Una vita nel gulag

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Non è facile vivere nel ventunesimo secolo. Anche nel ventesimo, a dire la verità, la vita non era semplice, ma la gente non aveva certe necessità. Immaginate cosa significhi, oggi, per un “ragazzo” di appena trent’anni dover rinunciare al proprio smartphone di ultima generazione durante un concorso pubblico. Capita di vedere tante cose in questo secolo, ingiustizie senza nome: uomini e donne che non hanno i soldi per pagare le rate mensili del proprio televisore al plasma; giovani che a stento riescono a racimolare qualche spicciolo per andare a vedere la loro band preferita. Per fortuna qualcuno ci ha insegnato la disobbedienza civile: no, caro professore, non posso mica permettere che il mio Iphone 6 (o Galaxy S6…sapete, la par condicio) condivida qualche ora con sporchi e antiquati citofoni del Paleolitico! Questa sì che è resistenza, roba da far impallidire persino la Grande Anima.

Certo, c’è gente che ha vissuto la propria gioventù a Dachau, gente che ha perso la propria famiglia a Srebrenica, o che ha visto bruciare i propri cari sotto il napalm, dalle parti di Saigon. Eppure, noi giovani del secolo XXI abbiamo esigenze che i nostri nonni non avevano, perché nel ’38 non c’erano ancora i tablet e non si parlava di realtà aumentata. Ogni epoca ha i suoi affanni, piccoli e grandi.

E chi se ne frega se in Corea del Nord i disabili non possono uscire di casa e si finisce nei gulag per le “colpe” dei trisavoli! Quel posto somiglia tanto alla Svizzera, azzarda qualcuno. Provate a dirlo a Shin Dong-hyuk, che solo di recente ha scoperto cosa fossero quelle luci nel cielo che solo di rado riusciva a vedere. Che troglodita, non ha neanche un’app per riconoscere le costellazioni! No, nel Campo di prigionia n. 14 non c’è tempo per ammirare Cassiopea.

Shin Dong-hyuk, classe 1982, è il frutto dell’unione tra due oppositori del regime di Pyongyang, consumatasi nella miseria di uno dei più feroci lager nord-coreani: un luogo in cui i bambini, quando va bene, si cibano di topi e insetti. Sono due prigionieri modello i genitori di Shin: solo a persone come loro è concesso amarsi e conoscersi, ma non più di cinque volte in un anno. È così che nasce Shin, destinato a vivere per più di vent’anni in un luogo di morte e di tortura: 15 ore al giorno di lavori forzati, punizioni corporali contro ogni principio di umanità, rigida educazione in aule improvvisate dove gli alunni vengono spesso picchiati a morte.

Scorre monotona la vita al Campo 14. La noia viene interrotta solo da pubbliche esecuzioni a cui tutti gli internati devono assistere. Un giorno come altri, la corda è pronta per una donna. I fucili spianati contro un giovane. Shin è in prima fila a guardare morire sua madre e suo fratello, rei di aver organizzato un tentativo di fuga. Il piccolo ragazzo dagli occhi a mandorla assiste impassibile a quello spettacolo macabro e terribile. Prova odio per quella madre sciagurata, che lo ha messo al mondo contro la sua volontà. La prigione distrugge il sentimento, demolisce le certezze, ignora la morale. L’educazione del tiranno rende sacrosanti il sospetto e la denuncia, trasforma i bambini in spie, inculca ideali falsi e mostruosi. Solo ora Shin è consapevole di aver mandato a morte la sua famiglia.

Braccia deformate da pesi insostenibili, dita mozzate, pelle ustionata dalle fiamme della tortura, non bastano a compensare le ferite dell’anima. Quando, nel 2005, Shin Dong-hyuk, fugge dal Campo 14 e vede morire il suo amico sulla rete elettrificata del gulag, sa di dover sfidare il destino ancora una volta. Scoprire la bellezza del mondo per la prima volta non è sufficiente ad allontanare pensieri di morte e autodistruzione. Solo gli altri esseri umani salvano Shin (ora ambasciatore Onu) dal suicidio, incoraggiandolo a raccontare la sua storia in giro per il mondo, restituendogli la dignità violata da vent’anni di soprusi: l’uomo che incarcera e uccide, in fondo, sa ancora come si ama.

Non è facile vivere nel XXI secolo. Forse non lo è mai stato, in Corea.

 

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.