Un martire della scienza o un “caso” da rivedere?

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Il caso Galileo è tornato alla ribalta prepotentemente in occasione della mancata visita di Papa Benedetto XVI all’Università La Sapienza di Roma.

L’episodio è stato il pretesto per riprendere per l’ennesima volta il caso del celebre scienziato pisano, che sarebbe stato maltrattato dalla Chiesa, umiliato e offeso nella sua dignità scientifica, dall’oscurantismo clericale di quel tempo.

Ci troviamo davanti a uno dei luoghi comuni meglio costruiti. Sì, perchè Galileo non è stato arso vivo, nè è stato sottoposto a tortura, nè ha mai pronunciato la celebre frase "Eppur si muove" dopo aver ricevuto la condanna al processo…

Anche questa volta approfittiamo di un interessante articolo apparso sul numero di marzo 2008 della rivista Dimensioni Nuove, che vi invito a leggere attentamente. L’articolo "smonta" un luogo comune che per troppi anni è stato accettato senza battere ciglio da molti studenti ignari che la verità è un’altra…

Eccovi l’articolo.

Eppur si muove”. Non c’è studente italiano che non conosca questa “storica” frase. L’aneddoto è così celebre che il nostro studente è anche in grado di dire chi e quando l’ha pronunciata: il celebre scienziato Galileo Galilei il quale avrebbe così commentato la sentenza con la quale veniva condannato dal tribunale dell’Inquisizione romana per aver sostenuto la teoria eliocentrica e dimostrato l’insostenibilità di quella geocentrica. Sì, formalmente, abiurò la sua convinzione che fosse la terra a girare attorno al sole e non il contrario, ma in cuor suo rimase fermamente persuaso della bontà della sua opinione. Non avrebbe potuto fare altrimenti per sfuggire al rogo o ad altro supplizio e perciò l’appellativo di “martire della scienza” gli calza a pennello. Le istituzioni ecclesiali ci fanno proprio una brutta figura e nell’immaginario collettivo il processo a Galilei diventa così il simbolo di una guerra tra due nemici irriducibili, fede e scienza.

Protetto dalla Chiesa
Fatto sta che solo dieci anni prima di subire questa condanna, il nostro scienziato venne accolto con tutti gli onori a Roma, dal Papa Urbano VIII, al quale Galileo stesso aveva dedicato uno dei suoi libri più famosi “Il Saggiatore”. Tra gli anni 1623 e il 1633, quello del processo, tutti lo consideravano l’astronomo "ufficiale" del Papa, i suoi discepoli erano stati nominati professori nelle università dello Stato Pontificio dove la teoria eliocentrica era insegnata tranquillamente, persino dal protestante Keplero che, per sfuggire all’intolleranza dei suoi correligionari, non trovò di meglio che accasarsi a Bologna, nei territori pontifici.
Gli astronomi gesuiti della Specola Vaticana avevano sostenuto ed incoraggiato Galileo nei suoi studi, quando quest’ultimo subiva invece gli attacchi violenti di altri scienziati, invidiosi tra l’altro del successo di cui egli godeva proprio a Roma, dove era stato ammesso alla prestigiosa Accademia scientifica pontificia dei Lincei.
Del resto, la teoria eliocentrico-copernicana esisteva già da un pezzo e l’aveva proposta, cento anni prima di Galileo, proprio un prete, Copernico, che aveva serenamente installato le sue apparecchiature sulla torre di una cattedrale, a Frauenburg. L’opera fondamentale di Copernico, "La rotazione dei corpi celesti", fu dedicata ad un Papa, Paolo III, e venne pubblicata con l’approvazione ecclesiastica. Dunque, nella storia di “Galilei, martire della scienza” qualcosa non funziona. Quello del processo a Galilei sembra piuttosto un caso da rivedere.

Un’ipotesi ragionevole
Quali furono in realtà le ragioni della condanna inflitta allo scienziato pisano nel 1633? Sostanzialmente, esse furono tre e nessuna di esse giustifica un presunto conflitto tra fede e scienza e, tantomeno, la considerazione di Galileo come di uno scienziato ingiustamente vittima dell’arretratezza culturale clericale.
Procediamo con ordine.
Anzitutto, a Galileo Galilei fu richiesto di abiurare semplicemente perché aveva torto. Egli, infatti, si ostinava a presentare l’eliocentrismo come un fatto acclarato quando invece, ai suoi tempi e nonostante le sue argomentazioni, poteva essere considerato solo un’ipotesi, ragionevole e degna di essere approfondita, ma non di più. Durante le discussioni che precedettero l’emanazione del verdetto, i cardinali, che erano poi in gran parte ex-colleghi di Galileo, chiesero al Pisano di mostrare un argomento “forte”.
Egli fu in grado di addurne uno solo: le maree, da attribuire, secondo il Galilei, allo “scuotimento” delle acque provocato dal moto terrestro. I suoi giudici gli fecero notare che questo argomento era inconsistente perché l’alzarsi e l’abbassamento delle acque dei mari dipende all’attrazione della luna. Questa era ed è la spiegazione giusta ma non ci fu verso di convincerlo.
Si comprende bene perché un filosofo contemporaneo della scienza, laico, Paul Feyerabend abbia dichiarato: “Al tempo di Galilei la Chiesa si mantenne ben più fedele alla ragione di Galilei stesso. Il suo processo contro Galilei era razionale e giusto, mentre la sua attuale revisione si può giustificare solo con motivi di opportunità politica”.
Insomma, la prima ragione per la quale Galilei fu condannato è di natura eminentemente scientifica. Del resto, bisognerà attendere molto tempo ancora per avere delle prove certe del movimento terrestre. Solo nel 1851 la rotazione diurna della terrà verrà dimostrata con il celebre pendolo installato nella cupola del Pantheon di Parigi dal fisico francese Léon Foucault.
Galileo fu un grande scienziato, indubbiamente, che, con le sue scoperte, mise in evidenza l’insostenibilità della fisica e dell’astronomia ufficiale del suo tempo, quella aristotelica. Ciò, però, non gli impedì di prendere delle sonore cantonate. Oltre a quella dell’origine delle maree, c’è pure un’altra “stecca”: si ostinava a dire che le comete erano solo delle illusioni ottiche. I gesuiti romani, invece, sostenevano che erano, come sono, dei corpi celesti reali.

