Una malinconia feconda di parole: C&V intervista Paolo Di Paolo

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“Quello che mi sta a cuore, sempre, in tutto quello che faccio“ ammette “è lasciare qualcosa dentro qualcuno”. Dice che le persone ti insegnano sempre qualcosa, anche un luogo da visitare. Ti indicano che qualcosa è degna di essere guardata: “Nel tempo ti accorgi del deposito che ti hanno lasciato internamente. Lasciare qualcosa dentro qualcuno è il bello dell’esperienza”.

Maglione blu, pantaloni scuri, Paolo Di Paolo sta con la schiena appoggiata alla poltrona. Tiene tra le mani un libro. Siamo seduti nel salone di un albergo romano, a pochi passi da Piazza di Spagna. La luce è soffusa, la musica fa da sottofondo mentre all’esterno sfavilla lo shopping natalizio sospinto da stormi concitati di turisti. Ventisette anni, occhi e capelli castani, Paolo Di Paolo ha uno sguardo a tratti severo, che però quando sorride rivela l’esistenza di un altro uomo: allegro, aperto e sincero, che non teme gli affondi nella malinconia. Il bambino che sfilacciava le agende del padre, immaginando i libri che avrebbe scritto o che si metteva a ticchettare dei fanta editoriali o delle mezze storielle su una vecchia macchina da scrivere del nonno “che poi non avrei più riletto”, adesso è cresciuto e di mestiere fa lo scrittore.

Qualcuno potrebbe osservare che scrivere è addirittura la propria maniera di essere. Perché la scrittura è comunque un modo di vedere. Il suo modo di vedere e di sentire le persone, il mondo che lo circonda. E’una ipersensibilità che si esercita sui dettagli che gli altri trascurano: “Non necessariamente questi dettagli diventano storie” – continua – ”io non credo di essere uno che ha molta fantasia, ma molta immaginazione sì”. L’immaginazione è un po’ diversa dalla fantasia. “La fantasia” spiega “è qualcosa che astrae un dato di realtà e lo trasforma. Lo fa diventare storia altra, parallela all’istante della vita vera. Per me invece l’immaginazione è una capacità di far lievitare nella mente le cose che già sono. Non invento niente in fondo, immagino da uno sguardo, da un pezzo di storia che qualcuno mi racconta. Se invece si tratta di un qualcosa che mi è accaduto, allora memoria e immaginazione si confondono e rielaborano una scrittura del vissuto che se non è mai pienamente autobiografica, senz’altro non si distacca mai dal vissuto”. Il risultato è comunque un’urgenza impossibile da rimandare.

A quindici anni, giovane studente, intratteneva una corrispondenza con Indro Montanelli. All’ultimo anno di liceo ha invitato nella sua scuola, insieme ai suoi compagni, gli scrittori che più amava. E poi i primi romanzi, il giornalismo, la critica letteraria. Paolo Di Paolo ha fatto tante cose in poco tempo. Quasi un continuo correre. La sua esperienza di studente suggerisce l’idea di una scuola ancora in grado di educare e di istruire, di prendersi cura della persona e di aiutarla a scoprire e potenziare i propri talenti.

 

Il pubblico di Cogito et volo si rivolge ad un target di ragazzi, vuoi dire loro qualcosa a questo proposito? Il contatto con un insegnante anche fallibile, anche imperfetto per me è fondamentale per la crescita dell’individuo. Oggi gli insegnanti hanno perso la loro autorevolezza perché è la società a non riconoscergliela. In realtà, andando nelle scuole, mi rendo conto di quanti siano gli insegnanti motivati che riescono a stabilire un rapporto saldo, affettuoso con i loro studenti. In queste aule in tempesta trovo insegnanti equilibrati e appassionati, consapevoli dei difetti dell’istituzione e anche delle difficoltà che i loro studenti trovano ogni giorno nel recepire il programma. Nonostante tutto questo, però, la mattina si alzano con l’idea che è lì che si costruisce il presente della collettività”.

