Una treccia d’amore

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Martina ripone la sua lunga treccia corvina in una scatola di cartone a motivi floreali. La sistema con cura verificando la resistenza degli elastici che ne trattengono le estremità. Sfiora le ciocche seguendo con le dita i sinuosi avvallamenti, si ferma ad accomodare un piccolo ciuffo ribelle che sembra sfuggire alla stretta dell’intreccio. Poi la mano riprende a muoversi, scivolando sulle morbide ondulazioni.
Guardo Martina, osservo i suoi gesti quasi maniacali, cercando di capire che cosa stia pensando. Scruto il suo volto nella speranza che un’espressione, seppur fugace, mi riveli i suoi pensieri. Il silenzio avvolge la stanza. Minuti che sembrano un’eternità, sospesi in un’aria densa di attesa e commozione. Per un attimo temo che Martina stia per piangere. Poi, finalmente, le sue labbra si increspano in un sorriso appena accennato.

Conosco Martina da quando avevo tre anni. Abbiamo trascorso insieme lunghi periodi di vacanza riempiendo le settimane estive di segreti e di sogni.
Quando aveva nove anni, si fermò da noi in campagna per tutto il mese di agosto. Per sfuggire alla calura pomeridiana andavamo a sederci sotto un grande acero. Quello era il nostro mondo, un ritaglio di terra e di cielo che magicamente si trasformava nel palcoscenico di un grande teatro, in un’ isola deserta o in una scuola per apprendisti maghi. Armata di pettine, spazzola e trucchi, mi faceva accomodare su una vecchia panca di legno che diventava la comoda poltroncina di un salone di bellezza. Come un’esperta parrucchiera, affondava il pettine nei miei capelli, fermava le ciocche sulla nuca con fermagli e mollette, tentando di dare alla mia chioma scompigliata una forma più elegante. Poi mi truccava e mi travestiva con vecchi abiti, pezze di stoffa e scivolosi foulard che, di nascosto, riesumavamo dai cassettoni della soffitta. A quel punto i ruoli si invertivano e diventavo la costumista di turno. Martina aveva una chioma folta, di un nero intenso, che scivolava sulla schiena con morbide volute. Ricordo la piacevole sensazione che provavo quando immergevo le dita nella soffice massa di capelli. Mi fermavo a respirarne il profumo immaginando di acconciare la chioma di un’incantevole principessa. Ben presto però Martina mi distoglieva da tutte quelle fantasticherie, dichiarando con solennità: “Adesso siamo pronte. Possiamo giocare”. Era così che diventavamo attrici famose, terrificanti streghe o sfortunate Cenerentole.
Negli anni a venire continuai a invidiare i suoi capelli; Martina non li tagliava mai troppo corti, al massimo all’altezza delle spalle, quasi a non voler deturpare la bellezza di quella vaporosa aureola.

Poso lo sguardo sul capo di Martina: ora ha i capelli lunghi appena qualche centimetro. La sua chioma fa mostra di sé nella scatola a fiori.
“Sei pentita di esserteli tagliati?” le chiedo.
“Assolutamente no.” mi risponde con una convinzione inaspettata. “Qualche settimana fa ho conosciuto Nichi. Ce l’ha presentata il prof. di religione. È venuta in classe a raccontarci la sua storia. Ha diciannove anni, pochi più di noi, ed è malata di cancro. Non ha più capelli. Nonostante il suo corpo si ostini a rifiutare la vita, il suo cuore continua ad amarla. Sai, anche con le ossa che sembrano bucare la pelle, senza capelli né sopracciglia, è davvero una bella persona. Alla fine della lezione si è fermata a parlare con noi. Passandomi vicino mi ha detto che avevo dei capelli magnifici. Mi sono vergognata di possedere un dono che non meritavo. Quel pomeriggio ho deciso che li avrei donati a Locks of Love, un’associazione che raccoglie i capelli per farne parrucche per i malati. E poi … i capelli ricrescono. ”
“Anche tu, Martina, sei una bellissima persona” penso. E i miei pensieri diventano parole. Lei si schermisce dietro un sospiro quasi seccato: “No, sono solo fortunata.” Da tempo so che non ama parlare delle sue emozioni. Ma ora è quella treccia a parlare di lei: sono parole colme di altruismo e di speranza.
Martina appoggia il coperchio sul contenitore: la scatola si chiude a custodire un sincero atto d’amore.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.