Un vuoto incolmabile: il suicidio della piccola Anna

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Si è tolta la vita gettandosi dal terzo piano, incapace di far fronte al vuoto che le bruciava dentro. Era solo una bambina, soffriva di anoressia. E nessuno è stato in grado di prendersi cura di lei.

Anna aveva 11 anni, sembrava una bambola, bionda con gli occhi azzurri, troppo esile, troppo fragile. Il 7 novembre scorso alle 19.30 si è tolta la vita gettandosi dal terzo piano della sua casa a Torino. Un salto nel vuoto, estremo, drammatico, paradossale, per scappare dal vuoto che aveva dentro. Perché Anna, anche se aveva appena 11 anni, soffriva già di anoressia, un disturbo alimentare che nella maggior parte dei casi è generato da un vuoto interiore e che genera un altro vuoto, di cibo, di energie e, alla fine, di vita.

L’età dei disturbi alimentari si sta abbassando drasticamente, ci sono bambini che iniziano a soffrirne anche a 7 anni. S’inizia diminuendo le quantità di cibo, aumentando le ore di sport, e poi si finisce in una spirale che nel 10-20% dei casi porta alla morte. Solo in Piemonte i casi sono aumentati del 30% nell’ultimo anno. Il “Centro pilota piemontese di disturbi del comportamento alimentare” segue pazienti dai 15 anni, ma, dato l’abbassamento dell’età d’insorgenza, è stato aperto da poco un ambulatorio che faccia da ponte con i casi pediatrici, perché «ormai la maggior parte degli esordi conclamati avviene prima dei 10 anni» sostiene il professor Secondo Fassino.

Il malessere di Anna, infatti, era iniziato proprio a 10 anni. Era già stata ricoverata per tre mesi all’ospedale Regina Margherita di Torino, ma non era servito né a guarire il suo corpo, né tantomeno a estirpare il suo vuoto interiore, un vuoto profondo che spesso i genitori non comprendono e non sanno affrontare. Medico il padre, insegnante delle scuole medie la madre, due adulti con grandi responsabilità nei confronti della società, non sono stati in grado di guarire, di aiutare, di sostenere la loro stessa figlia. I disturbi alimentari nascono spesso da una profonda carenza, di affetto, di attenzioni, di autostima. Più che malattie, questi disturbi sono dei sintomi. Sintomi di infelicità, di solitudine, d’incomprensione. Alcuni troveranno paradossale la possibilità di sentirsi soli nell’era del tutti-connessi; infatti, ancora più drammaticamente, questi disturbi che non trovano guarigione nel mondo reale, trovano un aggravante nel mondo virtuale. Numerosi i blog e forum dedicati non alla cura, ma al sostegno di persone affette da anoressia, in cui ragazze e ragazzi, donne e uomini si scambiano suggerimenti, mantra, decaloghi e s’incoraggiano a vicenda nel proseguire la loro sfida personale al peso corporeo. «Regola dei tre bocconi: prova a fermarti al terzo boccone di ogni pietanza. Bevi un bicchiere di acqua ogni ora, possibilmente fredda così brucerai più calorie. Evita la cena, se puoi dalla al tuo cane o buttala di nascosto. Lava i denti dopo aver ingerito qualcosa e porta qualcosa addosso che ti ricordi che Ana – la dea dell’anoressia – è lì con te e ti sta guardando». Non avete letto male, in quel post c’è scritto proprio che esiste una dea dell’anoressia e che si chiama Ana.

Molti pensano che alle persone anoressiche manchi la forza di combattere la malattia, me in realtà loro la forza ce l’hanno, la forza innaturale di combattere l’istinto della fame, l’istinto primordiale di sopravvivenza. Non è la forza di volontà che manca, ma tutto il resto. Manca una ragione di vita che vada al di là di un riflesso nello specchio, manca il calore umano di chi sa farti sentire speciale al di là dei numeri sulla bilancia, manca la vicinanza di chi ti ama espressa attraverso i piccoli gesti quotidiani, un sorriso, una carezza o un semplice “come stai?”. Sono bambini soli, disorientati, senza punti di riferimento o con i riferimenti sbagliati quelli che riversano il loro malessere sul cibo. La domanda, quindi, non è più perché quei bambini diventano anoressici. La domanda è: dove sono gli adulti?

Susanna Ciucci

Nata a Milano, laureata in Lettere Moderne e in Media Management, frequento il Master in International Screenwriting and Production all’Università Cattolica. Credo fermamente nel potere delle parole. L'ottimismo e l’inestinguibile voglia di dire la mia mi hanno portato ad aprire un blog “Outside the box. Pensare oltre”. E, dulcis in fundo, ho appena tirato fuori dal cassetto il mio primo libro, DISEGNI TRA LE NUVOLE (L'Erudita, 2016), una raccolta di racconti che vuole tenervi "col naso all'insù".

  • Credo che più che di rimproveri i genitori della piccola Anna abbiano bisogno di aiuto, di conforto, anche perché a rimproverarli, forse andando anche oltre il giusto, avranno già la propria coscienza. Questo articolo mi sembra vada oltre le righe e, francamente, in questo contesto, mi dispiace proprio.

  • Gentile Alessandro, lo ammetto, mea culpa, sono stata molto dura. Il fatto è che questi eventi mi colpiscono nel profondo, soprattutto quando ci sono di mezzo i bambini. Non voglio erigermi a giudice dell’umanità, sono anche io una persona che sbaglia, ma vorrei che le persone riflettessero. Probabilmente i genitori di Anna hanno già la loro coscienza a tormentarli (non hanno bisogno di leggere alcunché per riflettere, questo articolo non è per loro), tuttavia ci sono tantissimi genitori – ne conosco molti, ahimé – che quei piccoli-grandi errori li continuano a commettere giorno dopo giorno. La mia durezza è per loro, perché li vedo trascurare dei bambini che chiedono aiuto con ogni gesto, verbale o non. Gesti che non vengono colti o che vengono – coscientemente? – ignorati, per motivi di lavoro o di altri impegni che ritengono più importanti e urgenti. Per loro non è ancora troppo tardi. Allora spero che leggendo di questo drammatico evento, magari punzecchiati da qualche frase un po’ forte, possano tornare a guardare i propri figli e a prendersi cura di loro, prima che di sé stessi.