Una stampa che non informa

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I giornali non rendono giustizia a quella che è la sentenza della Corte di Assise a Palermo

Per un giovane che non ha vissuto le terribili stragi dei giudici negli anni ’90, è difficile comprendere le dinamiche di tale periodo storico. Gli anni ’90 sono troppo recenti: il periodo è ancora poco inquadrato e non del tutto chiarito per fatti e vicende. Niente di tutto ciò si studia a scuola, mentre i migliori libri di cronaca risultano sicuramente più chiari solamente a chi ha vissuto quegli anni e quegli eventi.
Non è possibile, però, per i giovani di oggi essere tagliati fuori in questo modo! Ci sono troppi giovani con fame di conoscenza! Esiste troppa ammirazione nei confronti di uomini morti anche per le generazione che sarebbero venute dopo.

Ormai è evidente che è un’illusione credere che la mafia sia un annoso problema che attanaglia solo la Sicilia. Le infiltrazioni mafiose al nord in appalti importanti e gli eventi di corruttibilità venuti alla ribalta lo dimostrano! Tuttavia è evidente che stiamo vivendo un momento di forte decadimento storico-culturale: la coscienza civica è indebolita, la fede in principi ideologici è crollata, di conseguenza sembra che nessuno si accorga che in Italia non esiste più un giornalismo vero, di inchiesta, coraggioso, che fa informazione. Le grosse testate giornalistiche appaiono dominate dall’editoria.

Il 20 aprile 2018 la Corte di Assise di Palermo, in primo grado, ha emesso una sentenza storica sulla trattativa Stato-Mafia: le condanne sono ricadute sugli ex generali Mori e Subranni, sull’ex senatore Dell’Utri, sull’ex colonnello De Donno e sul boss Bagarella. Solo Mancino è stato assolto dall’accusa di falsa testimonianza, perché anche se chiamato in causa dal suo collega Claudio Martelli, la Corte ha ritenuto che dopo tanti anni può presentarsi un falso ricordo. Sarà così?
È stato anche stabilito un maxi risarcimento per la Presidenza della Repubblica.
A questo proposito Lodato è stato uno dei pochi giornalisti che ha seguito il processo con coraggio e che ha cercato di spiegare i provvedimenti dei giudici sostenendoli quando sono stati sollevati polveroni. Un esempio è l’occasione delle intercettazioni che hanno riguardato l’allora Presidente della Repubblica Napolitano. In questa occasione, Lodato fece capire che questo procedimento era avvenuto anche in altri processi e che faceva parte di un iter giudiziario. La stampa che si infuoca davanti gli eventi più fatui è sembrata moribonda, omertosa, ha quasi snobbato i giudici che per anni hanno condotto indagini.
I giornalisti hanno il dovere di fare cronaca attenta per far comprendere ai cittadini cosa è stato fatto in modo che essi possano avere un’idea più chiara.
Solo per due giorni i giornali nazionali hanno pubblicato piccoli articoli sulla sentenza, ma nulla di esauriente.

Il giudice Nino Di Matteo rivendica giustamente la necessità di un’opinione pubblica che possa conoscere la gravità di tali accadimenti e che possa seguirli con la dovuta attenzione. Non dispensa gossip (come qualcuno cerca di far credere) ma spiega, nulla aggiungendo, la sentenza. Di Matteo dichiara che, dopo il maxi processo e l’istituzione del 41 bis come regime carcerario con numerose condanne di boss eccellenti, scatta in modo feroce la risposta della mafia: un patto era stato rotto!
Falcone muore perché viene lasciato solo. Tutti quelli che ora lo osannano non devono mai dimenticare che da vivo la sua storia è stata costellata di sconfitte, perché osteggiato. Fu bocciato quando doveva essere nominato procuratore aggiunto perché scomodo. Recentemente sono stati organizzati presso il tribunale di Palermo dei convegni nel corso dei quali è detto che Giovanni Falcone non avrebbe mai iniziato un processo sulla Trattativa Stato-Mafia; forse costoro dimenticano che, per primo, è stato il giudice Falcone ad utilizzare lo strumento giuridico del “concorso esterno in associazione mafiosa”. Alla faccia di chi lo additava come giudice protagonista, politicizzato e comunista.

