Un nuovo capitolo

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2° classificato del concorso Una storia per la vita

Era una piovosa serata di novembre. Smith si accese una sigaretta, l’ennesima?
Le dita smisero di battere sulla tastiera del PC. Mancavano pochi minuti a mezzanotte e Giovanni quella sera proprio non riusciva a scrivere, consapevole comunque di essere già in ritardo con il suo odiato editore, al quale doveva consegnare un romanzo entro due mesi. La tazzina di caffè sulla scrivania era vuota: era il quarto che beveva quel giorno.

Due giorni prima era stato avvertito della morte di suo padre. Un ictus improvviso l’aveva colpito nella sua casa a Milano, dove viveva solo, vedovo da molti anni. Giovanni cercava di non darlo a vedere, ma era davvero distrutto. Aveva perso sua madre a sei anni e da quel momento suo padre l’aveva cresciuto, occupandosi di lui lungo tutta l’adolescenza. Da ragazzo aveva avuto sempre e solo lui come riferimento e come guida, anche nei momenti più difficili, ed era lui che lo aveva fatto appassionare alla letteratura, leggendogli fin da piccolo poesie e racconti. Grazie a lui  Giovanni era diventato uno scrittore apprezzato e, nonostante avesse solo ventinove anni, già aveva pubblicato diversi libri. Ma ora suo padre era morto. Era morto e bisognava farsene una ragione.

Giovanni, però, non ce la faceva, si era depresso. Negli ultimi sei mesi, tra l’altro, non aveva scritto più nulla ed era convinto che la sua carriera, da poco fiorita, stesse già svanendo. Inoltre, come se non bastasse, Elena, sua moglie, non era con lui in quel momento difficile. Attualmente si trovava a New York, dove stava conseguendo un master in economia: l’impegno era improrogabile e non sarebbe potuta tornare prima di una settimana. Questa era la goccia che aveva fatto traboccare un vaso già parecchio instabile.

Per colpa di tutto ciò Giovanni era crollato. Quella sera non gli importava più niente di niente. Quella sera avrebbe mandato in rovina tutto ciò per cui aveva vissuto e lavorato. Desiderava morire, farla finita con questa vita che da qualche tempo gli procurava solo sofferenze. Era stanco, sfinito, demotivato. Gli tornarono in mente quelle parole del monologo shakesperiano su cui aveva spesso riflettuto:
Essere o non essere, questo è il problema. Se sia più nobile sopportare le percosse e le ingiurie di una sorte atroce, oppure prendere le armi contro un mare di guai e, combattendo, annientarli.
Morire, dormire. Niente altro.

Dormire? Giovanni si trascinò verso la credenza delle bevande che si trovava accanto al divano e dopo aver afferrato una bottiglia di ottimo whisky irlandese iniziò a bere, sdraiato sul divano con le finestre aperte, esposto alla corrente d’aria di quella fredda e buia nottata di dicembre.

Driin? Driin? Driin.. Sulla scrivania il telefono suonava. Erano le undici del mattino e il sole faceva penetrare i suoi raggi all’interno della casa, dalle finestre spalancate del salone. Giovanni era nel dormiveglia, ma l’incessante susseguirsi degli squilli gli fece aprire del tutto gli occhi. Se il suo migliore amico l’avesse visto in quel momento, forse non lo avrebbe riconosciuto. Buttato sul divano con la camicia sbottonata, una bottiglia di whisky vuota ai suoi piedi e due spaventose occhiaie, Giovanni stava lentamente tornando in sé e la realtà ricominciava a invaderlo con forza: la morte del padre, i problemi di lavoro, la sbronza? ed Elena, lei era ancora lontana.

Driin.. Driin.. Driin.. Il rumore degli squilli era insopportabile e le vene pulsavano nelle tempie di Giovanni per il mal di testa. Allungò una mano sul tavolino accanto al divano per prendere il cordless.
“Pronto?”. La sua voce era roca, e uno starnuto fece ricordare a Giovanni che le finestre erano state spalancate per l’intera notte.
“Pronto, amore, ma che hai? È tutta la mattina che ti chiamo! Ma cos’è ?sta voce,  stavi dormendo?”
Giovanni esitò; non sapeva che rispondere.
“Si, stamattina ho fatto tardi, ieri sera ho scritto fino a mezzanotte?”
Giovanni si sentiva male, aveva appena mentito spudoratamente alla donna che amava, ma non aveva scelta. Elena non doveva sapere nulla.
“Senti, lo so che ti sei appena svegliato e sei stanco, ma ti devo dare una notizia meravigliosa! Non riesco a resistere..”, la voce di Elena mostrava un entusiasmo a mala pena tenuto a freno, “..sono incinta. Aspettiamo un bambino!”

È difficile descrivere cosa provò Giovanni in quel momento. La notizia lo colse alla sprovvista, per un attimo fu disorientato, ma dentro di sé sentì una nuova forza, una speranza che affiorava lentamente.
“Scusa, io avrei voluto dirtelo di persona al mio ritorno, ma.. non ce l’ho fatta. Dovevi saperlo subito?”
Un’improvvisa esclamazione di gioia proruppe dal giovane in quel momento:
“Amore, ma che dici? Hai fatto benissimo! Non vedo l’ora di vederti e di poterti riabbracciare! Tu non sai che gioia mi hai dato!”

Se durante la notte Giovanni aveva pensato ad Amleto, quella mattina nella sua testa affiorarono tutt’altre parole. Finita la telefonata si alzò, si vestì e si sedette davanti al PC. Prima che giungesse il tramonto, Giovanni aveva terminato il primo capitolo del suo nuovo romanzo?

 

L’autore di questo articolo è stato premiato con una copia del libro Scusa New York vado di corsa, e con 10 punti validi per il concorso Cogitante del mese di febbraio.