Violenza contro le donne: la famiglia non c’entra

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Se si ritiene che la serietà, almeno quando si affrontano alcuni temi, sia un dovere, allora è bene agire di conseguenza evitando di tenere in vita stereotipi duri a morire ancorché totalmente infondati. Secondo uno di questi la famiglia sarebbe l’ambiente più pericoloso per le donne e le mogli sarebbero dunque le donne col maggior pericolo di subire violenza. Tale credenza è rilanciata con insistenza da alcune fonti, come per esempio l’Osservatorio del Telefono Rosa. Ebbene, si tratta di affermazioni totalmente prive di fondamento giacché esiste una consolidata letteratura scientifica che certifica come le donne conviventi corrano lo stesso rischio, se non addirittura un rischio maggiore, di subire violenze rispetto alle donne sposate, le quali però evidenziano, rispetto alle altre, tutta una serie di vantaggi per esempio nelle condizioni della gravidanza, esperienza che vivono con maggiore serenità nel matrimonio.

Il punto interessante e poco considerato è che questi riscontri emergono anche da rilevazioni effettuate in Italia e che dimostrano come la violenza domestica che taluni uomini esercitano sulle donne non abbia nulla a che vedere col fatto di essere mariti. «Sono più colpite  da violenza domestica – osserva l’Istat – le donne il cui partner è violento anche all’esterno della famiglia». E’ dunque la violenza di alcuni uomini in quanto violenti, non già in quanto mariti, il problema su cui si dovrebbe ragionare, senza ricorrere a banalizzazioni volte solamente a gettare fango sulla famiglia e, nello specifico, sul matrimonio. Anche analizzando le molestie fisiche in senso lato subite dalle donne in Italia si riscontra come il fenomeno, nella maggior parte dei casi, non riguardi la famiglia. Osservano i ricercatori dell’Istat che «prendendo in considerazione le sole molestie fisiche, ovvero le situazioni in cui la donna è stata avvicinata, toccata o baciata contro la sua volontà, è possibile osservare che la maggior parte di esse sono perpetrate da estranei (59,4 per cento)». Quello del “marito mostro” – anche se ciò non toglie che molti mariti si siano resi e si rendano purtroppo autori di violenza nei confronti delle proprie mogli – è dunque uno stereotipo giacché le violenze fisiche per lo più risultano «perpetrate da estranei».

Non regge all’evidenza empirica neppure la tesi – anch’essa rilanciata con frequenza per diffamare la famiglia – secondo cui, tra le donne che subiscono violenza, quelle sposate o che comunque conoscono il proprio partner sarebbero meno inclini, rispetto le altre, a sporgere denuncia dal momento che, sempre l’Istat, ci informa che se il 93% delle donne che afferma di aver subito violenze dal coniuge ha dichiarato di non aver denunciato i fatti all’Autorità detta la percentuale sale al 96% se l’autore della violenza non è il partner. Né va sottaciuto un altro aspetto: le violenze che si verificano fra coniugi sono per lo più legate al tramonto della vita coniugale, non già al fatto di viverla: altrimenti non si spiegherebbe come mai dal gennaio 1994 all’aprile 2003, per esempio, si siano verificati 854 omicidi maturati in seguito a divorzi, separazioni o cessazioni di convivenze e, su un campione di 46.096 casi di divorzi, separazioni e cessazioni di convivenza analizzati, 39.919 (l’86,6%) abbiano avuto implicazioni penali come calunnia, minacce, sottrazione di minore, percosse, maltrattamenti, lesioni, sequestro di persona, violenza privata, violenza sessuale.

Per non parlare dei danni che la fine del matrimonio arreca ai figli. Lo certifica in particolare un recente studio condotto sulla popolazione canadese ed effettuato confrontando dati raccolti nel 2005 con quelli rilevati dieci anni prima, nel 1995, che ha rilevato come – rispetto ad un tasso di abuso infantile medio pari al 3,4% –  il divorzio comporta, per i figli di genitori decisi a lasciarsi, una percentuale di abusi pari al 10,7%; questo significa che il divorzio, a suo tempo introdotto e salutato quale istituto moderno e filantropico triplica per questi la possibilità di rimanere vittime di violenze. Dicendo questo, lo ribadiamo, non s’intende in alcun modo negare che la famiglia possa purtroppo divenire luogo di violenza contro le donne, ma solo chiarire che il problema rimane la violenza e non il matrimonio, che in quanto tale non risulta affatto generatore di violenza. Tutt’altro. E questo vale – con buona pace del Corriere della Sera on line, che lo scorso agosto scrisse che «la famiglia uccide più dei criminali» – anche sul versante non solo intimo della coppia, ma pure sociale, come attestano per esempio studi che hanno riscontrato come il matrimonio risulti correlato ad una riduzione del crimine del 35%.

