Una separazione

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Un film di Asghar Farhadi. Sceneggiatura: Asghar Farhadi. Con Sareh Bayat, Sarina Farhadi, Peyman Moadi, Shahab Hosseini. Prod: Iran 2011- Sacher. Durata: 123 min. Uscita 21 ottobre 2011

Nader e sua moglie Simin stanno per divorziare. Simin vuole espatriare con l’unica figlia, ma non le è permesso senza il consenso del marito, che non vuole partire. Il padre di Nader è affetto dal morbo di Alzheimer e lui ritiene di dover restare ad aiutarlo. La moglie, se vuole, può andarsene. Simin lascia la casa e va a vivere con i suoi genitori mentre la figlia resta col padre. È necessario assumere qualcuno che si occupi dell’anziano mentre Nader è al lavoro e l’incarico viene affidato a una donna con una figlia di cinque anni, la quale però nasconde un segreto. Un giorno si assenta senza permesso lasciando l’anziano legato al letto; questo provoca un litigio acceso con Nader che la fa cadere per le scale innescando una catena di eventi a reazione.

In un Paese come l’Iran dove la cultura, dal mondo del cinema alle università, lotta contro un regime teocratico per affermare la libertà di pensiero, a volte anche correndo grandi rischi come dimostra il recente arresto di Jafar Panahi, il regista Asghar Farhadi decide di dar vita a una storia che pur ritraendo lo spaccato di vita di poche persone mette chiaramente in luce le contraddizioni di un Paese che avanza sul piano economico, ma non ha ancora imparato a essere libero. Una separazione – molto apprezzato in Europa, vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, e in America dove è candidato all’Oscar come miglior film – ha il pregio di riuscire a coinvolgere occhi del tutto estranei alla realtà iraniana, ponendo lo spettatore di fronte a interrogativi che riguardano ogni essere umano. E davanti a queste domande si crea quella separazione tra un Oriente, islamizzato e impregnato di verità assolute e un Occidente, laico e sempre più spinto verso un relativismo assoluto. Tra marito e moglie; tra una famiglia religiosa e una laica.

La formazione teatrale di Farhadi, che dirige un cast di attori strepitoso nel rendere le varie sfaccettature e la fragilità delle persone comuni, si mescola a una sceneggiatura ricca di dialoghi che riesce a scavare in profondità nei personaggi, contribuendo a rendere questo film molto realistico. «Quid est veritas?» sembra essere la domanda da cui inizia e finisce questo film. Asghar Farhadi ci pone davanti ai due coniugi con una soggettiva del giudice, che deve decidere chi dei due ha ragione. I personaggi sono posti continuamente davanti a delle scelte, azione drammatica che sta al centro di ogni sceneggiatura e di ogni vita, e non possono farlo a prescindere dalla verità. Ma come capire quale sia la verità? Razieh, badante molto religiosa ai limiti del bigottismo, chiamerà l’Imam per chiedere se spogliare un vecchio sia peccato mortale, mentre Nader, uomo colto, si racconterà una serie sempre più fitta di bugie per non affrontare l’eventualità di una colpa insostenibile.

Una regia disseminata di indizi visivi come i numerosi muri, i vetri opachi e smerigliati e le porte chiuse, frapposti tra i personaggi quasi a sottolinearne la divisione, e le riprese girate a mano, ci portano al cuore di una società spaccata e dei suoi protagonisti senza offrirci risposte frettolose e scontate, ma facendoci riflettere ed empatizzare con il punto di vista di ogni personaggio, con la maestria dei grandi registi. Asghar Farhadi affida tutte le sue speranze allo sguardo di solidarietà, che si scambiano sul finale le due bambine, che pur così lontane sono entrambe vittime di un mondo di ingiustizia e prepotenza. Il cinema diventa così mezzo di comunicazione, testimone di una pluralità di punti di vista, a partire dal quale si può tentare di superare le fratture e i pregiudizi dovuti a un regime che per anni ha seminato terrore e rancore tra la gente. Per costruire, così, una società fondata sulla responsabilità nei confronti di chi ci circonda. Una missione, che oggi il cinema occidentale rischia di dimenticare, troppo preoccupato dallo sbancare il botteghino.

 

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Studio Lettere Classiche a Milano, ma non spaventatevi perchè scrivo in Italiano. Anzi penso che proprio nei grandi classici che ci hanno tramandato i Greci e i Romani si possano trovare delle chiavi per vivere più a fondo il nostro presente. Quando non non sto con le persone a cui voglio bene e non sto traducendo, mi piace guardare film. Se sbirciate nel sito, potete trovare qualche mia recensione. PS Il mio film preferito, anche se è stato doloroso sceglierlo, è ‘Into the wild’.