We Are Not Alone: musicisti dallo spazio

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Si definiscono ironicamente una band “eco-vegan-democratic-post-spacecore”. Il 26 maggio è uscito il loro primo EP: “The Space Between Us” e ce lo raccontano in questa intervista.

Il progetto We Are Not Alone nasce nelle sperdute lande della provincia veronese nel gennaio 2017, dalle ceneri del precedente gruppo: gli Stardust. Dallo scioglimento di questi ultimi rimangono Andrea Zecchin alla voce, Alberto Frisinghelli alla chitarra e Andrea Piccino alla batteria. A questi si aggiungeranno – in ordine – Alberto Negretto al basso e Nicola Venturi alla chitarra solista. Insieme capiscono che era giunto il momento di spingere la cloche – in aeronautica è la barra di comando, una leva che permette di governare un aeromobile – verso lo spazio più profondo, laddove la polvere stellare impregna realmente le tute e lo scafo. E completare quindi la propria missione: far risuonare la loro musica in qualsiasi luogo dell’universo a noi conosciuto e non.

Il 26 maggio è uscito il loro primo EP: “The Space Between Us” e ce lo raccontano in questa intervista.

I componenti di un gruppo, prima di essere “i componenti di un gruppo” sono anche persone. Quindi fate finta di essere all’ufficio anagrafe perché vi è scaduta la carta d’identità e presentatevi.

Alberto Negretto, Nij, basso – classe 1991: sono una persona abbastanza socievole, con una particolare passione per l’alcol etilico. La mia parola preferita è crosta di pizza.

Nicola Venturi, Fettu, chitarra solista – classe 1995: omino tuttofare del gruppo, nel tempo non libero faccio il tecnico della Telecom. Segno zodiacale: trebbiatrice.

Alberto Frisinghelli, Friz, seconda chitarra – classe 1997: sono quello povero del gruppo, detto anche “bambino indaco” (ndr. Bambini speciali, con un carattere particolare). Faccio il pizzaiolo e studio lingue straniere.

Andrea Piccino, Picc, batteria – classe 1992: nella vita faccio tante cose. Sono dottore in Scienze Forestali, ora studio Enologia, faccio anche io il pizzaiolo e ho due gatti.

Andrea Zecchin, Zeck, voce – classe 1990: in questo gruppo dovrei cantare, ma solitamente ululo alla luna. Scherzi a parte, sono 24 ore che non dormo e un giorno proverò l’esistenza della vita extra-terrestre.

We Are Not Alone”, noi non siamo soli. Perché avete scelto questo nome? Chi vi fa compagnia?

La scelta del nome We Are Not Alone è stata fatta perché volevamo qualcosa che contenesse un’aura di mistero. E che – soprattutto – rispecchiasse la nostra musica, quasi totalmente ispirata a mondi paralleli e ad universi fantascientifici. We Are Not Alone è sia un invito a guardare oltre, verso ciò che ancora non conosciamo e quindi verso chi è lontano. Sia un invito a coinvolgere chi ci è vicino a seguire le nostre note e ad avventurarsi con noi in questa strana dimensione musicale che abbiamo creato. A non lasciarci soli, insomma.

Ad un primo ascolto mi avete ricordato i Pink Floyd, con questi inserti strumentali talmente ben studiati da riuscire a trasportarti in una manciata di secondi in un mondo a parte. In una sorta di Comfortably Numb. Come descrivereste la vostra musica e come si riesce a realizzare tutto ciò?

Se dovessimo utilizzare una sola parola per descrivere tutta la nostra produzione artistica sceglieremmo sicuramente atmosfera. Quando suoniamo ci piace molto giocare con gli effetti, utilizziamo molto i riverberi e i delay.

Il riverbero è un fenomeno acustico legato alla riflessione dell’onda sonora da parte di un ostacolo posto davanti alla fonte sonora stessa. In parole povere, sono gli echi di montagna traslati in una stanza. Ogni stanza, infatti, ha il suo particolare suono ed il bello di questi stratagemmi musicali è che ti permettono di realizzarlo anche senza che tu ti debba trovare lì in prima persona. Questi riverberi – portati all’ esasperazione – riescono a creare suoni molto cavernosi, che ti fanno immaginare di essere in un ambiente davvero spazioso. Ogni tanto usiamo anche qualche distorsione – applicata specialmente alle chitarre elettriche – per dare un po’ più di movimento alle nostre canzoni.

