Voglio fare il dottorato

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Terminati gli esami e discussa la tesi, l’Università, frequentata per tanti anni di fila, non è più il luogo in cui trascorrere le proprie giornate e inizia la ricerca del primo lavoro da neolaureati al di fuori del contesto universitario. Non per tutti, però. C’è chi, anche dopo aver raggiunto l’agognato titolo di ‘dottore’, non vuole abbandonare la vita del suo Ateneo. Non parliamo di nostalgici bontemponi che non vogliono deporre i costumi da giovani studenti: feste, birra e tanto tempo libero. Parliamo delle migliaia di laureati che ogni anno scelgono di fare dello studio e della ricerca il proprio lavoro: in Italia sono circa 13.000 l’anno i giovani che possono aspirare a intraprendere questo percorso, dopo aver superato il concorso di accesso ai corsi di dottorato negli Atenei di tutta la penisola.
Amore per lo studio per la cultura e la ricerca, aspirazione a lavorare in Università (in genere nella stessa in cui si è conseguita la laurea), desiderio di conoscere di più e voglia di aggiungere il proprio piccolo mattoncino all’enorme edificio della cultura dell’umanità: questo il mix che spinge molti a scegliere di tentare la via del dottorato di ricerca.

Dottorato: carta d’identità
Il dottorato di ricerca è il più alto livello di formazione universitaria, come stabilito dalla Comunità europea durante il Processo di Bologna. L’accesso è consentito solo a seguito di un concorso di selezione, riservato ai laureati alla specialistica, che prevede in genere una prova scritta, una prova orale, la certificazione della conoscenza di una lingua straniera e la presentazione del progetto su cui si intende lavorare. Se l’esito del concorso è positivo, iniziano i tre anni di ricerca ai termini dei quali i dottorandi dovranno presentare e discutere la loro tesi conclusiva, frutto della ricerca svolta nel triennio.
Ma il dottorato non è solo una lunga tesi meditata per interi anni. Pane quotidiano per l’esperienza del dottorato sono la partecipazione come ascoltatori e relatori a convegni e seminari, la redazione di articoli specialistici, i confronti culturali ad ampio respiro con esperti nel proprio settore, anche di fama internazionale, così come l’affiancamento al proprio professore di riferimento – detto tutor – durante alcune fasi della sua attività in cattedra.
Un periodo di soggiorno all’estero, inoltre, è spesso ben consigliato. Questo viaggio si può tradurre in un vero e proprio dottorato in cotutela se si è disposti ad un soggiorno studio di almeno sei mesi in un’altra nazione e a preparare la discussione finale del proprio lavoro nella lingua madre e in quella del paese ospitante. Il dottorato in cotutela permetterà, inoltre, di conseguire un doppio titolo: dottore di ricerca nella propria Università italiana e in quella presso cui si è studiato all’estero.

Se potessi avere mille euro al mese
La vivacità culturale stimolata dalla frequentazione di un corso di dottorato, tuttavia, si scontra presto con alcuni degli annosi problemi dell’Università italiana. Gli stessi problemi che fanno sovente levare il coro che chiede unanime una riforma del sistema universitario e, soprattutto, più fondi per la ricerca, l’unica soluzione per rallentare l’ormai inarrestabile “fuga di cervelli”.
Le difficoltà sono tante e si palesano sia nell’immediato che in una prospettiva futura.

Primo scoglio: la remunerazione per il lavoro costante e faticoso di un dottorando in Italia è corrisposto in misura nettamente inferiore rispetto agli altri paesi europei. Gli stipendi di chi sceglie la via della ricerca sono tutt’altro che dignitosi. Un ricercatore italiano, nei primi quattro anni di carriera, guadagna 12.336 euro lordi annuali. Uno sloveno 15.852, un cipriota 20.378, un inglese 24.607, se si studia in Austria si arriva a 35.836 euro l’anno, in Svizzera a 40.000, in Danimarca a 42.527, fortunati i norvegesi, cui vengono corrisposti ben 51.398 euro l’anno. Dietro l’Italia: Portogallo, Romania, Bulgaria, Slovacchia. Praticamente pari la Grecia. Dati che la dicono lunga sul processo di disinvestimento dell’intero sistema Italia su ricerca e innovazione.
L’Adi (Associazione Dottorandi Italiani) ha tentato di smuovere l’interesse del governo sui temi legati al dottorato, ottenendo l’aumento delle borse di studio da 800 a 1000 euro al mese, grazie alla campagna “Se potessi avere 1000 euro al mese”. Sebbene 1000 euro al mese non sembra essere uno stipendio onesto per un laureato, circa la metà dei dottorandi non si vede corrispondere neppure questa somma. I posti di dottorato, infatti, sono per metà con borsa di studio, quindi retribuiti, e per metà senza borsa, dunque senza alcun finanziamento per i tre anni di lavoro svolto, anzi con l’aggiunta di esose tasse da dover versare all’Università, nella speranza di fare il giusto investimento per il futuro.
La Regione Puglia, negli ultimi anni ha promosso un’iniziativa pionieristica per tentare di dare un po’ di respiro alla difficile situazione della ricerca universitaria. Nichi Vendola, presidente della Giunta pugliese, ha deciso di destinare parte dei Fondi europei per sovvenzionare i dottorandi senza borsa. Purtroppo, però, alcuni ritardi da parte del Governo nazionale hanno bloccato per lungo tempo questo importante ed esemplare metodo di finanziamento, lasciando a lungo ai giovani studiosi solo la speranza che le amministrazioni proseguano il loro cammino in una direzione favorevole per i dottorandi, l’Università, il mondo del lavoro e la crescita di tutta la Regione.

