Vivere

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L’adolescenza sembrerebbe dolore: no, è emozione

Della mia adolescenza ricordo tutto. La inseguo quotidianamente, come se fosse una cara amica che non mi vuole più vedere. Dalla mia vita se n’è andata alcuni anni fa, ma io non smetto di pensarci. Ho fatto di tutto. Ho fatto quello che sono ora. E anche quello che non sono. Una sorta di improbabili soluzioni ad un problema semplicissimo. Vivere. Quando ci penso, mi vengono in mente tanti libri. Tanti film. Alcune ragazze. E la mia musica. Raccoglietele. Versate il contenuto in un mixer e frullate. Ecco fatta un’Adolescenza. La mia.
Se dovessi sceglierne il libro, prenderei Il Grande Gatsby dalla mia libreria. Ad un certo punto, Gatsby dice al suo amico Nick: «Non sai il mio stupore quando scoprii di amarla vecchio mio». Ecco, in questa frase è riassunta buona parte della mia adolescenza. Primo: le storie che ho letto sui libri mi hanno salvato la vita. Letteralmente. Mi permettevano di essere ogni giorno altrove. Di cambiare vita quotidianamente, infischiandomene del “lui ha detto che”, “lui pensa che”. Al diavolo. Vivevo in questa realtà solo quando era necessario. E per questo devo ringraziare il Signor Fitzgerald in primis. Poi tutti gli altri, a partire da Hemingway. Secondo: “vecchio mio”. È uno degli appellativi che preferivo e preferisco. Uno dei miei cari amici lo chiamo ancora così. Ed è bellissimo, anche se non so dire perché esattamente. L’altro punto riguarda l’amore. Una questione di una certa delicatezza. Devastante, potentissima. Soprattutto durante l’adolescenza. Da un giorno all’altro il mondo crolla e si ricostruisce. Da solo. Tu guardi e basta. Ridi e piangi. Sei pazzo. Innamorato. E via da capo. Dove metti la crocetta?

Ho sempre considerato i film la rappresentazione concreta dei sentimenti dei libri. Perché in fondo ogni film è anche un libro. Noi siamo infinito è un film che ho amato molto. Ha una delicatezza sovrumana. Come i silenzi di Leopardi. Ed è un misto di paure e consapevolezze sbiadite sul parabrezza degli errori. Sbagliare. È questo il motto dell’adolescenza. Perché è l’unico modo per crescere e superare i propri limiti. Anche se molte volte fa schifo.

Nel film c’è una scena che a volte mi piace rivedere. Charlie – il protagonista – è da solo alla festa del Liceo. Quando nella sala si diffonde Come On Eileen dei Dexy’s Midnight Runners. Al minuto 2:48 della canzone il ritmo rallenta. E sembra spingere Charlie in mezzo alla pista da ballo: si muove impacciato, guarda le persone attorno e dondola la testa in avanti; le gambe sono imbalsamate, ma ad un certo punto raggiunge il centro della sala e viene travolto da due ragazzi. Un maschio ed una femmina. Diventeranno amici. Questo è il modo in cui vanno le cose quando sei adolescente. Il più delle volte sei al muro, come Charlie all’inizio della festa, ma repentinamente le cose possono cambiare e ti scateni. Brevi e piccoli minuti di follia genuina ed irripetibile. Se poi la ragazza che doveste incontrate alla vostra festa è Emma Watson in persona, allora la vostra adolescenza dovrebbe essere un’avventura incantevole. Anche se Charlie direbbe il contrario.
Tutto parte dalla scuola. Che è la culla e la balia dell’adolescente. E quando dico questo penso alla serie tv Thirteen Reasons Why. Può davvero succedere questo ad una ragazza? Sì. Come? Francamente non lo so, ma questa storia non è altro che la trasposizione di qualcosa che nelle adolescenze dei ragazzi di oggi può diventare quotidiano, nonostante sia nascosto sotto un inquietante velo di ipocrisia e noncuranza. Meno male che esiste l’arte, perché in questo senso può davvero salvare il mondo. Chissà quante ragazze si sono in parte riconosciute nelle cose che Anna Baker ha subito. Cinema e adolescenza è un binomio solidissimo, per il semplice fatto che la maggior parte degli adolescenti non vorrebbe essere nel luogo in cui è. Un po’ come desideravo io leggendo Fitzgerald.

L’altro momento chiave del film è la scena tra Charlie ed il suo professore di Letteratura inglese. Il suo primo vero amico. Perché un professore deve sempre saper essere tre cose: un buon padre, un amico onesto, e una guida sincera. «Accettiamo l’amore che pensiamo di meritare» dice a Charlie. E non c’è niente da fare: è così per tutti, che la scelta avvenga consapevolmente o meno. Perché l’amore è sempre tra le cose che abbiamo. Le altre sono desiderio. Poi le cose finiscono e ti chiedi: ma come abbiamo cominciato? L’adolescenza è un misto di domande incredibilmente interessanti; ma è soprattutto un periodo della nostra vita che ricorderemo con nostalgia. La libertà di sbagliare non è cosa da poco.Benché – talvolta – a sbagliare siano gli altri. E come Charlie, hai bisogno che qualcuno ti salvi. Ed ecco una delle poche verità che mi sento di certificare: le persone possono salvarsi a vicenda. I libri e i film possono fare altrettanto, ma si sciolgono come neve al sole, se la carezza di una ragazza conserva il suo amore sincero.
Perlopiù l’adolescenza sembrerebbe dolore. No. È emozione. Che se ci pensate non è banale: non sono più così importanti. A meno che tutti non provino le stesse – la solita storia, che nessuno dice, perché “la dicono tutti”. Ma “tutti chi?”

Noi siamo infinito l’ho visto al cinema. Lo schermo grande, la sala buia: cosa sono, se non la speranza di evadere? Quando rifletto sulla mia adolescenza, ci penso spesso. E mi chiedo: ma per quale motivo la storia della mia adolescenza dovrebbe interessare? La riposta me l’ha data Fitzgerald:

Non ti chiedo di amarmi sempre così, ma ti chiedo di ricordartelo. Da qualche parte dentro di me ci sarà sempre la persona che sono stasera (Tenera è la notte, S. Fitzgerald).

Il ricordo della nostra adolescenza è il frammento delle nostre paure.Sarà sempre la bellezza delle nostre vittorie e la sofferenza delle sconfitte cocenti; ma rimarrà, comunque sia andata. La pelle rovinata. La barba abbozzata sotto il mento. Perché certe cose rimangono più di altre.
La canzone della mia adolescenza è L’isola che non c’è di Edoardo Bennato. L’ascoltavo sempre la mattina andando a scuola. Poi quando mi chiedevano cosa stessi ascoltando, cambiavo canzone senza farmi vedere. Vergogna. La regina dell’insicurezza. Il fuoco delle paure; ma in fondo non ci pensavo troppo. Ero da un’altra parte. Avevo solo voglia di amare, scappare, pensare, dormire, mangiare o fare sesso. Che poi è vivere. Sì, credo davvero volessi solamente quello; ma è così difficile da dire.


Articolo di Davide Spinelli originariamente apparso su L’oppure

L'oppure

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