Dalla sentenza risulta evidente che Borsellino è stato immolato perché aveva capito la situazione e, mentre combatteva la mafia, altri giochi si muovevano alle sue spalle: anch’egli era scomodo. Con la stagione delle stragi e gli attentati a Firenze, Roma e Bologna, l’allora colonnello Mori avviò una trattativa con la mafia mediata da Vito Ciancimino. È chiaro che nessuno avrebbe trattato con un semplice carabiniere se dietro non ci fosse stato lo Stato. I governi Amato, Ciampi, Berlusconi non hanno di certo aiutato i magistrati.
Per Nino Di Matteo non si può considerare conclusa la stagione delle stragi.

Vige la necessità che questo Paese faccia i conti con la sua storia. Non può essere considerata archiviata la stagione delle grandi collusioni tra mafia e politica: la sentenza emessa e i relativi atti, anche se di primo grado, dicono che da Piersanti Mattarella in poi c’è la probabilità concreta che, ad agire, fossero anche uomini non appartenenti a Cosa Nostra. Purtroppo sono pochi coloro i quali pensano che è necessario completare il lavoro d’inchiesta sulle stragi per scoprirne tutta la verità. Si è fatta avanti nel Paese una grossa fetta di opinione pubblica -riduzionista- che vuole mostrare la repressione mafiosa solo come macelleria criminale. C’è chi vuole tornare indietro e giudica come pericolosi i magistrati che indagano. Ci sono giornalisti che hanno sfruttato l’antimafia dei salotti, dell’industria e le sue defaillance per alludere che l’antimafia possa far schifo quanto la mafia. Di Matteo ritiene che in parte ci siano riusciti.
Palermo, a un passo avanti, ne fa corrispondere all’indietro.

Subito nomi importanti della stampa nazionale hanno focalizzato l’attenzione su Silvio Berlusconi come se si trattasse di una vittima sacrificale. È stato spiegato che la Corte si è trovata dinnanzi la necessità di definire dei segmenti temporali per i quali dei soggetti erano stati condannati: esisteva già una precedente condanna di Marcello Dell’Utri nella quale era stato accertato il suo ruolo di raccordo tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra. Il giudice Di Matteo ha chiaramente spiegato che è solo questo il motivo: tale precedente sentenza prova il patto scellerato con la criminalità organizzata e ciò è gravissimo se pensiamo ai ruoli ricoperti dall’imprenditore Berlusconi e alle possibilità che ha avuto di influenzare l’opinione pubblica. Altri nomi sono presenti nelle carte, ma si sta ancora indagando.

Certamente il sistema mafioso è il primo fattore di compressione della nostra democrazia.
Un’ampia parte della classe dirigente del nostro Paese non ha la consapevolezza della gravità dei sistemi criminali integrati e corruttivi, di infiltrazione delle mafie nel nostro tessuto sociale che mettono a rischio la democrazia.

Ma in tutto questo il vero giornalismo, quello di cui i politici hanno paura, dov’è? Noi abbiamo un Paese di speakers super pagati, interessati all’aspetto, che ripetono all’infinito notizie inutili che non hanno ripercussioni su di loro e sugli editori. Ma i cittadini dovrebbero essere adeguatamente informati, perché solo la conoscenza permette di effettuare scelte consapevoli e giuste.
Dove sono i reporters del Watergate e degli altri tentativi di Nixon di insabbiare notizie limitando la libertà di stampa del New York Time e del Washington Post? Già allora questi giornali non esitarono a difendere la libertà di stampa. Anche se il primo fu condannato, alla fine vinse la verità.
La vera stampa non si ferma davanti a nulla!

 

Articolo a cura di Sveva Vitale

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