Una striscia di dolore

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Nei 22 giorni di guerra, tra il dicembre e il gennaio scorsi, nella Striscia di Gaza sono nati 3.570 bambini che ora hanno bisogno di tutto. Come le loro mamme, i loro fratelli e tutti i superstiti delle famiglie spezzate. L’inverno è rigido anche qui, dove si vive con un dollaro e mezzo al giorno e più spesso si muore.
La pace è fragile. Mentre la parola passa alla diplomazia, ogni tanto i palestinesi lanciano un missile e gli israeliani rispondono con un bombardamento aereo. Le prospettive per il futuro sono legate ai patti segreti siglati tra Egitto, Usa e Israele per bloccare le forniture di armi ad Hamas e all’impiego di una forza internazionale.
Intanto, tra le macerie ricompaiono i miseri mercatini e si torna a scuola. Quasi tutti i 220 istituti della Striscia hanno riaperto i battenti: “Buon giorno, sei ancora vivo?” si sono salutati i ragazzi. Molti banchi restano vuoti e nessuno ha ancora censito gli orfani. Si calcola che occorreranno 25 miliardi di dollari soltanto per ricostruire le 20 mila case distrutte. Ma è più facile innalzare una casa che placare gli odi. E l’operazione “Piombo fuso” ha seminato vittime e fatto crescere nuovi rancori. Da dove nasce e come si alimenta tutto questo odio? Che senso ha questa strage di bambini, donne e anziani inerti? C’è una via d’uscita? Tentiamo di capire.

Com’è la Striscia di Gaza e a chi appartiene?
È una lingua di terra lunga 41 chilometri e larga da sei a 12, una delle zone più densamente popolate del mondo: 4.166 abitanti per kmq. Un milione e mezzo di persone ammassate in 360 kmq. Come il pezzetto di costa che va da Rimini a Ravenna nel periodo di Ferragosto. Però alle spalle del mare qui non ci sono campi verdi, ma distese di sabbia e soltanto il 13% del territorio è coltivabile. Un alveare assediato e affamato.
I generi di prima necessità passano attraverso una ragnatela di tunnel sotterranei che raggiungono l’Egitto. Con il cibo e i vestiti arrivano anche le armi. Per questo gli israeliani hanno bombardato a tappeto i cunicoli, aprendo crateri profondi 6 metri. Però sono bastati pochi giorni ai palestinesi per riaprire 200 vie sotterranee.
Questa è sempre stata terra di lotte cruente. Per andare alle radici dell’intolleranza che separa le due comunità, dovremmo forse risalire a più di mille anni prima di Cristo, dopo l’esodo d’Egitto. L’insediamento dei primi gruppi ebraici risale ai tempi di Sansone di cui la Bibbia celebra soprattutto la straordinaria forza fisica e il coraggio nel combattere i filistei, uno dei popoli del mare che si era impossessato di Gaza.
Ma torniamo ai tempi nostri. I confini della Striscia vengono stabiliti nel 1948, dopo la creazione dello Stato d’Israele. Da allora il territorio è occupato dagli egiziani, fino alla “guerra dei 6 giorni” nel 1967 vinta da Israele contro Egitto, Siria e Giordania.
Subito dopo, a Gaza e dintorni si insediano i coloni: l’idea è di aumentare la distanza dai nemici. I coloni sono meno di diecimila, in mezzo a un milione e mezzo di palestinesi disperati, che per un terzo vivono nei campi profughi e per la metà hanno meno di 14 anni. Ragazzi cresciuti fra stenti, lutti e ingiustizie. Accecati dall’odio, malati di fanatismo. Scagliano pietre contro i soldati, oppure si imbottiscono di esplosivi e vanno a farsi saltare in aria nei bar o sui bus di Gerusalemme. La situazione è ingovernabile.
Così, il giorno di Ferragosto del 2005, Israele decide di ritirarsi. Gridando di rabbia, i coloni sono costretti a trasferirsi in Cisgiordania. L’anno seguente, chiamati alle urne per le elezioni legislative, i palestinesi danno la maggioranza assoluta ad Hamas (acronimo per le parole arabe “Movimento di resistenza islamica”), il partito più oltranzista, inserito nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Dal maggio del 2007 Hamas governa la Striscia, da dove lancia razzi contro il Sud di Israele. Israele controlla i confini, lo spazio aereo e l’accesso marittimo.

