Un orologio da Nobel

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Siamo noi a controllare il tempo o è il tempo a controllare noi?

Siamo abituati a girare sempre con un orologio al polso e, se non lo possediamo, a guardare frequentemente i nostri smartphone, laptop e tablet per avere sempre sotto controllo l’ora.
Al giorno d’oggi la conoscenza del tempo ci sembra un’informazione così rapida e scontata da ottenere che non ci è mai sorto il dubbio che potesse esistere un’altra tipologia di tempo: quella che scandisce il nostro corpo, vivendo giorno per giorno e svolgendo le sue quotidiane attività fisiologiche. Infatti abbiamo sempre avuto la concezione del tempo come qualcosa di esterno a noi, che possiamo misurare secondo particolari criteri ma che non ha nulla a che fare con la nostra persona biologica.
I tre scienziati statunitensi Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young sono però riusciti a sradicare questo preconcetto e proprio sullo studio di questa tematica si sono aggiudicati il premio Nobel per la medicina il 2 Ottobre 2017.
Il fondamentale quesito su cui essi hanno impostato la loro pluri-decennale ricerca è: siamo noi a controllare il tempo o è il tempo a controllare noi?

Il primo a porsi tale domanda fu lo scienziato francese Jean-Jacques d’Ortus de Mairan che nella prima metà del diciottesimo secolo condusse degli studi sui ritmi biologici delle piante di mimosa. Egli notò come i boccioli di queste ultime si schiudessero durante il giorno e si richiudessero durante la notte. Pensando che questo meccanismo fosse legato all’assenza-presenza di luce provò a tenere le stesse piante al buio per 24 ore di seguito, aspettandosi che non mostrassero mai i propri fiori. Inaspettatamente invece accadde il contrario: anche al buio, nelle ore diurne, le piante si schiudevano. Doveva esistere quindi una sorta di orologio interno che dettava i ritmi fisiologici di tali piante.

Tre secoli e svariate ricerche dopo è finalmente emerso che il funzionamento del nostro corpo umano è strettamente connesso ai ritmi circadiani mediante precisi meccanismi molecolari. Dal latino circa dies, “intorno al giorno”, sono ritmi caratterizzati da un periodo di circa 24 ore: esempi sono il ritmo sonno-veglia, il ritmo di regolazione della temperatura corporea o di secrezione del cortisolo e di altre sostanze biologiche. Fino ad oggi tutto ciò che si sapeva riguardo i ritmi circadiani era che fossero regolati da un indefinito gruppo di cellule del Sistema Nervoso Centrale denominato Nucleo Soprachiasmatico.

Gli studiosi sopra citati hanno dimostrato l’esistenza di particolari molecole biologiche che fanno da “mediatrici” tra lo svolgimento di una funzione corporea come potrebbe essere il rilascio di melatonina, e il particolare arco di tempo della giornata in cui questa avviene, in questo caso la notte. Non solo, questi ritmi circadiani sarebbero ereditabili: esiste infatti un particolare gene denominato period che, se mutato, distrugge completamente l’ordine dell’orologio biologico in cui vengono indotte tali mutazioni. Hall, Roshbash e Young sono riusciti ad isolare questo gene e a scoprire per una proteina i cui livelli aumentano di notte e diminuiscono di giorno. Contemporaneamente hanno scoperto anche altri geni oltre a period che soprintendono i meccanismi di funzionamento dell’orologio, dando prova di quanto siano minuziosi i suoi ingranaggi.

Ecco quindi come ancora una volta, nella scienza, nulla viene lasciato al caso. Se pensavamo che dormire la notte ed essere attivi di giorno fosse semplicemente una naturale predisposizione dell’homo sapiens oggi dobbiamo ricrederci. Anche i misteriosi effetti del jet-lag hanno trovato in questo studio scientifico un proprio perché: come tutti gli orologi che si rispettino anche il nostro corpo non è esente dalle regole del fuso orario e risente fisiologicamente di questi bruschi spostamenti delle lancette.

Curioso, quindi, come ciò che oggi siamo riusciti quasi pienamente a controllare, lo scorrere del tempo, in realtà ci controlla a sua volta, imponendoci dei ritmi cui non possiamo soprassedere ma che ora possiamo finalmente conoscere.

 

Articolo di Elisabetta Ciavarella

Cogitoetvolo