…Che non le intendiamo
Il secondo motivo che aiuta a comprendere le reali cause della condanna di Galileo Galilei è di natura più teologica. Nell’empito della polemica, lo scienziato volle assumere anche il ruolo di interprete della Bibbia che, presa alla lettera, nel libro di Giosuè, lascia intendere che sia il sole e non la terra in movimento. Per questo motivo gli fu richiesto, sin dal 1615, cioè quasi vent’anni prima del processo del 1633, di rispettare la distinzione dei due piani e di lasciare ai teologi, certamente più competenti, l’interpretazione delle Scritture, senza alcuna preclusione verso la teoria eliocentrica.
Con grande equilibrio il cardinale Bellarmino affermò che, nel caso in cui si fosse dimostrata la validità delle tesi copernicane, "bisognerebbe andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non le intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra". E concludeva: "io non crederò che ci sia tal dimostrazione, finché non mi sia mostrata".

Non proprio simpatico
Il terzo motivo è di natura più personale perché si sa che spesso gli aspetti emotivi e caratteriali influiscono anche sulla discussione delle idee.
Galileo non era certamente un carattere facile. Passava facilmente alle offese e al sarcasmo, come appare dalla lettura della sua corrispondenza privata. Ad un certo punto se la prese pure con il Papa, Urbano VIII, fino ad allora suo amico e protettore, che gli suggeriva prudenza scientifica nell’esposizione delle sue teorie.
Nel "Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo", Galilei presenta un personaggio, Simplicio, e lo ridicolizza facendolo apparire come uno sciocco. Sulla bocca di Simplicio mise i consigli ricevuti dal Papa, il quale fu così irritato da promuovere il famoso “processo” che si concluse come abbiamo già detto: la richiesta di abiura perché le prove addotte da Galileo non erano sufficienti per dimostrare l’evidenza del sistema eliocentrico.
La condanna fu poi mitissima e tutt’altro che inibente l’attività scientifica del Pisano: recitare una galileo_facing_the_roman_inquisition.jpgvolta alla settimana per tre anni i sette salmi penitenziali (che Galileo continuò a recitare fino alla sua morte perché era un cristiano sincero e fervoroso) e dimorare nella sua confortevole ed amena residenza ad Arcetri, dove continuò a studiare e ad approfondire le sue osservazioni. Morì a 78 anni, munito della benedizione del Papa, mentre mormorava la parola “Gesù”. Questa sì, l’ha realmente pronunziata perché “Eppur si muove” non l’ha mai detto: l’episodio fu inventato di sana pianta da un giornalista, tale Giuseppe Baretti, nel 1757.
A smontare le accuse contro il presunto “oscurantismo” clericale contro la scienza partendo dal caso Galileo, ci pensa lo storico americano John Heilbron (che non è cattolico) il quale ricorda nel suo saggio “Il sole in Chiesa”, apparso nel 1999, che, proprio nel periodo critico della disputa con Galileo, in alcune grandi cattedrali cattoliche gli astronomi – finanziati dalla Chiesa – sperimentavano liberamente, sotto forma di “ipotesi”, la teoria copernicana e affermavano che il movimento era un’ellissi e non un moto circolare. Queste conferme scientifiche venivano ottenute fra le mura delle chiese.

No, nel caso di Galilei nessun martirio “scientifico”, ma solo un “caso da rivedere”. 

Articolo tratto dal numero di marzo 2008 di Dimensioni nuove, a cura di Roberto Spataro. 

 

Saverio Sgroi

Educatore e giornalista, con una grande passione per tutto quello che riguarda il mondo degli adolescenti, dai quali non finisco mai di imparare. Per loro e con loro mi sono imbarcato su questa nave di C&V, di cui sono il "capitano". Ma come tutti i capitani, non potrei nulla senza una grande squadra ;-)