 

Con Dacia Maraini – che rientra nella mappa delle tue amicizie insieme ad Antonio Debenedetti, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi – hai scritto un libro intervista e curato un testo teatrale, Il respiro leggero dell’Abruzzo, interpretato da Franca Valeri. Come mai questo interesse per i libri intervista? “Avevo una grande curiosità nei confronti di questi personaggi che hanno dedicato la loro vita alla letteratura. I libri intervista, che tanti giudicano secondari rispetto alla produzione narrativa, per me sono invece importanti. Perché in questa maieutica della sollecitazione che è l’intervista, vengono fuori anche tratti della personalità di questi scrittori che a volte sfuggono o rimangono occultati nel fondo dei loro libri”. Lo scrittore americano Frederic Prokosch – che a venti anni se ne va a cercare i protagonisti della sua epoca e di cui Paolo Di Paolo parla spesso – ha scritto che attraverso il dialogo due persone si dispongono a un contatto magico. Un contatto che riesce a sottrarre al vuoto qualcosa: un ricordo, un’idea. Perché portando in salvo quel vissuto è come se” mettessimo al sicuro anche qualcosa di noi”. A tratti si percepisce nel suo sguardo, ma anche nei suoi libri, una certa malinconica.

 

Sei una persona malinconica?Sì, profondamente malinconica. E’ una malinconia feconda, produttiva”. E’ quella specie di pensosità, di lieve malessere e di disincanto che nasce dalla fragilità di alcuni momenti che viviamo: “E’ uno sguardo, direbbero i portoghesi, saudadoso. Una sorta di perenne malinconica nostalgia del futuro. Ogni tanto ti fermi e rivisiti il tuo paesaggio interiore ed esteriore con questo sguardo carico di tenerezza. Ogni giorno lotti contro la tua parte imperfetta, però poi ogni giorno nell’esame di coscienza che fai, coccoli anche queste tue mancanze”. La malinconia è uno dei tanti paesaggi possibili dell’anima. E’ un viaggio che ricomincia sempre. Giuliana Bruno, docente di geografia emozionale ad Harvard, scrive che il viaggio, lo scoprire, danno origine a ciò che nel tempo sono stati definiti paesaggi interiori, paesaggi dell’anima o mappe intime destinati ad essere custoditi nell’atlante della nostra memoria.

 

Cosa pensi di questa geografia delle emozioni applicata alla scrittura? Si ferma un attimo a pensare, poi dice: “I miei libri non esistono senza i luoghi. Ci sono tanti luoghi dentro che racconto anche solo immaginati. I luoghi non esistono, sembra dirci Proust, se non grazie alla memoria e all’immaginazione. Voglio dire che un luogo anche il più straordinario, non esiste se non gli abbiamo dato uno spazio emotivo in noi”.

 

Quali letture consigli a un giovane che vuole costruirsi buone basi culturali per leggere i fenomeni editoriali in atto?Gli consiglierei delle scritture che mettono in gioco un’esperienza autentica. Penso ai libri di Sebald, di Uwe Timm, di Herta Muller che ha vinto il Nobel per la letteratura l’anno scorso”.

 

Sono questi, secondo te, gli scrittori che resteranno come punti di riferimento per la produzione letteraria del prossimo futuro?Gli autori che restano come punti di riferimento lo decidono le varie epoche. Oggi ho l’impressione che molto di quello che viene prodotto, e lo dico da lettore attento, sia destinato a sbriciolarsi. I libri che forse resteranno sono quelli che toccano il vissuto, quelli che riescono a testimoniare il proprio tempo perché scavano nel magma dell’esistenza privata”.

L’intervista è finita. Paolo chiede un bicchiere d’acqua. Guarda spesso l’orologio, ha un po’ di fretta. Gli chiedo se è innamorato. Ride all’improvviso. Ammette di avere un mucchio di difetti e che l’amore lo mette a contatto con le sue imperfezioni: “Perché nel prendere le misure con l’altro, ti accorgi di quanto sia difficile gestire e frenare tanti dei tuoi difetti che prima nemmeno vedevi”. L’amore è lo spazio in cui ti assenti da te, mentre ti disponi ad accogliere tutto dall’altro: ”Ogni autentico incontro d’amore deve per forza trasformarti. Non perché ti sei tradito, ma perché ti sei dilatato anche dentro confini che non sospettavi”. Perché l’essere umano è perfettibile. Soltanto perfettibile, aggiunge lui.

 

Giornalista. Membro della Direzione e Responsabile della sezione Cinema e TV.Scrive anche per Cronachedigusto.it, FoodieDrivers.it, Geapress – Agenzia di Stampa. Vincitrice della Borsa di Studio Norman Zarcone, assegnata dall’Ordine Giornalisti Sicilia