Una riflessione sull’horror a partire dal vomitevole SAN VALENTINO DI SANGUE 3D

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Il film è un remake di un altro uscito nel 1981 e si tratta di un horror come tanti, dalla trama intrigante anche se esile (il solito psicopatico che massacra la gente a picconate per il proprio personalissimo godimento), ma funzionale allo spargimento di cuori e sangue che non ci vengono risparmiati come in ogni horror che si rispetti. Ma la fortuna di incassi di questo film ci costringe ad una riflessione più approfondita.

C’è la riscoperta (nei cinema che dispongono di questa tecnologia) del 3D al servizio di un genere che fa dell’adrenalina adolescenziale il suo target preferito. Le sale si sono riempite di giovani e giovanissimi (che facevano finta di avere 14 anni ? essendo il film vietato ai minori di 14 ? e solo raramente sono stati respinti alla richiesta del documento di identità?) a caccia di emozioni forti, fortissime e hanno avuto pane per la loro adrenalina. Il piccone dell’assassino sembra entrare nel corpo dello spettatore e i tunnel della miniera aprirsi veramente nella buia sala del cinema. Insomma una tensione assoluta condita di violenza primordiale, che in un mondo che si annoia sembra essere rimasta l’unica fonte di emozioni estetiche accettabili da un pubblico che le ha provate tutte e il cui imperativo è non annoiarsi mai. A questo si aggiunga l’ingrediente di una storia capace di suscitare interesse per la sottotrama che lega i tre protagonisti, nel più classico dei triangoli amorosi.

Il cinema horror sta conoscendo una stagione felice. Stagione dovuta soprattutto alla fame di emozioni primarie che dilaga nel pubblico giovane a cui questo tipo di film è indirizzato. Così si spiegano serie come Saw (ormai al suo quinto episodio, non a caso della stessa casa di produzione di San Valentino di sangue) o la fortuna di un personaggio come Hannibal Lecter. Li accomuna la figura di uno psicopatico macellaio che vuole fare scontare agli altri la loro incapacità di godersi la vita. C’è un inquietante senso di punizione in questi film. L’uomo viene massacrato, il suo cuore strappato, perché non sa farne più uso. Ormai viviamo sulla pelle e non più nel profondo. Le emozioni primarie, quelle relative all’istinto di sopravvivenza (paura, sorpresa), hanno preso il sopravvento sui sentimenti che ci rendono più umani (gioia, meraviglia) e che sono duraturi e non esplosivi come le prime. Ma questi sentimenti più duraturi e umanizzanti sono difficili da raggiungere, richiedono ascolto, tempo, impegno. Nell’epoca del tutto subito, del tutto facile, del tutto esplosivo, non c’è più spazio per la bellezza, ma solo per l’orrore e per l’adrenalina.

Unico merito di questo film, oltre agli incassi (ma quelli con un po’ di sangue e sesso tridimensionali almeno per il momento sembrano garantiti), è l’aver toccato e ribaltato il profano mito di San Valentino, come recita il sottotitolo: “fatti spezzare il cuore”. Il cuore ci viene letteralmente spezzato, come accade alle vittime, in un horror più grande, che va oltre lo schermo, l’horror di chi si abitua al fatto che il cuore sia come la pelle, capace di sentire solo i dolori di una tortura, paradossalmente auto-inflitta. Odiamo i nostri corpi e quindi li massacriamo.

E di questo orrore le vittime sono proprio i giovani e giovanissimi che vanno a vederlo, fingendo magari di avere 14 anni. Perché invece di sognare preferiamo vivere in un incubo?

 

Giovane scrittore, sceneggiatore e insegnante di lettere al liceo, disperatamente innamorato della vita e della realtà che lo circonda.