Chi ha voluto la guerra?
Hamas ha continuato a colpire con i suoi missili alcune città israeliane. Sapeva bene che il nemico avrebbe reagito, ma non ha rinunciato alle azioni offensive. Voleva la guerra e l’ha avuta. Tutta colpa dei palestinesi, dunque? No. Allargando lo sguardo, va detto che Israele ha espropriato molte terre e instaurato controlli soffocanti, come una potenza coloniale. E ha stretto d’assedio la Striscia per 18 mesi prima dell’inizio delle ostilità.
Non sono estranee alla guerra la profonda crisi che vive la classe dirigente israeliana e le elezioni appena svolte a febbraio. Il premier Olmert non si è ripresentato perché coinvolto in una serie di scandali finanziari, il presidente della Repubblica Katsav si è dovuto dimettere perché incriminato per stupro. Il ministro della difesa Ehud Barak e il ministro degli esteri Tzipi Livni avevano bisogno di una vittoria a Gaza per portare i loro due partiti, il Labor e il Kadima, a formare il nuovo governo, evitando il ritorno della destra.

A chi è servita la strage?
Che cosa hanno ottenuto i palestinesi e che senso ha avuto reagire con tanta violenza ai loro attacchi, sapendo in anticipo che a patire sarebbero stati soprattutto donne e bambini? La risposta è facile: nulla e nessuno.
Adesso Hamas promette un rapido riarmo e Israele dice di aver “raggiunto gli obiettivi”. Cantano vittoria, ma hanno perso entrambi: Hamas non ha fatto alcun progresso verso la distruzione dello Stato ebraico, come dice l’articolo 7 del suo statuto, né ha ottenuto migliori condizioni di vita per la Striscia; e Israele non ha certo risolto i suoi problemi di sicurezza. Migliaia di morti per lasciare le cose come prima. Anzi, peggio perché la guerra alimenta l’odio.

Perché tanti ragazzi?
A Gaza si dice che “se lanci un sasso in aria hai due possibilità su tre di colpire un bambino”. Con una media di 6 figli a famiglia, Gaza è il regno dell’adolescenza e la sua tomba. Questa è stata anche definita “la guerra dei ragazzi”. Sono circolate immagini atroci. Mai visti corpi così orrendamente mutilati.
Il segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, visitando gli ospedali di Gaza, si è detto “sgomento” e ha chiesto un’inchiesta per “la forza eccessiva usata da Israele”, comprese le bombe al fosforo. Hamas addestra ed esalta gli assassini suicidi, si serve vilmente degli scudi umani. Ma questo spregevole cinismo libera Israele dalla responsabilità verso quei bambini?

I media come arma?
Giornali e tv si sono schierati, hanno fatto il tifo, come se la guerra fosse una partita di calcio. E, ancora una volta, si è finto di dimenticare che la pietà per le vittime civili palestinesi non deve per forza corrispondere a un’adesione alla politica di Hamas.
Tra le urla da stadio si è levata la voce della Chiesa. Papa Ratzinger ha ricordato che la violenza è sempre da condannare, qualunque sia la sua giustificazione. Mai come in questa occasione, i mass media, soprattutto le televisioni, più che informarci sulla guerra sono stati strumenti della guerra.
La disparità delle forze in campo era enorme. Hamas ha giocato la “carta” delle vittime civili. Il calcolo era semplice: più i “networks” televisivi diffondono immagini di donne e bambini massacrati, più è probabile che le opinioni pubbliche si schierino contro Israele.

Resta una speranza?
Non è certo Hamas che può distruggere lo Stato ebraico. La vera minaccia è l’Iran, che ha deciso di dotarsi di un arsenale atomico capace di rivaleggiare con quello (mai dichiarato) di Gerusalemme e che può utilizzare i terroristi islamici per tenere sotto schiaffo Israele.
La guerra di Gaza è soltanto uno scontro indiretto tra Gerusalemme e Teheran e i fondamentalisti. Non le armi, ma il dialogo è il solo sistema per disinnescare la polveriera del Medio Oriente. La pace ha bisogno di dirigenti locali capaci e di alcuni mediatori: i musulmani moderati (per esempio gli egiziani e la Lega Araba), l’Unione Europea e gli Stati Uniti, da troppo tempo inerti in quello che è sempre stato un loro ruolo storico. Le prime telefonate dalla Casa Bianca Barack Obama le ha fatte ai leader dei due schieramenti. “Lavoro per una pace duratura”, ha detto il neo presidente. Non lasciamolo solo.

Articolo tratto dalla rivista Mondo Erre.

 

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