Una vita spesa per la legalità, intervista a Federica Angeli

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Abbiamo intervistato la protagonista della lotta alla mafia nel territorio di Ostia, un esempio di vero giornalismo

Federica Angeli, cronista di nera per il quotidiano nazionale La Repubblica, nota al pubblico prevalentemente per avere condotto inchieste sulla presenza della mafia sul territorio ostiense. Dal 2013, dopo aver denunciato una sparatoria avvenuta sotto la sua abitazione che ha visto coinvolti membri del clan Fasciani e Spada, vive sotto scorta, in uno stato che è possibile definire di libertà soffocata. Quel giorno la Angeli, a differenza degli altri, ha deciso di affrontare la mafia e di non cedere di fronte all’urlo di Carmine Spada: «Ahò, ma che cazzo state a guarda’, tutti dentro, lo spettacolo è finito».

La incontro alla fine dell’ultima serata del Festival del Giornalismo di Ronchi dei Legionari, dove ha ricevuto il Premio dedicato a Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese assassinata lo scorso ottobre a seguito delle sue inchieste. Sul volto si legge una felice emozione, ma anche una stanchezza dettata dalle numerose battaglie che l’hanno vista coinvolto. Mi faccio spazio tra chi chiede di autografare l’ultimo libro uscito con Baldini+Castoldi – A mano disarmata – e chi, come me, vuole porle qualche domanda.

© Katia Bonaventura

Le ultime vicende di Ostia. Parte il processo contro il clan Spada e nessun cittadino di Ostia si presenta in aula, la tua presa di posizione è forte, risoluta, non presenterai il libro nella tua città. Dopo le tue parole qualcosa si è mosso: una semplice provocazione per risvegliare la comunità dal torpore?

Non ho mai pensato di lasciare soli i cittadini di Ostia. Tuttavia, dopo l’assenza delle vittime nel processo iniziato pochi giorni fa, ho sentito il bisogno di mandare un messaggio risoluto, che comunicasse un abbandono definitivo. Volevo scuoterli, fargli comprendere che da quel momento sarebbero rimasti soli. Alla fine, questa provocazione ha trovato il riscontro che speravo: subito hanno organizzato una manifestazione di solidarietà a me, che partirà da sotto casa mia, ovvero da dove tutto è iniziato. Voglio aggiungere, questa camminata sarà per ognuno di noi, sarà per la legalità, la giustizia e la libertà, nostra e dei nostri figli.

Una scelta strategica, dunque. Un elemento che ho notato durante la lettura. Se prima agivi maggiormente di impulso, ora tutto sembra calcolato da parte tua. Questi 5 anni, pur con tutte le difficoltà, pur con tutte le problematiche, si può dire che ti abbiano fatto maturare, anche dal punto di vista giornalistico? E direi che anche il tuo ruolo di mamma ti abbia aiutato in qualche modo.

Certamente. Di errori ne sono stati commessi molti e sicuramente strada facendo ho compreso che partite così importanti non possono essere giocate d’istinto. Le conseguenze possono ricadere su tutti, anche su chi non ha preso la mia decisione ma l’ha subita, la mia famiglia per esempio. Perciò ho dovuto imparare a giocare a scacchi: essere razionale e meticolosa, valutare le possibili mosse dell’avversario e capire quali pedine possono essere sacrificate per dare lo scacco matto al re. Non puoi permetterti errori dettati dall’emotività. Il clan, al contrario, ha agito sull’onda della rabbia e del voler dimostrare la propria forza. La testata data da Roberto Spada al giornalista di Nemo, per esempio, che ha portato Ostia a essere sotto i riflettori. Da quel momento molte altre testate hanno voluto approfondire la situazione del quartiere.

Passiamo alla situazione politica del quartiere. Nel 2017 si sono tenute le elezioni del quartiere, Casapound che aveva il sostegno del clan Spada ha ottenuto il 9%, questo significa che il clan aveva ancora molta influenza; in tutto questo la classe politica tutta sembra avere perso, a tuo parere come dovrebbe comportarsi ora per far fronte a una situazione complessa?

Innanzitutto dovrebbe smettere di aspettare la sentenza della magistratura per parlare di un fenomeno come mafia o meno. Un politico deve sapere riconoscere tempestivamente i fenomeni o non riuscirà a contrastarli in maniera efficace. O non riuscirà a contrastarli affatto. Rimanere indifferenti significa concedere spazio a chi è nemico del bene collettivo. Questo vale non solo per la mafia, bensì per qualsiasi male. Inoltre, la politica dovrebbe iniziare a giocare in attacco. Un giornalista che denuncia un fenomeno mafioso non può vivere come se fosse agli arresti domiciliari, non può trovarsi sotto casa per quattro anni quelle persone che solo nel 2018 sono state arrestate per un reato grave come l’associazione a delinquere di stampo mafioso. La Mafia ha giocato in attacco, lo Stato ha sempre risposto alle sue mosse. È sbagliato, alla lunga è una strategia fallimentare che provoca danni anche nel tessuto sociale. Giocando in difesa l’Antistato ha proliferato.

La tua partita però è sempre all’attacco, non solo, cerchi di guardare al futuro coinvolgendo in particolare i giovani. Durante i tuoi incontri, come reagiscono? E infine, hai notato differenze tra adulti e giovani nel modo di rispondere alle tue parole?

Voglio risponderti con un esempio. La manifestazione che stiamo organizzando a Ostia parte da tre ventenni conosciuti in tre differenti licei del quartiere. Ed è stata una delle loro email a colpirli. Uno dei ragazzi mi ha scritto che non era venuto nell’aula di tribunale perché non aveva compreso l’importanza di essere lì. Riteneva la sua presenza quasi superflua. Dopo averla letto ho percepito quasi la sensazione di una difficoltà da parte loro di inserirsi in questa società, che sembra non voler concedere spazi né fornire stimoli ai giovani per sentirsi protagonisti. E invece lo sono! Sono il cuore pulsante della nostra società. Hanno solo bisogno di una figura che li incoraggi e li sostenga. Quando questo avviene, la loro risposta è immediata e genuina. Fa piacere e ti fornisce ancora più stimoli per continuare il tuo lavoro.

 

Intervista originale di Alessandro Lutman

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