Vita, morte e verità

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Può una vita spegnersi nel freddo di una cella, nel sudiciume di un vecchio penitenziario? La vita ci ha abituato a tutto, a vivere l’esperienza del dolore e della morte in qualsiasi circostanza e in qualsiasi luogo: su un povero letto di ospedale come sul familiare letto di casa, per strada, a scuola, nel deserto o tra le onde del mare. Si muore ovunque e per migliaia di motivi. La morte non è come la vita. La vita si attende, con pazienza. Ci si prepara per accoglierla, per non farle mancare nulla, per darle il giusto benvenuto. La morte non è come la vita: anche quando si aspetta, non si è mai completamente pronti.

Può una vita, tuttavia, spegnersi nelle mani dello Stato? Lo Stato che ci difende, che tutela i nostri diritti, che ci accompagna nel nostro cammino di cittadini, genitori, studenti e figli. Lo Stato che investe, o dovrebbe investire, sui nostri talenti e sul nostro futuro. Lo Stato che ha la S di speranza, ma è una S maiuscola, paterna, protettiva.

Può una vita spegnersi per colpa di chi rappresenta, in quel momento, la Nazione, i suoi valori più sacri? E come può una sorella, una madre, un padre, accettare questa amara verità, vedere il proprio fratello, figlio, amico, su una fredda lastra d’acciaio, con i segni evidenti di un pestaggio, di una barbara violenza, e poter solo ricostruire una realtà che in pochi conoscono? Chiedetelo a Ilaria, Patrizia, Guido: una sorella, una mamma, un padre non accomunati da vincoli di sangue, ma da un’ingiustizia difficile da spiegare, da metabolizzare, da vivere.

Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini non si conoscevano. Non hanno condiviso i pochi anni della loro vita, forse non si sono mai incrociati sul treno o in autostrada. Visi ed esperienze diversi, ma storie incredibilmente simili. Le storie di chi subisce un sopruso, di chi muore senza motivo, di chi non può più alzare la voce e raccontare tutto. Ilaria, Patrizia e Guido vanno fino in fondo, superano il dolore in cerca di una giustizia umana che faccia chiarezza, che restituisca decoro ai loro cari. Sì, perché Stefano, Federico e Riccardo per molta gente sono solo dei drogati, dei ragazzi senza futuro, degli uomini non ancora cresciuti, sfortunati e instabili. E come spesso accade in Italia, le vittime diventano carnefici, i loro parenti sanguisughe, antagonisti, nemici dello Stato. Eppure pagano i tributi. Eppure non hanno mai accusato nessuno, se non i presunti responsabili. Eppure sopportano il loro dolore con dignità, senza eccessi.

La verità processuale, ci insegnano, può essere ben diversa dalla realtà dei fatti. Nel diritto (così come nella menzogna), la verità è un concetto relativo: lo sanno i giuristi, ne aveva il sentore Ponzio Pilato. Uno Stato di diritto non può fondare le proprie decisioni su sensazioni o fatti non dimostrati. Amen. Cosa accade, però, quando il solco tra la realtà processuale e la vita vissuta si fa sempre più profondo e incolmabile? Si fanno strada l’ingiustizia, la manipolazione degli eventi, la soggettività più sfrenata che è negazione stessa dello jus. Quando la verità non conta più, l’insulto diventa il mezzo d’espressione privilegiato (vedi le frequenti e inaccettabili esternazioni del sindacato di polizia), si smarrisce la sensibilità, si violenta la sacra memoria di chi ha perso la vita.

Quando la verità non conta più, insomma, si uccide un’altra volta.

Fabrizio Margiotta

Chitarra, armonica e poesia mi basterebbero per vivere. Nel mio bagaglio, tuttavia, anche studi in Legge e una passione smisurata per il giornalismo e la scrittura creativa. Fàbregas, Faber, Fafo o Fafà, Jeff Beck, Animae Partus... chiamatemi come volete, ma questa è l'ultima volta che provo a descrivermi.