Vivere l’India

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Capita a tutti, sfogliando una rivista o guardando un documentario, di vedere scenari e paesaggi meravigliosi di luoghi lontani e per noi studenti universitari assolutamente impensabili come meta per un viaggio… per cui ci si ritrova sempre a dire: “Prima o poi ci devo andare!”.

Capita a volte, invece, di sentirsi chiamati in un posto, sebbene questo sia assolutamente sperduto e impraticabile, e per il quale difficilmente ci si ritroverebbe a chiedere ai genitori una cospicua somma di denaro per un viaggio estivo!
E questo è appunto quello che è successo a me l’anno scorso quando, durante una semplice chiacchierata con il responsabile del movimento cattolico di cui faccio parte che, tra le tante cose, mi raccontava di aver fondato da poco un’associazione di volontariato che organizzava missioni in India, la mia mente ha iniziato ad elaborare quelle parole ascoltate di sfuggita in un forte desiderio di partire e di andare proprio là, a Calcutta.

Nell’arco di pochi mesi io e altre due amiche, dopo faticose opere di convincimento e rassicurazioni per i rispettivi genitori e meticolose indagini per capire quali vaccini fare e come procurarsi un visto per l’India, ci trovammo con il biglietto aereo alla mano e con il tesserino delle vaccinazioni riccamente aggiornato.
All’alba del 5 agosto 2011 iniziò il lungo viaggio con prima tappa a Roma, dove ci unimmo ad altri volontari appartenenti alla stessa nostra associazione. Da lì proseguimmo per Mosca, Nuova Delhi e infine Calcutta.

La prima cosa che si percepisce uscendo dall’aeroporto di Calcutta è il caldo… tanto caldo! Un caldo umido che ti dimezza il respiro e che lascia però spazio all’odore pungente e pesante della sporcizia e della spazzatura che riveste gli angoli delle strade. Il taxi verso l’albergo ci permise una panoramica della città, ovvero di un caotico affollarsi di macchine, motorini, biciclette e risciò di tutti i tipi: i famosi tuc-tuc, simili a degli Apini gialli e verdi motorizzati, risciò a pedali, fino ai più disumani risciò a trazione umana, alla cui guida si vedevano uomini talmente magri e denutriti da portare a chiedersi da dove prendessero la forza per trasportare con le braccia quella specie di carrozzella con tanto di passeggeri a bordo.
La prima tappa fu la MotherHouse, che nella mia testa appariva come un semplice istituto delle suore di Madre Teresa in cui ci saremmo potuti iscrivere come volontari. Solo giunta lì mi resi invece conto di trovarmi non solo nella sede principale delle suore di Madre Teresa, ma proprio davanti alla sua tomba! In quel momento mi raggiunse la piena consapevolezza che non ero stata io in realtà a decidere quel viaggio, ma che Qualcuno mi avesse chiamata da lì.

Ebbe inizio la “mia missione”. Tutti i giorni, proprio davanti alla tomba, iniziavo la mia giornata con una preghiera e, dopo la messa delle 6 del mattino e la colazione con tutti gli altri volontari, raccoglievo le forze e il coraggio necessari per recarmi nel centro a me assegnato. Non avevo espresso una preferenza. Premdan è un centro che accoglie in settori separati uomini, donne e i moribondi di Kalighat.

La strada che porta a Premdan costeggiava una bidonville sterminata che dal bordo della strada si estende per diverse centinaia di metri. Qui ogni mattina si vedevano bambini nudi o semi-nudi gironzolare soli e sporchi tra rottami e copertoni abbandonati, o in braccio alle madri che nel frattempo cercavano di procurarsi acqua per bere o lavarsi da un tubo rotto o di dare loro da mangiare.

Nei centri la vita era scandita da momenti di pulizia, lavaggio a mano dei panni, sistemazione dei lettini e cura delle degenti con un ritmo naturale che tutte le volontarie seguivano adattandosi alle indicazioni delle Masi, donne indiane che lavorano nei centri quasi come delle “dirigenti” instancabili che conoscono una ad una le ospiti e che ci indicavano cosa fare con ognuna di esse.

Capitava a volte però che non fossimo proprio d’accordo con loro. Una delle ospiti del centro, Situ, era una ragazza giovane, cieca e magrissima, ma perennemente affamata! E nonostante la ricca colazione e la merenda che le sisters distribuivano durante la mattinata, lei mi chiedeva sempre : “Biscuits!” portandosi la mano alla bocca per farmi intendere. Allora, quando finivano i biscotti per la loro merenda e iniziava il momento per la pausa dei volontari nella veranda esterna, io sottraevo alcuni biscotti dalla scatola a noi riservata e, senza farmi vedere dalla Masi, li portavo a Situ. E sperando che nessuno se ne accorgesse, la facevo passeggiare ogni qual volta, passandole davanti, mi prendeva per mano e, facendo leva su di me, si alzava per camminare, nonostante la Masi mi avesse più volte rimproverata dicendomi che doveva stare seduta.

