si può più credere che “bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è”. Non si può più accettare l’ipotesi che i siciliani siano oppressi – per il loro sentirsi divinità di epoche passate – da un desiderio di morte e da un sonno irresistibile da cui possono svegliarsi solo migrando prima di avere compiuto vent’anni.
Forse Giuseppe Tomasi adottò questa lettura poetica perché viveva al riparo del suo mondo di letterato. O forse perché, in quanto aristocratico, egli era compromesso con il sistema.

Non è sufficiente chiedere al Settentrione d’Italia risarcimenti economici e morali, né lamentarsi del trattamento subito fino ad oggi, anche dagli ultimi governi repubblicani. È necessario pretendere che vengano riconosciuti i propri talenti e i propri diritti e non permettere più a nessuno di conculcarli. È giunto il momento di scrivere una nuova pagina del Meridione e dell’Italia intera, a beneficio di tutti. La verità è questa: “Esistono gli Italiani. Ora bisogna fare l’Italia”.

Articolo tratto da Il Covile
 

 

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