Veri maestri

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In una sera di estate ci riuniamo in un circolo molto ok, in riva al mare, a un passo dagli scogli, su un prato. E’ il tramonto. All’orizzonte il cielo e il mare si fondono in un non-colore lattiginoso che assomiglia all’azzurro con sfumature rosa. Siamo circa centocinquanta, convocati da un passaparola che in poche ore ci ha radunato per l’evento della serata: il nostro ex professore di latino e greco va in pensione, salutiamolo con l’affetto che merita.

Ci sono ragazzi che hanno fatto la maturità più di venticinque anni fa, poi via via a scendere fino all’anno passato. Alcuni potrebbero essere i figli di altri, eppure tutti si sentono vicini in questa bella serata. Siamo stati tutti della III B nello stesso liceo, in anni differenti, e ci conosciamo un po’ tutti per fasce di età. Oggi siamo professionisti, insegnanti, ufficiali dell’esercito, promotori finanziari, medici, avvocati, studenti universitari, ecc.

Poi arriva il nostro prof, che non se lo aspettava. Il collega che lo ha invitato gli ha promesso una cena tra professori, tra pochi intimi. Indossa la giacca e la cravatta, come ricordiamo che ha sempre fatto negli anni del liceo. Entra nel prato e scoppia un lungo applauso commosso. Intimi lo siamo, ci sentiamo tali, anche se non siamo pochi. 

I maestri sono una cosa seria. Sì, seguiamo le grandi star del momento, i beniamini dello sport, i volti della tv. Astri che sorgono e tramontano, fiori di una stagione. E poi ci sono i maestri. “Non esiste una professione di maggiore privilegio” – scrive Steiner. “Risvegliare in un altro essere umano forze e sogni superiori alle proprie; indurre in altri l’amore per quello che amiamo; fare del proprio intimo presente il loro futuro: è una triplice avventura senza pari. Quando si allarga, la famiglia dei propri studenti somiglia al ramificarsi, al rinverdirsi di un tronco che sta a sua volta invecchiando. È una soddisfazione incomparabile quella di essere il servitore, il corriere dell’essenziale, anche sapendo perfettamente quanto pochi, pochissimi, possano essere i creatori e gli scopritori di prim’ordine”.

C’è un vecchio indovinello che dice: c’è ma non si vede, e quando non c’è si vede. La risposta è il buio. Ma la definizione vale -paradossalmente, perchè sono un faro- per i veri maestri negli anni scolastici. I prof, inascoltati o odiati nell’adolescenza, i nemici oltre la barricata, i guardiani di un sapere esclusivo, quando li hai accanto fai finta di non vederli. Eppure tra loro ci sono anche i veri maestri, quelli che non cercano se stessi, non inseguono la gloria personale. Ci sono ma non si vedono, perché non seguono le logiche della celebrità a buon mercato che regna nel mondo massmediale. Ma hanno lasciato un segno profondo, molto più profondo di alcune nozioni di chimica o delle date delle guerre d’indipendenza. Un segno che anni dopo riemerge perentorio, nella vita, nel lavoro, e diventa una luce ben visibile. “Laddove uomini e donne si affannano, scalzi, a trovare un maestro, la forza vitale dello spirito è salvaguardata. (…) Quelle speranze sempre rinnovate, l’imperfetta meraviglia della cosa, ci conducono alla dignitas della persona umana, al suo approdo alla parte migliore di sé. Nessun mezzo meccanico, per quanto rapido, nessun materialismo, per quanto trionfante, può cancellare il nuovo giorno che viviamo quando abbiamo compreso un maestro” (ancora Steiner).

I veri maestri non sono i guru che pontificano, gli spiriti guida della saghe nordiche o gli stregoni medievali, disincarnati ed eterei. Sono compagni di viaggio, in carne ed ossa, che hanno percorso la strada prima di noi e ci indicano i pericoli e i punti difficili, ma non li superano per noi. Ci incoraggiano prima e ci accolgono oltre il guado. Ci forniscono l’equipaggiamento per il viaggio, ci attendono nei rifugi, ci sussurrano parole confortanti nelle sconfitte. Non c’è grande uomo che non abbia avuto almeno un grande maestro di vita.

Questo e altro penso mentre un istrionico compagno di scuola legge un’ode in rime sgangherate brindando al suo, al nostro, prof, ormai tramontato il sole. Si levano i calici ed esplode un altro applauso. Lui, il magister, dice poche parole in risposta per ringraziare. E quello che non riesce a dire per l’emozione urla nelle nostre orecchie la grandezza di questa relazione incredibile tra docenti e alunni, che assomiglia molto alla paternità ed è profondamente spirituale: “insegnare, e insegnare bene, significa essere complici di possibilità trascendenti. Una volta risvegliato, quel bambino esasperante nell’ultima fila potrà scrivere pagine o concepire teoremi che terranno impegnati per secoli. Una società, come quella basata sul profitto sfrenato, che non fa onore ai propri insegnanti, è difettosa”, dice ancora Steiner. E questo la rende ‘la professione migliore di tutte’: così la definisce il magister, trattenendo una lacrima di commozione, dall’alto punto visuale di una lunga carriera.

Molte foto. Regali. Abbracci. Nel vociare qua e là si mescolano ricordi lontani dei banchi di scuola, e questi ex scolari, che forse un tempo vivevano in perenne attesa del suono della campanella, sembrano non voler tornare più a casa. Stanno bene lì, a scuola per una sera.

Grazie prof, di averci riuniti ancora una volta. E grazie per averci dato, ancora, un esempio di stile e affetto sincero.

(Le parole di Steiner sono tratte dalla postfazione de La lezione dei maestri, Garzanti, 2004).

 

Guido Vassallo

Insegno in una scuola media, ma la cosa che mi piace di più è imparare. Per questo leggo, per questo parlo con la gente e mi stupisco ogni volta dell'infinità dello spirito umano.