Pollo alle prugne

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Un film di Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi. Con Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Eric Caravaca. Titolo originale Poulet aux prunes. Durata 91 min. – Francia, Germania 2011. – Officine Ubu. Uscita: 6 aprile 2012

Tehran, 1958. Nasser Ali è un virtuoso del violino, che la moglie ha fatto a pezzi, infrangendogli il cuore. Perduto il suo strumento, Nasser prova inutilmente a sostituirlo, spingendosi in botteghe di città lontane. Fallito ogni tentativo e incapace di essere altro che un musicista, Nasser si lascia morire nel suo letto davanti agli occhi smarriti dei suoi figli e di una consorte mai amata. Si da’ otto giorni a cui corrispondono otto quadri diversi del film, per decidere di che morte morire.

Dopo il meritato successo ottenuto con il lungometraggio d’animazione Persepolis, Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud tornano nelle sale con un film questa volta fatto con attori in carne e ossa: le aspettative posso aver nuociuto, ma il risultato raggiunto non ha niente a che vedere con lo splendido cartone animato sulla giovinezza della regista. Il palco della storia è anche in questo caso Iran, tuttavia la narrazione non si svolge nella dolorosa attualità iraniana, che giocava un ruolo determinante nelle vicende della protagonista del primo film, ma nella Teheran degli anni ’50 a metà tra il sogno e la realtà. Non a caso il film si apre con il tradizionale incipit delle fiabe persiane: “C’è nessuno? Non c’è nessuno…” e assume man mano i lineamenti di una fiaba dal gusto agrodolce. Le ragioni di una scelta simile per raccontare la difficile realtà dell’Iran vanno ricercate nel gusto artistico molto estroso della regista e disegnatrice Satrapi e probabilmente nel fatto che essendo ormai da molti anni lontana dal suo paese natale ha preferito approcciare la materia con umiltà e allo stesso tempo con quella fantasia che è senza dubbio l’ingrediente principale della ricetta di “Un pollo alle prugne” e del suo modo di fare cinema.

Anche se l’impegno politico non è esplicito, tuttavia centrale nel film è la riflessione sul tema dell’impegno, nel senso “alto” del termine. Il protagonista, il più celebre violinista del Paese, decide infatti di suicidarsi dopo che la moglie per disamore e frustrazione gli disintegra il suo amato e insostituibile strumento al culmine dell’ennesimo litigio domestico. Col tempo si scopre che a quel violino era legata una storia d’amore naufragata con una donna, chiamata, con una chiara allusione, Iran, purtroppo impossibile d’amare per colpa di un padre despotico. In questa tragedia, si può rileggere la vita della regista, lontana da un Paese che vorrebbe aver amato. E così parlando del passato favolosamente, si riflette soprattutto sull’attualità del Paese, con un taglio esistenziale: è possibile dare un senso a questa vita, realizzare i propri desideri nonostante gli ostacoli del destino, proteggere un amore per sempre, lasciare un segno positivo sulla terra? Le risposte sono amare e sfiorano il nichilismo. Alla fine, attraverso alcune scene deliziose come la parodia del suicidio di Socrate, il film vuole strappare una risata sull’inevitabilità della fine di tutto, dall’amore per Iran all’arte stessa, continuamente sbeffeggiata e demistificata; e la libertà sembra non essere altro che l’illusione degli uomini, che sono in realtà insignificanti pedine sullo scacchiere del destino.
Il film pecca a volte di eccessivo manierismo di stile con un montaggio che ricorda molto da vicino quello del “Fantastico mondo di Amelie”, e d’esagerazione, che non è un problema finché non arriva ad annoiare. E così mentre si salta da un flashback nostalgico a un flashforward in una sitcom americana, lo spettatore si domanda il senso di tutti questi stravolgimenti narrativi. Allo stesso modo, a volte appaiono ingiustificate le citazioni al cinema, soprattutto europeo, come l’omaggio a Sophia Loren. Tuttavia si apprezza la convivenza nella stessa pellicola di generi diversi, sitcom, commedia, drammatico con alcuni spaccati di animazione. Le immagini e le ricostruzioni oniriche di un Paese che racchiude in sé tutto il fascino delle millenarie fiabe delle Mille e una notte valgono la pena di essere viste, ma astenersi fegati deboli, questo Pollo alle prugne può risultare indigesto.

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Studio Lettere Classiche a Milano, ma non spaventatevi perchè scrivo in Italiano. Anzi penso che proprio nei grandi classici che ci hanno tramandato i Greci e i Romani si possano trovare delle chiavi per vivere più a fondo il nostro presente. Quando non non sto con le persone a cui voglio bene e non sto traducendo, mi piace guardare film. Se sbirciate nel sito, potete trovare qualche mia recensione. PS Il mio film preferito, anche se è stato doloroso sceglierlo, è ‘Into the wild’.