Una curiosa diciassettenne

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Il mio primo incontro con lei al di fuori dei banchi scolastici è stato certamente un po’ insolito. Lei stava là, alta, immobile, fredda, proprio accanto all’entrata della chiesa di San Luigi dei Francesi, a Roma; io al contrario rimanevo in basso e la guardavo col naso all’in su, scosso ed estasiato allo stesso tempo. Il suo nome non mi era per niente nuovo, ma si perdeva tra quello di tanti personaggi che compongono il poema della Storia.

Quel giorno invece tutto fu diverso. I turisti le scorrevano di lato senza degnarla di uno sguardo, io invece ne ero del tutto preso; anche il famoso dipinto “La vocazione di Levi” del Caravaggio passò in secondo piano. La sua grande statua marmorea era lì e la raffigurava trionfante con un grande vessillo in mano. Per la prima volta vidi davanti a me Giovanna d’Arco.

La storia di Giovanna si colloca nel bel mezzo di quel lungo processo politico militare che è la Guerra dei cent’anni, e fu proprio la sua azione a determinarlo, stravolgendo quello che sembrava l’esito più probabile: la definitiva occupazione della Francia da parte degli Inglesi.

Giovanna era nata a Domremy, un piccolo villaggio situato alla frontiera tra la Francia e la Lorena; figlia di contadini agiati, non ricevette un’adeguata formazione culturale, tanto da non saper né leggere né scrivere. Appariva ovvio che il suo nome sarebbe dovuto scomparire dalla memoria (Come d’altronde è successo – e succederà- a tutti coloro che vissero senza compiere un qualcosa che li rendesse degni di menzione ai posteri). Come poteva una semplice contadina analfabeta entrare nel bel mezzo delle correnti della storia e cambiarne le direzioni? Era l’ultima tra le ultime; il suo anonimo destino sembrava già segnato. Eppure si realizzò uno di quei fatti che sfuggono alla razionalità della storia, una di quelle dinamiche che i più grandi studiosi non riescono a comprendere.

Intorno al Maggio 1425 – come lei stessa testimonierà – Giovanna comincia a sentire delle strane “voci”, da lei attribuite con fermezza all’Arcangelo S. Michele. A suo dire, queste la chiamavano a compiere una precisa missione: liberare la Francia dagli invasori Inglesi. Ben presto la fanciulla si confidò ad altri questo messaggio, al punto da far diffondere la sua fama al di fuori del suo villaggio, e non solo. Così, sballottata da un colloquio all’altro, tra esami atti a verificare la “correttezza teologica delle visioni”, si ritrovò in poco tempo al cospetto dello stesso delfino Carlo, legittimo erede al trono di Francia ma che al momento si trovava diseredato a causa dell’occupazione Inglese.

Nessuno può comprende quali ragioni spinsero il delfino Carlo a prendere quella che, a vista di tutti, era la meno saggia e più improbabile delle decisioni; ma, forse per disperazione; forse perché sconcertato nel vedere una semplice contadina atteggiarsi, di punto in bianco, come se conoscesse perfettamente i cerimoniali di corte; forse perché non comprendeva come questa avesse potuto riconoscerlo tra tante persone vestite più regalmente di lui e nonostante più volte si fosse schernito dicendo di non essere il delfino; Carlo fu convinto da Giovanna, al punto che le affidò il comando delle sue truppe.

Ecco che qui ha inizio la parte più importante dell’azione politica di Giovanna, e sicuramente la più entusiasmante: una giovane contadina analfabeta – appena diciassettenne – senza aver mai tenuto in mano un’arma, riesce a portare alla vittoria l’esercito fedele al delfino. Le conquiste si succedono una dopo l’altra: da quella della cittadina di Orleans – da cui il nome “la pulzella (La Vergine) d’Orleans –, passando per altre, fino all’occupazione della città di Reims dove per lunga tradizione doveva essere incoronato il re di Francia. In questo modo, Carlo ne divenne il re legittimo.

La sua azione sarebbe degna di nota anche se compiuta da un valoroso uomo adulto; ma qui ci troviamo di fronte ad una giovane contadina che operò in quel medioevo, sì ricco di arte e di cultura – non credo sia stato un “Periodo buio”- ma nel quale le donne avevano un ruolo del tutto marginale. Fu un fatto straordinario.

Come non comparare la sua azione, per contrasto, a quella dei tanti diciassettenni di oggi? Chi tra questi – tra i quali mi aggiungo anche io – penserebbe mai di compiere tali fatti? E’ evidente che la figura di Giovanna sia una delle più suggestive che siano esistite. Il suo fascino è dovuto proprio all’alone di mistero che avvolge il suo operato.

Nondimeno, il suo coraggio non si limitò ad una semplice dimostrazione militare; la sua eroicità si svelò al cento per cento nel corso del processo che la vide accusata d’eresia dopo la sua cattura. ad opera d’un soldato fedele al duca di Borgogna (Avversario del Delfino di Francia),durante l’assedio della cittadina di Compiegne (nel Nord della Francia).

Dato lo scomodo personaggio, subito fu riunita una giuria di esperti – prelati e non – col compito di giudicare quella ragazzina (i membri erano per lo più filo-Borgognoni; quindi avversari di Giovanna e del Delfino, il quale, stranamente, non mosse un dito per liberare colei che lo aveva portato ad indossare la corona). Tutti speravano che la giovane non si sarebbe fatta pregare più di tanto; la sua tenera età faceva pensare che non sarebbe stato difficile costringerla ad abiurare tutto riguardo le sue visioni. Ma i fatti non andarono come ci si aspettava: la ragazza non indietreggiò d’un passo, tanto da costringere i giudici a ricorrere alla tortura. Solo in seguito a questa pena Giovanna si decise a firmare un documento in cui dichiarava false tutte le sue visioni, per poi, pochi giorni dopo, afflitta dal rimorso, fare un passo indietro e negare il documento firmato, pienamente consapevole delle conseguenze. Era una recidiva, una relapsa, e di conseguenza punibile dal braccio secolare; e la sentenza fu durissima: il rogo.

Fu così che, nella piazza della città di Rouen, Giovanna moriva a soli ventun’anni, nel lontano 1433. Ebbe così fine l’azione di una giovane contadina che, quasi ridicolizzando i più grandi tra signori, aveva sconvolto il corso della storia. Dicono che, recatisi a raccoglierne i resti, gli esecutori si accorsero che il suo cuore e le sue viscere non erano state del tutto consunte dal fuoco, nonostante l’abbondante combustibile versato in precedenza.

Sia o no vero, poco importa; ma, come per le sue viscere, il suo ricordo e le sue gesta rimasero intatte alla fiamme.

 

 

 

 

 

 

Studente del terzo anno di Lettere Classiche. Innamorato della natura, della letteratura e di tutto il bello che l’uomo ha creato, crea e – speriamo – creerà.