Una vela, un telaio e un filo… di speranza

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Alessandro Bulgini è un artista che ha deciso di aiutare i migranti della baraccopoli di Calais. E per farlo ha usato solo una vela, un telaio e un filo.

Tra la cittadina francese di Calais e la località inglese di Dover, oltre lo stretto della Manica, ci sono appena 42 kilometri. Due lembi di terra che si affacciano l’uno sull’altro, si guardano, e quasi si sfiorano. Eppure, per chi da mesi è in attesa di varcare quel confine, la distanza costituisce un ostacolo insormontabile. A presidiare il passaggio, infatti, ci sono gli agenti di polizia che verificano ogni spostamento con controlli serrati. Ad aggravare il senso di frustrazione dovuto alla forzata immobilità, si somma il contesto di degrado che fa da sfondo alla periferia francese. Nascosta fra reti metalliche, fango e sterpaglie, sorge la Jungle, una bidonville di tende e cartone abitata da settemila migranti che sognano di attraversare la Manica per costruirsi un futuro in Inghilterra. Un lavoro, una casa, un territorio ospitale: questo è ciò che sembra loro promettere la regione situata al di là del Canale, sulla linea dell’orizzonte, dove il mare tocca il cielo e si confonde nella liquidità di un abbraccio. In questo microcosmo dimenticato, lontano dagli occhi di turisti e cittadini, ai margini della città e della civiltà, sogni e speranze si infrangono come onde sulla battigia. Lo sa bene Alessandro Bulgini, artista torinese da tempo impegnato a dare nuova vita alle periferie delle città. Dopo essersi dedicato alla riqualificazione del quartiere Barriera di Milano, zona difficile ad alto numero di residenti stranieri a nord di Torino, e alla Taranto Vecchia, degradata a causa delle scorie prodotte dall’Ilva, ha deciso di aiutare i migranti della baraccopoli di Calais. E per farlo ha usato solo una vela, un telaio e un filo.

Una volta giunto nella Jungle, Bulgini si è reso conto che ciò che mancava ai migranti era la speranza. La speranza in un futuro migliore, la speranza in un cambiamento, ma, soprattutto, la speranza di riuscire ad arrivare al di là di quella lingua di mare. Ha quindi acquistato tre aquiloni, con l’intenzione di farli volare alti nel cielo, verso la Terra Promessa. Il suo gesto ha subito attirato l’attenzione di alcuni migranti afghani, che si sono uniti a lui offrendosi di costruire altri aquiloni. “Siccome l’Inghilterra preferisce chiudere le sue porte alla loro voglia di speranza”, racconta l’artista in un’intervista, “ho deciso di avvicinarla alla Francia”. E il titolo della performance recita proprio: “Opera viva, primo tentativo di accorciare la Manica con degli aquiloni”. L’aquilone rappresenta in Afghanistan un’usanza antichissima. Come si legge nel romanzo di Khaled Hosseini, ogni inverno nei quartieri di Kabul si svolge un torneo di combattimenti con gli aquiloni, considerato da bambini e ragazzi l’evento più importante della stagione. La fase di preparazione e costruzione dell’aquilone, la gioia nel vederlo prendere quota, il cielo puntellato di molteplici forme e colori sgargianti coinvolgono tutti in un clima di festa capace di abbattere le differenze sociali. La gara inizia al mattino e termina quando in cielo vola solo l’aquilone vincitore, quello in grado di tagliare il filo di tutti gli avversari. La parte più avvincente del torneo comincia però non appena viene tagliato il filo dell’ultimo aquilone. Decine di bambini partono al suo inseguimento e lo rincorrono a perdifiato attraverso i prati e le strade fino a che non atterra. Esso costituisce infatti il trofeo più ambito, motivo di vanto e di gloria. Proibiti dal regime talebano, gli aquiloni da qualche anno sono tornati a volare nei cieli dell’Afghanistan. Con la semplicità di un gioco e con la forza di una tradizione, Bulgini ha saputo restituire ai profughi il ricordo delle loro radici e il profumo di libertà respirato durante l’infanzia. Oggi decine di aquiloni colorano il cielo di Calais: volano alti, sulle teste dei francesi che cercano di ignorarli. Sospinti dal vento, quasi lambiscono le coste inglesi e costituiscono un ponte ideale tra passato e futuro.

Frequento il liceo classico in una cittadina vicino a Torino. Amo scrivere perché confido nel potere liberatorio della scrittura e sono convinta che essa sia, al tempo stesso, il più efficace mezzo di introspezione e il più diretto strumento di apertura verso il mondo. La mia speranza è di riuscire a raccontare e a raccontarmi.