Una corsa da Oscar

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Si è battuto per coronare un sogno: gareggiare alle Olimpiadi insieme agli altri atleti, obiettivo sfuggitogli per pochi decimi di secondo. “Vorrei vedere i bambini normali e quelli disabili fare sport insieme”.

Conoscere Oscar Pistorius, l’atleta che corre con due protesi di carbonio al posto dei piedi, è un’emozione. Non tanto, o non soltanto, per la straordinarietà del caso, quel suo voler abbattere a tutti i costi la barriera che divide gli atleti disabili dai normodotati, quanto per l’equilibrio, l’entusiasmo, la freschezza e l’energia che animano questo ragazzo sudafricano capace di lanciare un messaggio di speranza in tutto l’universo della disabilità.
L’incontro con Oscar si svolge a Verona. L’occasione è la consegna del Premio Ussi “Campione nella vita, campione nello sport” in una sala gremita di studenti. Le domande si intrecciano a ritmo serrato ma c’è una risposta alle curiosità di tutti, con una immediatezza che conquista. Così come a conquistare è la battaglia che Oscar ha combattuto contro l’ottusità di chi gli ha negato a lungo il pass per le Olimpiadi.

“Chi perde davvero non è chi arriva ultimo nella gara. Chi perde davvero è chi resta seduto a guardare e non prova nemmeno a correre. Questa frase me l’ha scritta mia madre in una lettera da leggere quando fossi diventato grande. Cinque mesi prima, a meno di un anno, avevo subito l’amputazione dei piedi…”. Comincia così Dream Runner, il libro autobiografico scritto da Oscar Pistorius con la collaborazione del giornalista italiano Gianni Merlo, inviato della Gazzetta dello Sport. E prende forma così anche la motivazione di un atleta disabile che – come ha scritto Candido Cannavò – “fa paura perché per la prima volta un disabile può battere i normodotati”.

 

L’intervista

Quando hai iniziato a fare sport?
Ho sempre fatto sport con i ragazzi normali grazie anche a una famiglia che mi è sempre stata vicina. Fino a 17 anni giocavo a rugby, poi dopo un infortunio ho cominciato a correre sui campi di atletica per completare la rieducazione. La mia avventura è iniziata così: prima l’obiettivo di prendere parte alle Paralimpiadi, poi il sogno di partecipare a un’Olimpiade vera. È stata una battaglia estenuante: non ho realizzato per pochi decimi di secondo il minimo per Pechino ma adesso punta tutto su Londra 2012.

Non è stata, la tua, una battaglia combattuta in solitudine.
Ho sempre avuto accanto un sacco di persone: prima di tutto i miei genitori, poi gli amici, i compagni di squadra, la gente comune.

Conosci anche tu il motto di De Coubertin: non è importante vincere ma partecipare.
Un motto che vale anche e soprattutto per i disabili. Non è importante adattare una disciplina sportiva alla disabilità, è importante invece che l’atleta disabile si cimenti in tutti gli sport per divertirsi, non certo per vincere o per battere i record. Il mio obiettivo? Vorrei vedere i bambini normali e quelli disabili fare sport insieme.

Qual è lo spirito di chi partecipa alle Paralimpiadi?
L’agonismo è molto relativo. L’atleta corre soprattutto contro se stesso, per migliorare la propria misura o il proprio tempo. Non ha senso dimostrare di essere il migliore di tutti, arrivare a correre è già un grandissimo successo.

Tu ti alleni però con un impegno straordinario, lo stesso impegno degli atleti che puntano a vincere l’oro alle Olimpiadi.
Scendere in pista senza aver cercato di dare il meglio di sé in allenamento, giorno dopo giorno, non avrebbe senso. All’inizio della mia carriera, cominciata nel 2004, non è stato semplice. Oggi ho imparato a gestire la pressione, ad allenarmi con criteri scientifici, a curare l’alimentazione e tutte quelle piccole cose che fanno comunemente parte della vita di un atleta.

Attorno alle tue protesi è una nata disputa: qualcuno sostiene che offrono vantaggi superiori a chi gareggia con le scarpette chiodate. Chi ha ragione?
Come si fa a stabilirlo? Io non lo so perché non ho mai corso con un paio di gambe normali, non conosco la differenza. Bisogna però tenere conto di ciò che perdo in partenza, visto che non ho né polpacci né piedi per spingere, in curva e sul fondo bagnato. C’è proprio in Sudafrica un esempio pratico: ho un amico, Jos Van der Linde, che ha perso le gambe in una incidente in fattoria. Prima di allora correva i 100 metri in 10”4, adesso con protesi simili alle mie corre in 11”5. Se quelle protesi lo avessero avvantaggiato correrebbe in 92”! Ma al di là di questo vorrei far capire che per ottenere risultati importanti l’atleta deve lavorare duramente, cercando di ottenere il massimo dal proprio fisico.

Fino a che punto la ricerca tecnologica può essere di aiuto?
Negli ultimi anni sono stati compiuti passi importanti: si cercano materiali più leggeri ma più resistenti non soltanto per le protesi alle gambe ma anche per quelle alle mani. Oggi ci sono dei collegamenti nervosi che danno la possibilità di muovere anche le dita. A Venezia ho conosciuto Beatrice, una bambina di 12 anni che ha perso le gambe per una meningite fulminante. Beatrice faceva scherma agonistica e sogna di tornare in pedana con le compagne e le avversarie di un tempo. Ce la farà: ha una forza incredibile che la aiuterà non soltanto nello sport ma anche nella vita di tutti i giorni.

Tu sei diventato una bandiera, una icona. Una responsabilità che ti pesa?
Nessun peso, nessuna responsabilità. Sono orgoglioso di ciò che ho fatto ma soprattutto sono fortunato perché ho la gioia di poter regalare a tanti ragazzi la possibilità di reagire alla sfortuna e alla malattia. Posso aiutare anche gli atleti disabili, dare loro coraggio, spingerli a una maggioro professionalità. So però che non mi devo fermare. Dare visibilità al nostro mondo è importante, la gente deve capire ciò che possiamo fare, non incaponirsi su quello che non possiamo fare.

C’è stato un momento, nella tua vita, in cui ti sei perso d’animo?
Non mi sono mai abbattuto. I miei genitori non mi hanno mai trattato come un ragazzo senza gambe, ma solo come un ragazzo, un figlio come gli altri. Vivo ogni giorno come un uomo, non come un uomo senza gambe. Ho perso mia madre, Shella, qualche anno fa: è stata una persona fondamentale per la mia crescita, così come lo sono stati mio padre Henke, mio fratello maggiore Carl, mia sorella Eme.

Quali sono gli sport che ami, oltre all’atletica?
Il rugby, naturalmente. La pallanuoto, la boxe, che ho praticato da bambino, e poi il calcio. Faccio il tifo per il Manchester United e per la Lazio.

La Lazio?
A Roma mi hanno consegnato la maglia numero 10 con il mio nome, un regalo della Lazio che ho apprezzato moltissimo e che conservo gelosamente.

Chi sono i tuoi campioni preferiti?
Valentino Rossi è in cima a tutti, mi piacerebbe conoscerlo. E poi Frankie Frederick, il grande velocista che gareggiava per la Namibia. Oggi è ingegnere minerario, molto apprezzato nel suo lavoro.

Articolo tratto da Mondoerre.

 

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