A quanti non fossero ancora persuasi dai dati sin qui ricordati e pensano che l’Italia non sia “un Paese per donne” ricordiamo che da noi, dove pure casi di violenza purtroppo non mancano, questi sono percentualmente inferiori rispetto a quelli accaduti in altri Paesi europei, solitamente dipinti come all’avanguardia rispetto alla “cattolica” e “patriarcale” Italia. A dirlo sono i numeri di donne vittime di omicidio: per gli anni 2008 e 2010 l’Italia, col suo 23,9% di vittime femminili di omicidi, si colloca in una posizione molto più favorevole rispetto a tanti Paesi quali la Svizzera (49,1%), il Belgio (41,5%), la Croazia (49%), ed in linea con gli Stati Uniti (22,5%). Sia chiaro: questo non ci autorizza ad abbassare minimamente la guardia e a giustificare i casi di violenza – neppure uno! – che si verificano nel nostro Paese. Tuttavia sapere che l’Italia non è, per le donne, quell’inferno che spesso i mass media denunciano, aiuta a comprendere la differenza fra la realtà di un fenomeno e la sua distorta rappresentazione.

Tornando a noi, ossia al legame – del tutto pretestuoso e smentito da riscontri che qui abbiamo citato solo in parte – fra violenza sulle donne e famiglia fondata sul matrimonio, ci permettiamo un ultimo pensiero, che poi è anche un invito: perché i mass media, anziché insistere con resoconti dettagliati e spesso macabri circa gli episodi che purtroppo vedono vittime delle donne, non riservano spazio anche alle storie di donne sposate e che, senza ipocrisie, si spendono assieme ai loro mariti per mandare avanti la famiglia e pagare gli studi ai figli? Perché l’eroismo silenzioso di tante mogli e madri deve passare semprein secondo piano rispetto alle orrende violenze di cui si rendono autori alcuni uomini? Forse perché pubblicizzare il Male rende economicamente di più rispetto al racconto del Bene? E ancora: la censura sistematica nei confronti delle storie di queste mogli e madri – e delle loro famiglie – non è forse, per certi versi, l’ennesima forma di violenza e di attacco alla dignità della donna e del matrimonio?

giulianoguzzo.wordpress.com

Classe '84, sociologo. Sono veneto, ma lavoro a Trento. Appassionato di bioetica, scrivo per alcuni siti e riviste e per tutti quelli che amano e odiano le mie opinioni. Soffro di grafomania ma non ho alcuna intenzione di farmi curare.

  • Federicaa

    Interessante studio del problema, su cui però mi sento di dover fare alcune considerazioni.

    1. Innanzitutto il fenomeno della violenza domestica è incredibilmente insidioso in quanto non si possiedono dati certi ed effettivi riguardo alla sua diffusione sul territorio. Sarà che “i panni sporchi si lavano in famiglia”, sarà per altre ragioni, in ogni caso è innegabile che non si possiedono statistiche reali ed affidabili ma solo percentuali probabilistiche. Ritengo quindi abbastanza rischioso fare un confronto tra violenze perpetrate da estranei e quelle perpetrate dai conoscenti, vista la mancanza di denunce in questo secondo gruppo. Ovviamente perchè è molto più facile denunciare un molestatore sconosciuto, molto più complicato invece se si tratta di una persona con cui si ha una relazione affettiva.

    2. Parlando proprio di statistiche, gli studi sul fenomeno condotti in Italia e riconosciuti a livello europeo sono ben pochi. Quelli diffusi a livello nazionale sono spesso contrastanti tra loro, perciò a livello di informazioni divulgate c’è un ampio margine di inesattezze (come un po’ per tutte le cose ormai). Basandomi sui rapporti relativi al 2012 condotti dall’EIGE (European Insitute of Gender Equality) e dal WAVE (Women Against Violence Europe), concordo sul fatto che rispetto ad altri paesi non siamo messi poi così male e mi riferisco sempre ai dati sulla violenza domestica. Ma il dubbio sorge spontaneo: è effettivamente così o deriva dal fatto che si denuncia di meno?

    3. Un’ultima considerazione, perchè mi rendo conto di aver superato la soglia massima di battute per cui si può abusare della pazienza del lettore. Ciò che io ritengo veramente offensivo nei confronti della famiglia è la mancanza di studi su questa. Nell’articolo viene citato uno studio sul divorzio relativo agli anni dal 1994 al 2003. Ma ci rendiamo conto di quanto sia vecchio? I dati sui divorzi (quelli ci sono) che aumentano di anno in anno, non sono accompagnati da studi sulle cause e sull’impatto che ha sui figli questo fenomeno. Perchè è qui che la crisi ha le sue vere e più profonde radici. Se non siamo in grado di darci delle spiegazioni sul perchè molte situazioni familiari non funzionino, portando alla violenza domestica, al divorzio o anche semplicemente alla convivenza (così se non funziona posso sempre pensare di avere la coscienza a posto), non cambieremo mai. Se puntiamo il dito contro la famiglia, che citando il boss Aristotele è l’unità fondamentale della democrazia, e tentiamo di distruggerla, è chiaro che ci crolla tutto addosso.

    • Saveriosgroi

      E’ indubbio che la violenza in famiglia parte da un malessere della famiglia.
      Il modo per superarlo non è continuare a gettare fango sulla famiglia ma rafforzarla attraverso leggi, politiche sociali, incentivi.
      Fare una legge sul femminicidio quando non si lavora sulle cause è come tappare una conduttura che fa acqua senza rendersi conto che andrebbe sostituita