Una felpa, un pallone

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Brescia, 23 marzo 1943
La campanella dell’una segna la sospirata fine delle lezioni: è un martedì come tanti altri e Dante, un ragazzino di dodici anni, si avvia con i compagni verso l’uscita assorto nei suoi pensieri più tranquilli. Il cielo è terso e si prospetta una bellissima giornata tra gioco e studio. È già sulla via di casa, quando gli gridano: “Dante! Vieni a giocare a pallone con noi come al solito alla Merici?”
Cosciente del fatto che sua mamma lo aspetta a casa per pranzo decide comunque di fermarsi – cosa prevedibile – e unirsi alla squadra davanti alla chiesa di Sant’Angela Merici, nel centro della città.

Dopo pochi minuti dal calcio d’inizio suona l’allarme, che rompe il silenzio e la quiete di quella giornata primaverile, e avverte tutti i cittadini che gli aerei hanno varcato il confine e che presto decideranno quale città bombardare.
Tutti si avviano verso il posto più sicuro, la galleria Tito Speri.
Dante abbandona il pallone insieme alla sua felpa lì, davanti all’entrata della chiesa. E corre, come gli aveva detto sua mamma “più che puoi, come se avessi un branco di lupi alle calcagna”.

E mentre corre, ecco che la sirena continua a bucare il silenzio di una città che si è zittita dalla paura: ormai gli aerei sono alle porte.
La sirena infiamma il cuore di ogni mamma, di ogni papà e di ogni figlio che si chiede: “Perché?”.

È una domanda che non ha risposta, perché la guerra è assurda, è senza senso; è un flagello che l’uomo si trascina da sempre e che finisce sempre con la distruzione, la devastazione, lo sterminio di gente e di popoli che hanno avuto solo la colpa di essere nati dove qualcun altro voleva imporre il proprio potere. E Dante corre senza sosta, senza guardarsi alle spalle insieme ai suoi concittadini, amici e persone che dopo tre anni di guerra la credono quasi una cosa normale.

Arriva all’entrata della galleria e viene travolto da quella folla che sembra aver perso ogni controllo. Ma ora è al sicuro e pensa preoccupato alla sua mamma e a sua sorella, poi sente i rombi dei motori degli aerei che dominano il cielo limpido di una giornata ormai grigia. E li ascolta mentre colpiscono la sua città, la distruggono, la devastano e uccidono la sua gente; poi spariscono come se fossero solo di passaggio.

Alle diciassette riaprono i cancelli e tutti si incamminano verso casa con la paura di aver perso tutto. Dante vuole vedere solo la sua mamma, abbracciarla, baciarla e sapere che è lì, che non se la sono portata via. È sulla via di casa quando vede una grande folla riunita davanti alla chiesa dove quattro ore prima giocava a pallone con i suoi amici. La facciata e la scalinata sono state colpite da una bomba. Sulla strada c’è una donna che piange incurvata su sé stessa con la sua felpa e il suo pallone tra le mani.

Dante la vede, le corre incontro, la chiama: ”Mamma!” e la abbraccia.
Lei si gira, lo vede e scoppia in lacrime: “Pensavo di averti perso”.

Questo è l’amore di una madre che ha vinto, vince, e vincerà sempre contro tutto quell’odio che l’uomo semina tra le genti.
Dante ora è nonno, ha ottantadue anni e sedici nipoti a cui trasmette sempre l’affetto di sua madre.

Articolo scritto da Nicola Musicco

Cogitoetvolo