Il finanziamento della ricerca è una questione così delicata da costringere il 33% dei dottorandi ad affiancare un altro lavoro a quello già oneroso del dottorato, perché non tutti hanno l’intenzione o la possibilità di essere mantenuti dalla famiglia per altri 3 anni dopo la laurea.
Così, accanto all’amore per il sapere si evidenziano tutte le difficoltà della scelta compiuta: mancanza di fondi adeguati, impossibilità di concentrarsi sulla propria ricerca, poche opportunità di svolgere una ricerca qualificata, anche per mancanza di strutture e strumenti adeguati.

È la cultura che rimette in moto l’economia
La “questione dottorato” va ben al di là del problema della retribuzione. Come afferma l’onorevole Marianna Madìa, deputato del Pd nella commissione lavoro, «il problema dottorato va nel nostro paese ben oltre l’importo monetario delle borse. Il dottorato non è neanche solo e soltanto un problema del sistema formativo universitario, ma l’anello di una catena più lunga, dove si saldano politiche del lavoro, precariato, formazione, ricerca, innovazione e crescita nel nostro sistema produttivo».
Occuparsi della formazione è occuparsi della crescita dell’intero Paese, certamente non solo da un punto di vista culturale, ma anche da un lato economico e dell’innovazione. Infatti, continua l’on. Madìa, «la conoscenza è la chiave del Pil del futuro. La penuria culturale, l’involgarimento dello spirito pubblico, è all’origine di questa scarsa crescita economica».
Studio, lavoro e crescita economica sono un’unica catena che in Italia appare spezzata in più punti. La spesa dello Stato per formare una persona dalla scuola primaria al dottorato si ritiene ammonti a 500.000 euro. Un investimento non da poco, ma che poi va perduto, poiché chi ha compiuto un percorso di studi ad alta formazione non è poi valorizzato all’interno del mercato del lavoro.

Terminato il triennio di dottorato, addirittura l’82,2% dei dottori di ricerca vorrebbe continuare a lavorare nel campo universitario e desidererebbe, senza dubbio, farlo in Italia. La possibilità reale di carriera accademica, però, è minima. Solo il 20% dei dottori di ricerca potrebbero aspirare realmente a continuare a lavorare in Università, gli altri dovranno rimboccarsi le maniche e cercare nuove strade da percorrere in ambito lavorativo. Nel mondo del lavoro, però, il dottore di ricerca è una figura sconosciuta e poco tenuta in considerazione, al punto che non esiste neppure un termine specifico nella nostra lingua per identificarne la professionalità (usualmente si ricorre all’inglese philosophical doctor).
Ecco allora risuonare la nuova campagna dell’Adi: “Dai forza al dottorato!”. Una raccolta di firme per chiedere di attuare le leggi già esistenti che permetterebbero di valutare anche questo titolo nei concorsi pubblici, promuovere l’inserimento di dottori di ricerca nell’insegnamento e predisporre incentivi per la loro assunzione nel mondo dell’impresa.

Emigrazione intellettuale
Se non si ha l’ardire per affrontare la difficile situazione della ricerca in Italia, le alternative sono due: desistere, abbandonando l’intento di fare della ricerca il proprio lavoro, oppure emigrare all’estero e, con la propria valigia di libri, incrementare la cosiddetta “fuga di cervelli”. I cervelli fuggono, ma dove resta il cuore di questi emigranti della cultura? Lo si può capire dalle parole di Rita Clementi, la ricercatrice italiana che ha scoperto l’origine genetica di alcuni linfomi maligni, 47 anni e 3 figli, costretta ad andare oltreoceano per lavorare. Prima di partire scrive al Presidente della Repubblica una lettera che ha fatto il giro dei giornali. «Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata» afferma con rabbia la Clementi. «È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostu me non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica con seguenza quella di potenziare le lobby che usano le Universi tà e gli enti di ricerca come feudo privato e che, così facendo, distruggono la ricerca». Firmata la lettera, Rita Clementi è partita per Boston coi suoi tre figli e il desiderio di continuare altrove un lavoro che in Italia non è considerato nella sua reale dignità.

Articolo tratto da Dimensioni Nuove

 

 

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