Un uomo vestito di nero

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Uno che cantava per i prigionieri, per i diseredati, per i dimenticati. Uno che non si limitava a guardarli da lontano, ma intonava le loro canzoni.

Quando si dice Man in Black la mente può correre in due direzioni: verso uno dei due famosi acchiappa-alieni del cinema (con una certa preferenza –alla carriera- per il vecchio Tommy Lee Jones) o verso uno dei più grandi cantautori di sempre, John Ray Cash, detto Johnny. Mai sentito nominare? Male. Mai ascoltato? Malissimo. A tutto c’è rimedio, comunque, e conoscere alcuni tratti della vita di un artista come lui può aiutare i più giovani a digerire meglio il country-folk-blues made in Nashville, distante anni luce dai pessimi “prodotti” paramusicali attualmente imposti dai talent e dalle case discografiche, specie italiane. In parole povere: siete ancora in tempo per boicottare i Dear Jack!

Il country di Johnny Cash è semplicemente outlaw, fuorilegge, come quello di Townes Van Zandt o del più famoso Kris Kristofferson. Questo perché Johnny stesso è un fuorilegge. Marchiato dalla dannazione del blues, un po’ come Robert Johnson, posseduto dalla religiosa malinconia delle piantagioni di cotone, dove solo chi canta riesce a lavorare, nero o bianco che sia. Bianco o nero, come Johnny, che ha la pelle bianca, ma si veste di nero, quasi in segno di lutto per i poveri e gli sconfitti, che vivono senza speranza o per quelli che non hanno mai letto né ascoltato le parole di Gesù. Un fuorilegge nato cristiano, Johnny, con un cuore gospel e una giacca da prete, proprio come quella che indossava nella prima puntata della terza stagione de La casa nella prateria, nel 1976. Nato cristiano e segnato dal dolore, il dolore di chi vede morire un fratello appena quindicenne a causa di una motosega impazzita o il dolore di chi si ritrova davanti un successo forse inaspettato, difficile da gestire. Dolore e farmaci. Dolore e alcool. Dolore e distruzione.

Il mondo della musica, e del rock in generale, ha conosciuto centinaia di artisti dalla personalità complessa che non hanno sopportato le angosce della propria vita. Nel momento in cui scrivo penso a Shannon Hoon, Layne Staley ed Elliot Smith, forse perché hanno un posto speciale nel mio (miserrimo) repertorio musicale. A tutti, in fondo, forse mancava un po’ di amore. Sicuramente era così per Johnny Cash, fino a un certo punto della sua vita: una moglie e quattro figli, sì, ma anche un arresto per traffico di stupefacenti, incendi dolosi, un’overdose quasi letale, un “ritiro spirituale” nella natura selvaggia bevendo acqua di cactus e morendo (quasi) di fame. Eppure Johnny si salva, sempre. Forse perché è un predestinato; forse perché è in missione per conto di Dio, come i Blues Brothers. Una volta è salvato da un ranger, mentre un’altra volta a salvarlo è una donna insospettabile, che vive una vita radicalmente opposta rispetto alla sua: è June, l’amore della sua vita.

In diversi bellissimi articoli dedicati da l’Avvenire al mito di Johnny Cash non si fa mai riferimento –per ovvie ragioni, verrebbe da dire- a questo particolare: anche l’amore per June Carter era un amore “fuorilegge”. Quella che è stata definita da molti come una delle storie d’amore più belle del ventesimo secolo, infatti, nacque solo in seconde nozze. Johnny era uno schizzato smarrito in se stesso, June una cantante country cresciuta in una famiglia morigerata e particolarmente religiosa; lui era un dannato, lei una specie di bacchettona; lei l’acqua santa, lui il diavolo. Un diavolo buono, però, in cerca di redenzione. Johnny si avvicina a June, dietro le quinte. È il 1961. “Tu e io ci sposeremo un giorno”. Quel giorno arrivò nel 1968, e fu il primo di un matrimonio durato più di trent’anni, finché la morte non li separò. E morirono praticamente insieme, perché erano diventati inseparabili.

Parlando del suo innamoramento per Johnny, June raccontò: “mi sentivo come se fossi caduta in un pozzo infuocato, e stavo letteralmente bruciando viva”. Eppure fu lei a far scottare quella vecchia canaglia, col suo fare gentile, con la sua delicatezza, con la sua dedizione. Se tutti gli amori fossero così! Magari nati storti, magari impetuosi, magari apparentemente frivoli, eppure capaci di smuovere le montagne, di trasformare un cuore di pietra in un cuore di carne. Amori forse fuorilegge, ma capaci di convertire persino uomini come l’indimenticabile John Ray Cash, detto Johnny.

Uno che cantava per i prigionieri, per i diseredati, per i dimenticati. Uno che non si limitava a guardarli da lontano, ma intonava le loro canzoni (Greystone Chapel, ad esempio, scritta proprio da un galeotto). Uno che sapeva come regalare attimi di pura felicità agli ultimi, come a San Quintino nel ’69. Uno che, semplicemente, vestiva di nero.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.