Una piazza vuota di odio

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Per risvegliare la coscienza assopita in ognuno di noi.
Questo il motivo per cui, consapevolmente o meno, migliaia e migliaia di giovani, e non solo, sono giunti in Piazza del Plebiscito sabato 4 ottobre e hanno fatto battere il cuore di Napoli di speranza e pace.

“Incredibilmente viva”. Così ho risposto a chiunque mi abbia domandato com’era Napoli. L’aria lì profumava di vita vera come in nessun altro luogo in cui sono stata, sotto i miei piedi sentivo scorrere il sangue di una città che respirava come il mio corpo e mostrava sotto la luce di un sole avvolgente i suoi tesori, le sue meraviglie artistiche, ma anche le sue contraddizioni e le cicatrici della sua lotta. Le cicatrici di una città che combatte senza sosta per proteggere la propria bellezza da chi vuole sfruttarla per denaro, affacciata su un mare protagonista indiscusso della nostra storia. Perciò Napoli era senza dubbio la città più adatta per ricominciare a cambiare il mondo, per scrivere una nuova ed entusiasmante pagina del nostro romanzo.

“Io, cosa sono disposto a fare?”: questo il titolo del nostro nuovo capitolo. Questa la domanda perentoria che la coscienza ci ha posto fin dall’inizio, quando raccolti in preghiera nel monastero di Santa Chiara abbiamo ricordato a noi stessi e al mondo i perché della nostra presenza. La nostra coscienza deve essere disseppellita da indifferenza, paura e rassegnazione, perché possa tornare ad essere strumento di discernimento tra il bene e il male, fonte di coraggio per decidere di metterci la faccia sempre, senza mai credere che i nostri talenti siano troppo poco per poter contare qualcosa; perché possa diventare la strada consapevole per un impegno totale, che non si limiti ad indicare l’ingiustizia, ma lavori con coraggio per estirparla dal mondo.

Quella sera ho scoperto quanto forte possa essere il rumore del silenzio. I cartelli, con i nomi dei 50 Paesi maggiormente dilaniati da violenze e soprusi di ogni genere che ci sfilavano accanto immersi in un’immobile quiete, ci ponevano davanti agli occhi tutte le occasioni in cui nella nostra quotidianità avevamo voltato lo sguardo altrove, decidendo di non accogliere nel nostro cuore la causa della giustizia, la sete di verità, il senso di responsabilità che ci rende uomini e donne di pace. Di fronte al grido della coscienza, i giovani imbandivano sogni di verità, uguaglianza e pace, affrescando la volta della Basilica di Santa Chiara con promesse di impegno e pensieri di speranza. È stato allora, in quel silenzio che parlava al cuore di ognuno di noi, che abbiamo sentito di poter veramente cambiare il mondo.

Sul palco di Piazza del Plebiscito Ernesto Olivero ha detto: “Sono convinto che per fare nuovo il mondo servano la mia e la vostra debolezza. Serve la debolezza dei giovani senza potere”. In quella piazza, quel sabato pomeriggio, la debolezza di migliaia di giovani si è trasformata in una potenza temibile per qualsiasi esercito in armi. L’intento comune dei tanti giovani convinti che il sì alla coscienza possa farli diventare per chi chiede aiuto gli occhi di un cieco, le orecchie di un sordo o il pane di un affamato, mi ha confermato che cambiare il mondo con i nostri sogni è forse l’unico modo per vivere una vita in pienezza, coerenza e libertà.

A dare forza e speranza al nostro sogno di pace sono venuti in tanti, ognuno con una storia diversa, forte, vera. Sono venuti ad insegnarci che la coscienza può cambiare la vita ad ognuno di noi, che può concederci infinite possibilità di riscatto e rinascita, che richiede coraggio ma è l’unica via sicura da intraprendere. In mezzo a noi sono arrivate le mamme della Terra dei Fuochi e i loro angeli, per testimoniarci che la coscienza rielabora la sofferenza in nuovo amore, può dare voce a chi non ne ha e difendere i piccoli che un giorno faranno grande il mondo; sono venuti Davide, che ha trovato nel carcere un’opportunità per reinventare se stesso e Mike, un ragazzo dello Zambia che ci ha dimostrato come coscienza significhi anche studiare con impegno per un futuro degno per tutti, perché la preparazione di ciascuno è fondamentale per dar vita ad un mondo del lavoro onesto e dignitoso; sono volati a Napoli anche Februnye Akyol, bellissima donna cristiana della minoranza etnica aramea, sindaco della sua città a maggioranza musulmana, e Paul Bhatti diventato ministro per le minoranze religiose dopo l’uccisione del fratello Shahbaz, una vita dedicata alla lotta per l’uguaglianza umana, la libertà religiosa e la giustizia sociale in Pakistan: per loro coscienza è fare politica per servire i propri concittadini, assumersi ruoli di responsabilità e battersi per i diritti irrinunciabili delle persone. A comprovare quanto la potenza dei sogni possa essere inarrestabile ci ha pensato Simona Atzori, ballerina e pittrice senza braccia dalla nascita. Nelle sue parole ho riconosciuto che, prima di ogni altra cosa, coscienza è accettare la vita come un dono.

“Coscienza è aiutare i giovani a mettere gambe ai loro sogni”. Quando Ernesto ha pronunciato queste parole, la felicità nel condividere questo desiderio di pace con migliaia di giovani, italiani, brasiliani, giordani e chissà di quante altre nazionalità, mi è scoppiata nel cuore. In quella piazza avevamo svuotato i cuori di disillusione, rabbia, delusione e paura per nutrirci di speranza, di un progetto a cui dedicare ogni giorno un pezzetto di vita. Per alimentare questo sogno, voglio scegliere in ogni momento di vivere interpellando sempre la mia coscienza, perché i miei sì e i miei no siano a servizio del mondo che voglio cambiare insieme a chi condivide questo cammino con me. Il compito che la mia, la nostra coscienza ci affida oggi è quello di andare davanti al cuore di chi vive assopito, di chi crede che darsi da fare non serva a nulla, per raccontargli che il mondo può cambiare eccome; che la pace non è la chimera di qualche idealista, ma il progetto più ambizioso e concreto che l’umanità tutta possa trasformare in realtà.

“Allora, lo stupore busserà alle porte della storia”.

Articolo scritto da Irene Pivetta

Cogitoetvolo