Una promessa di poesia da inseguire

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Un evento? Un incontro? Piuttosto, una lezione (di un’ora e mezza!) condivisa da tutta la scuola, nel nostro cortile del pozzo: eravamo più di duecento persone, da 5 a 80 anni, tutti gli alunni e gli insegnanti insieme, vari altri collaboratori scolastici, un buon gruppo di genitori, il Direttore, il prof. Cavaglià, un poeta, Daniele Mencarelli, un giovane attore, Andrés Gil. Ma che cosa ha tenuto insieme un gruppo così eterogeneo? Un concerto?

No: la pura e semplice poesia. Era la conclusione di un lavoro di tutta la scuola, svolto negli scorsi mesi in tutte le classi (sì, tutte, dalla I primaria alla III secondaria). E non abbiamo avuto bisogno di colonne sonore, di musiche di intrattenimento o di accompagnamento. C’eravamo noi e le parole, ed è bastato.

Un grandissimo poeta diceva: “Se una poesia è in grado di farmi vedere meglio un prato di papaveri, quella poesia può dirsi riuscita”. Non c’è strumento (tablet, smartphone) che riduca l’importanza della parola, anzi tutti questi strumenti non fanno che rilanciarla: la parola è sempre al centro di quello che passa fra noi, e che lasceremo; la memoria si costruisce sulla parola.

Così ha esordito Daniele Mencarelli, che oltre ad essere poeta è papà di due bambini di sette e tre anni; nelle scorse settimane si era letto le molte poesie, scegliendo la migliore opera di ogni classe. Un po’ stupito dell’interesse poco abituale per la poesia che la nostra scuola ha coltivato e manifestato oggi, Daniele ha presentato classe per classe le motivazioni delle sue scelte, come si fa nei premi letterari “dei grandi”, ed ha aggiunto qualche commento, spesso stimolato da domande spontanee. Nei prossimi giorni saranno pubblicati i testi premiati con i relativi commenti del poeta: qui raccontiamo solo la sorprendente mattinata che abbiamo vissuto.

A rompere il ghiaccio è stato un giovanissimo, di I primaria, che si è lanciato ad alzare la mano e a intervenire al microfono: “Per alimentare la poesia ti devi allenare sempre, perché il maestro ci fa leggere perché così alimentiamo la nostra poesia e ci fa imparare di più”.

Dopo l’applauso scrosciante che ha espresso la sorpresa di questo intervento “ardito”, Mencarelli ha commentato: La nostra epoca travisa un po’ il significato del talento, che da solo non basta mai: serve l’allenamento, serve la costanza, serve anche un po’ il sacrificio! Nel caso della poesia servono le letture, l’esercizio continuo, altrimenti il talento si secca come una pianta. Va sempre alimentato.

Le poesie, dopo la proclamazione dei vari vincitori, venivano lette da Andrés Gil, attore di origine argentina, che a un certo punto ha affermato: “Sono sorpreso positivamente, perché quello che c’è scritto voi ce l’avete dentro… è una cosa molto importante e dovete essere consapevoli di questo”.

Il prof. Cavaglià non ha perso l’occasione per chiedere a Daniele: “Tu come lavori per comporre una poesia?”

Posso stare anche anni senza scrivere, però quando non scrivo faccio un’altra attività che è il rovescio della stessa medaglia: leggere, leggere tanta poesia contemporanea. Poi, in poco tempo,  cinque-sei mesi, scrivo tutto un libro, che è sempre monotematico, non ho mai l’approccio frammentario alla poesia: per me ogni libro tratta una cosa per volta.

A questo punto è nata spontanea la domanda di un alunno di V primaria: “Lei ha detto che può stare molto tempo senza scrivere: ma le danno sempre uno stipendio?”

La poesia non è un genere commerciale, che vende: in Italia esistono due-tre poeti che riescono a vivere di poesia, tutti gli altri fanno gli insegnanti o altri mestieri. Io lavoro in Rai, e con quello sopravvivo… e poi scrivo!”

Conclusa la premiazione dei componimenti delle cinque classi di primaria, il prof. Cavaglià ha chiesto al poeta se aveva notato cambiamenti tra i testi delle elementari e quelli dei ragazzi delle medie.

Quello che ho notato dal punto di vista contenutistico è il passaggio ovviamente legato all’età: le prime aperture di un sentimento che sta al poeta come le rose alle spine: la malinconia, avere nello sguardo dei momenti di apparente tristezza. Ma la malinconia è qualcosa d’altro, è un motore che può esservi utile nella vita. Questa è la differenza più grande! Ma attenzione: se la malinconia fosse una malattia, io da tempo immemore dovrei stare sotto terra; la malinconia è un sentimento meraviglioso che ci fa guardare con occhi nuovi.

Si è quindi proceduto alla premiazione dei vincitori delle tre classi di secondaria, al cui termine  un’ulteriore domanda è stata formulata dal prof. Cavaglià: “Quanto può essere faticoso il mestiere di poeta?”

Molto, come ogni attività che si sceglie: costa fatica, costa rinunce. Oggi il poeta è un animale schivo, riparato, solitario, che non sta più al centro di nessun riflettore. Ma probabilmente per questo, il momento attuale è il più bello per chi scrive poesie, perché si è totalmente liberi, perché non esistono più cortigianerie: quando si scrive siamo noi, con le cose che amiamo o odiamo, quindi è un momento favoloso. Dunque costa fatiche, costa rinunce ma si viene ripagati quando si trova la parola esatta per dire quello che volevamo, si viene risarciti ed è un momento straordinario.

A questo punto, siamo stati felici di sentirci leggere in diretta, dal volume di poesia Figlio (Edizioni Nottetempo, maggio 2013), una poesia dedicata appunto al figlio di Daniele Mencarelli, che si conclude così:

…come viaggiatori nella luce
nati al mondo nello stesso istante.
Nicolò, dono di occhi mai sazi,
sorriso nuovo ogni sorriso,
il nostro cammino ci attende.

Non volevamo proprio concludere l’incontro, ed è stato un alunno di II secondaria a formulare l’ultima domanda: “Qual è il momento che le piace di più quando scrive poesia?”

Diceva Eugenio Montale che chi scrive passa da momenti di esaltazione, in cui pensa che i suoi versi siano la cosa più bella mai scritta, a momenti in cui pensa che siano un foglio da buttare via. Però ti voglio dire quello che sento quando leggo le poesie degli altri. Quando leggo – o anche quando vedo un quadro, una scultura – c’è questa cosa pazzesca che annulla il concetto di spazio e di tempo. Leggendo un’opera dell’Ottocento o del Novecento, oppure vedendo un quadro rinascimentale, mi sembra che quella forma lì, quella sostanza lì riesca a dirmi qualcosa così chiaramente come io non ero mai riuscito a fare… e torniamo al discorso del campo di papaveri: vedere un’opera è riuscire a entrare nella realtà come non avevamo mai fatto.

Il campo di papaveri i ragazzi lo vedranno nel giardino, e i genitori nella soddisfazione di aver visto i loro figli in una luce che, grazie alla scuola, possiamo dire di aver raggiunto.

Articolo scritto da Giovanni Vassallo e Paolo Re

Cogitoetvolo