Gerusalemme: viaggio nel cuore del mondo

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Questo è il diario di un viaggio in due tappe. La prima, nel cuore del mondo: a Gerusalemme, il fulcro palpitante e sanguigno della geopolitica internazionale, là dove si incrociano fedi, odi, passioni. La seconda, nel mio cuore.

Veniamo alla prima tappa, dunque. Partita senza sapere granché della realtà dell’annoso conflitto israelo-palestinese, mi trovo di fronte all’incredibile Gerusalemme. Dicono che Gerusalemme sia una città che dà alla testa, ed è vero. La mia anima si infiamma in quei giorni. I miei occhi scrutano le diseguaglianze che vedo, i polmoni respirano l’aria belligerante, le orecchie assorbono i racconti dei palestinesi, degli arabi cristiani che incontro. I nostri passi sono cadenzati dai checkpoint della Città Vecchia. Il cammino si spezza ai piedi del muro, che gli israeliani chiamano “defence fence” e che per i palestinesi della Cisgiordania invece è la barriera che significa disoccupazione (per impossibilità di raggiungere il luogo di lavoro al di là del muro), separazione familiare, limitazione alla libertà.

I sentimenti, dopo la prima tappa del mio viaggio, si riassumono nel commento di un amico: “Quando vai là, ti indigni e torni inevitabilmente con la convinzione che i palestinesi siano le vittime, e che gli israeliani siano tutti cattivi…Per forza di cose. Ma costatare questo non basta. Serve il passo in più“.
Io sono andata là e sono tornata indignata, vedendo discriminazioni oggettive. Nei miei racconti parlavo di queste disparità. Sapevo che c’era del vero, ma mentre raccontavo, avevo la consapevolezza che, in realtà, non stavo facendo un grande servizio alla Pace. Perché sentivo che nelle mie parole passava un sentimento di discredito pesante e definitivo verso una parte delle due in causa. Quella più potente, certo. Ma i miei racconti contribuivano a costruire una condanna senza appello e soprattutto un quadro senza soluzione.

La seconda tappa è stata percorsa mesi dopo, seduta al tavolo. L’uomo che mi parla è Fabio: un caro amico, un professore toscano che organizza gemellaggi e incontri tra ragazzi israeliani e palestinesi; mi mostra le foto del suo recente viaggio in Palestina. Come sono diverse dalle mie! Ha ritratto una carrellata di bambini, israeliani, palestinesi, copti, armeni, cattolici, ortodossi… tutti vivaci e uguali. colpita dal suo sguardo, che ha visto vita laddove io ho percepito solo guerra, gli racconto della mia difficoltà. Vorrei essere testimone della realtà, ma insieme so che non posso fermarmi al semplice testimoniare. Gli chiedo del “passo in più”, che non riesco a trovare.
Testimoniare cosa hai visto è importante. Ma questo passo non basta. Serve il passo avanti per la pace. Che è partire dai giovani israeliani. Ci sono dei giovani israeliani che vorrebbero la pace, soffrono perché vedono le ingiustizie verso il loro fratello palestinese, ma non sanno come avvicinarli“.

Già! Perchè in tutti (no, forse non in tutti… ma esattamente come non in tutti gli italiani, arabi, piemontesi, esquimesi) i giovani albergano i desideri grandi! Di pace, di fratellanza.
Ecco, questo sguardo che mi ha trasmesso Fabio è uno sblocco, che rimette in moto un meccanismo inceppato, che fa fare passi avanti. Tack: come un ingranaggio che riparte.

 

Cogitoetvolo