Università: fuori corso è la norma

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La dice lunga l’esito di un dossier sulle università italiane. L’inchiesta parla quasi di un fallimento annunciato. Un Rapporto del Comitato Nazionale di Valutazione (il nono, per l’esattezza, presentato lo scorso dicembre) fa un quadro sconfortante del mondo studentesco accademico.

L’anno accademico 2007-2008 ha visto iscriversi all’università più di 1 milione e 800 mila giovani. Di costoro il 20% ha mollato subito dopo (uno su 5 abbandona il corso di studi già al primo anno). Soltanto il 58 % è in regola con gli esami. Sale al 18% la percentuale degli iscritti che non ne hanno dato nemmeno uno. Più di quattro studenti su 10 risultano fuori corso (41%).

La riforma universitaria, che prevedeva un ciclo di studi comprensivo di un triennio e di un biennio specialistico, ha fatto segnalare dunque un incremento in negativo degli studenti inattivi, lenti, cosiddetti “lumaca”. Gli iscritti al precedente anno accademico, che si sono dimostrati ritardatari, e non vantano perciò un curriculum di esami dati in modo regolare, si quantificano in quasi 748 mila studenti. A mantenere, invece, con onore l’iter degli esami superati secondo i tempi è un numero pari a circa 960 mila studenti. Di qui si può scorgere un progresso rispetto agli anni accademici precedenti? Non proprio, le cifre e le statistiche che si sono susseguite, pare, secondo gli esperti, che non facciano decollare l’Università italiana in generale.

Il numero degli abbandoni sale già al primo anno di corso
È il segnale di una crisi che c’è bisogno di una revisione del sistema. La realtà è che gli studenti non riescono a stare al passo con le lezioni da seguire e gli esami da dare. Tanto è vero che gli abbandoni diventano sempre più frequenti. Uno su 5 decide di disertare appena s’intravedono le difficoltà nello studio e nel superare un esame. E questo capita sovente nel primo anno di corso.

Una laurea di serie B
C’è chi sostiene che il triennio e il biennio costituiscono un ciclo di studi che limita e penalizza la qualità della preparazione accademica. I corsi di laurea sono aumentati a vista d’occhio, ma a vantaggio di chi? Si è creata una struttura clientelare, e basta. Ad affermarlo sarebbero i portavoce dell’Associazione nazionale docenti universitari. Il triennio, che dovrebbe formare delle professionalità ben definite viene percepito, dagli stessi studenti” che lo portano a termine, come una «laurea di serie B»: il mondo del lavoro è ancora chiuso per loro. Non rimane che continuare con il biennio? Ma il risultato, per tanti, è finire fuori corso.

Non tutto è perduto
Certo il sistema universitario che include il triennio e il biennio ha dato anche dei risultati soddisfacenti: si è abbassata infatti l’età dei giovani che entrano nel mondo del lavoro (il precariato è un altro paio di maniche).
Nell’ambito delle professioni legate al mondo della sanità, le cose, invece, vanno bene: la laurea di primo livello ha risolto molti problemi. Lo ha confermato il rettore di Tor Vergata, Renato Lauro, ottimista e fiducioso sotto questo specifico aspetto, meno su altri.

Preparazione inadeguata
Un’altra questione è la insufficiente preparazione degli studenti, che intendono affrontare gli studi delle facoltà di matematica e fisica. Il settore delle discipline scientifiche esigerebbe studenti con già un bagaglio culturale meglio strutturato. Non è sempre così.
Anche le facoltà umanistiche, tuttavia, rispecchiano un dislivello della preparazione. Per correre ai ripari, tanti atenei hanno dovuto predisporre dei corsi di alfabetizzazione appositi.
In definitiva, la formula triennio più biennio non ha raggiunto l’obiettivo che si era prefissato: diminuire il numero degli studenti fuori corso. Il numero è, al contrario, inaspettatamente o meno, aumentato.
Quello che si è verificato è l’esplodere di un’università caratterizzata da un numero elefantiaco di corsi ed esami. Ma chi ne ha tratto giovamento?

Articolo tratto da Dimensioni Nuove, a firma di Nicola Di Mauro.

 

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