Le stesse signore mostravano tranquillamente le loro preferenze per le volontarie. Una signora che sembrava saperla più lunga delle altre, voleva spalmata la crema sulle gambe solo da me, chiedendomi esplicitamente che mi levassi i guanti e mi lavassi le mani prima, solo per lei. E mentre le spalmavo la crema, intavolava con me discussioni un po’ in inglese e un po’ in bengali, pensando che io intendessi ogni sua parola! E io per conto mio la ascoltavo e le rispondevo a gesti o in inglese, aiutandomi con le espressioni facciali. Eppure da questi tentativi improvvisati di dialogo nascevano vere e proprie discussioni! Alcune signore ci chiamavano solo al momento del bisogno, altre non volevano proprio essere aiutate. Qualcuna era in grado di intendere e di volere, qualcun’altra no. Alcune avevano ferite gravi, altre erano deformi o malate. Erano persone sole, abbandonate e respinte dalla loro società perchè la loro sciagura era conseguenza, secondo la cultura induista, della loro condizione di peccatrici nella vita passata, non degne quindi di considerazione né di aiuto. Eppure mantenevano in qualche modo un dignitoso contegno, chi cercando conforto, chi creandosi invece un proprio spazio in cui stare da sola. Con un solo sguardo erano in grado di manifestare tutta la riconoscenza che provavano per ogni singola carezza, ogni piccolo aiuto. E nonostante ogni giorno lasciassimo il centro stanche e doloranti per la mattinata di lavoro pensando al resto della giornata che ancora ci attendeva, non potevamo essere più felici e soddisfatte, e il giorno successivo entravamo sempre cariche, distribuendo sorrisi alle signore che ci salutavano al nostro arrivo dalle finestre.

All’uscita dal centro ci attendeva il traffico di Calcutta e la necessità di lottare contro la pioggia torrenziale (dato che siamo capitati nel periodo dei monsoni), di cercare un tuc-tuc libero e, dopo aver trattato con il conducente, salire in sei-otto persone rischiando la vita per raggiungere l’albergo per le spericolate abitudini di guida indiane.
Nel pomeriggio, invece, raggiungevamo un orfanotrofio nella periferia di Calcutta, e per farlo occorreva prendere la metro, un tuc-tuc e continuare a camminare per un quarto d’ora circa in una strada costeggiata da giungla e terreni paludosi.
I bambini e le bambine del centro ci attendevano con ansia, e qualsiasi nostro tentativo di studio, dato che nostro compito era quello di fare loro lezione di italiano o spagnolo, disegno o ballo, dopo pochi minuti veniva accantonato e ci ritrovavamo ovviamente a cantare e giocare con loro.
I maschietti si impegnavano nel calcio, mentre le femminucce si divertivano a farci le trecce, insegnarci parole o canzoni in hindi o in bengali, o tempestandoci di domande e raccontandoci aneddoti! E mentre con le ragazzine di 14-15 anni si instaurava progressivamente un certo dialogo e un rapporto di simpatia reciproca, con le bambine più piccole era invece un amore a prima vista. Mi capitarono infatti due bambine che un giorno decisero di voler stare con me e, una volta presa la mia mano, non mi mollarono più neanche per un istante, seguendomi come un’ombra e portandomi con loro come se fossi il loro tesoro più prezioso.

Dopo pochi giorni che questo legame fu suggellato, giunse per me il momento di lasciare Calcutta. Durante il festival organizzato nel centro per i bambini che si esibivano in piccole recite, canti e balli, in totale contrasto con il momento di festa e gioia intorno a noi, Pinky e Aysha mi tenevano più stretta che mai, e soprattutto Aysha aveva lo sguardo più triste che io avessi mai visto sul volto di un bambino.
Questo è purtroppo lo scotto da pagare per una missione dalla durata limitata. Ma è anche ciò che più rimarrà nella mia mente, al di là della bellezza e del fascino di un paese e di una cultura totalmente diversa dalla mia, al di là dei luoghi e delle città visitate. Questo è il dono più bello ricevuto da questa esperienza: lo scambio di amore e di emozioni! E non mi riferisco solo ai poveri, ai malati e ai bambini, ma anche ai compagni di avventura, perché è in queste occasioni che nascono i legami più belli e genuini, sostenendosi l’un l’altro, perché tanti sono i momenti di sconforto e di stanchezza a cui si va incontro, raccontandosi ogni giorno le piccole avventure che ciascuno di noi affrontava durante la giornata e descrivendosi le emozioni provate.
Tutto quello che di più forte mi è accaduto in India, più in profondità mi ha segnato il cuore. Cose che non avrei mai immaginato di poter vivere, cose difficili da descrivere, ma che terrò sempre dentro di me coltivandone il ricordo; cose che mi portano tutt’ora ad affrontare in maniera diversa qualsiasi situazione della mia vita quotidiana. Niente è facile in India, meno che mai a Calcutta, eppure qualsiasi necessità diventa relativa, il tempo si dilata, le emozioni si amplificano, i disagi si minimizzano, si trovano sempre le alternative a qualsiasi cosa, e qualsiasi problema non è un disastro, perché si può sempre trovare una soluzione.
Non basta andare in India per capirla, bisogna immergersi completamente nella sua cultura, bisogna viverla, bisogna permetterle di entrarti dentro, di cambiarti e di lasciarti un segno indelebile.

Ho lottato con una forte nostalgia al mio rientro in Italia, e continuo a farlo tutt’ora perché non è facile rientrare nei ritmi della quotidianità. Ma cerco tutti i giorni di creare e mantenere un equilibrio tra i miei doveri e i miei ricordi, pur continuando a coltivare tra me e me il pensiero che, prima o poi, in India ci tornerò.

Articolo scritto da Antonella Godino

Cogitoetvolo