Un matrimonio

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Un film di Pupi Avati. Con Micaela Ramazzotti, Flavio Parenti, Christian De Sica, Katia Ricciarelli, Valeria Fabrizi, Andrea Roncato. Produzione: Rai Fiction. Paese: Italia. Uscita: 29/12/2013. Target: 14+.

E’ la storia di un matrimonio che regge alle turbolenze della vita. Una avventura straordinaria che racconta mezzo secolo di una coppia innamorata – Carlo e Francesca – appartenente a due ceti sociali apparentemente inconciliabili che si sposano nel Dopoguerra e la cui storia approda fino ai nostri giorni in mezzo a difficoltà, lutti, speranze disilluse e grandi gioie.

Sullo sfondo un’Italia che cambia repentinamente e raccontata attraverso la quotidianità di un’istituzione, quella del matrimonio, che un tempo era considerato il punto di forza della società italiana e che ora sembra attraversare una grave crisi.

Un matrimonio è la fiction, ambientata a Bologna, di seicento minuti firmata da Pupi Avati  e coprodotta da Rai Fiction che è andata in onda in queste settimane su Rai Uno, liberamente ispirata al matrimonio del regista bolognese sposato da quarantanove anni e a quello dei suoi genitori. Ma non è tutto. La storia declina con grande garbo e sensibilità anche il delicato tema dell’adozione e della disabilità. Un progetto ambizioso che nelle intenzioni di Pupi Avati ha voluto far riflettere lo spettatore sulla centralità della famiglia, sul legame di coppia che si rafforza proprio con il trascorrere degli anni e sull’indissolubilità del sacramento del matrimonio troppo spesso rappresentato sul grande schermo agonizzante, senza futuro e inquinato da una società che vive ormai senza chiari valori morali e che a volte sembra  sostituire Dio con l’io.

E’ in questo senso che per questo sceneggiato si è parlato di scandalo. Perché – ha dichiarato recentemente Monsignor Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia – oggi in Italia fa scandalo un matrimonio che dura cinquanta anni e in cui si apprende, giorno dopo giorno, l’arte del dialogo e della comunicazione interpersonale. Senza tralasciare la famiglia come luogo degli affetti e in cui la persona prende coscienza della propria dignità.Tutto questo e altro ancora sembra essere la comunità famiglia che sta a cuore anche al grande regista bolognese.

Queste le premesse nobilissime intorno alle quali è stato costruito questo sceneggiato che ha però probabilmente un po’ deluso lo spettatore attento che si aspettava, considerando anche il lancio pubblicitario della fiction che esaltava  la famiglia nata dal matrimonio, qualcosa di più.

A tal proposito qualcuno potrebbe osservare che si poteva osare di più e raccontare, ad esempio, la storia di due coniugi che nonostante le incomprensioni, le liti e i malumori che esistono in tutti i matrimoni, non tradiscono. Decidono di rimanere sempre e comunque. Così non è stato.

Nella fiction interpretata tra gli altri dalla brava Micaela Ramazzotti (forse troppo emaciata e troppo sofferente nel vivere la sua missione di madre e di moglie) e da un ottimo Flavio Parenti, la fedeltà è un qualcosa che non appartiene ai tanti protagonisti maschili della fiction (il padre di Francesca, ad esempio, tradisce ripetutamente e serenamente la moglie) e non è affatto vissuta come una libera scelta che insegna alla coppia a custodirsi reciprocamente. Lo stesso matrimonio dei due protagonisti attraversa l’aspro e duro sentiero del tradimento in grado di minare alle basi il matrimonio e di farlo implodere per sempre. Fino all’arrivo di un ripensamento in extremis da parte di Carlo, il quale (lasciata la moglie dopo venticinque anni di matrimonio per una ambiziosa trentenne) ritorna improvvisamente a casa dopo alcuni anni, lasciando sbigottito lo spettatore che non si è affatto accorto del reale pentimento e cambiamento interiore del protagonista. Un personaggio brillante che nel corso delle puntate è apparso prima attento, forte e sempre leale nei confronti della fidanzata per poi trasformarsi inaspettatamente in un marito fragile (basti pensare all’incontro con la prima fidanzata), assente (anche quando si trova a casa) e  un padre a intermittenza, logorato infine da una bramosa frivolezza di cui lo spettatore non si era davvero accorto nel corso della prime puntate della fiction.

E ancora il fidanzamento di tutti i personaggi della fiction (protagonisti compresi) brucia subito le tappe e passa attraverso la banalizzazione della sessualità, non riconoscendo nel fidanzamento quella stagione unica che apre davvero alla reale conoscenza dell’altro.

Questi, secondo il parere di chi scrive, i punti deboli dello sceneggiato di Avati che ha avuto però il coraggio di declinare – in una fiction andata in onda in prima serata – quei principi universali che arricchiscono il significato più profondo della parola amore: dono prezioso che vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono, rispetto, allegria e attenzioni per l’altro. Gli unici in grado di tenerlo in vita per sempre.

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress - Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall'Ordine Giornalisti Sicilia