Siccome al giorno d’oggi il mondo musicale sta diventando sempre di più un grandissimo supermercato e va di moda etichettare con un nome anche il più semplice dei suoni noi abbiamo deciso di andare contro corrente e definirci ironicamente una band eco-vegan-democratic-post-spacecoreCi terremmo inoltre a sottolineare che le parti più importanti del genere sono eco e vegan. Scherzi a parte – viste le molteplici influenze musicali dei componenti – abbiamo deciso di coniare un nuovo termine definendoci una “post-spacecore” band. Il termine cerca di racchiudere in sé elementi post-rock, space-rock e alcune sonorità tipiche dei generi “core” e ci sembrava totalmente in linea con il nostro modo di fare musica.

Addentriamoci a scoprire meglio l’universo contenuto nel vostro primo EP: “The Space Between Us”. L’ultima traccia – ed il primo singolo – si chiama TRAPPIST-1 ed è lo stesso nome della stella nana rossa ultrafredda, localizzata ad appena 40 anni luce dal sole e visibile nella costellazione dell’Acquario. Osservata per la prima volta nel 1999. Come mai le avete dedicato il titolo della canzone?

Per una pura e semplice coincidenza. Proprio quando stavamo componendo la canzone è stato scoperto che due dei sette esopianeti che ruotano attorno alla stella potrebbero avere condizioni geologiche compatibili con la vita. Uno di essi potrebbe addirittura essere ricoperto da un oceano d’acqua. Ci è sembrata una notizia grandiosa e totalmente in linea con la nostra idea di fare una musica che raggiungesse altri mondi. Così gli abbiamo dedicato il titolo. E, chissà, magari un giorno avremo anche il piacere di poterla suonare su uno di loro.

Un’altra traccia che ha attirato la mia attenzione è “When they will come”. Non nego che il titolo mi crei un po’ d’ansia. Chi sono questi ‘They’ e quando arriveranno?

Questa canzone, in realtà, è dedicata ad Erich von Däniken, scrittore svizzero noto per aver scritto molti libri di fantascienza e per essere stato uno dei primi autori della teoria del paleocontatto. Ed è in particolare stata ispirata dal suo libro Gli extraterrestri torneranno. La teoria del paleocontatto è l’insieme delle teorie che ipotizza il fatto che la specie umana avrebbe avuto contatti con extraterrestri sin dalle ere più antiche. Non sappiamo quando arriveranno, ma speriamo presto. Noi, in ogni caso, li aspettiamo a braccia aperte.

Ogni artista che si rispetti ha la propria Epifania, ovvero l’improvvisa rivelazione spirituale determinata da un gesto, un oggetto o una situazione banale. Quindi, qual è stato il preciso istante della vostra vita in cui avete scelto la musica – o la musica vi ha scelto? Quello in cui avete capito che sarebbe stata per sempre una parte fondamentale della vostra vita?

Picc – Mi sono avvicinato al mio strumento, la batteria, alla tenera età di sei/sette anni. Spesso il pomeriggio andavo da mia cugina – parrucchiera – a farmi tagliare i capelli e qui ho trovato la mia prima batteria. Era del suo fidanzato, che suonava in un gruppo-tributo a Vasco Rossi. Un altro momento è stato quando ho conosciuto i System of a down, uno dei miei gruppi preferiti di sempre. Volevo essere capace di suonare la batteria con la stessa potenza con cui erano capaci di suonarla loro.

Friz – Io mi sono appassionato alla chitarra in un modo un po’ bizzarro. Inizialmente volevo suonare il pianoforte. Solo che un giorno – avevo nove anni – ho sentito una canzone: Smoke on the water dei Deep Purple. E quel giorno mi sono detto: “Io voglio riuscire a suonare questa canzone.” Con la chitarra, ovviamente. Poi ci sono riuscito, dal momento che non è particolarmente difficile. E mi son detto: e adesso? Poi sono arrivati i Green Day, attualmente tra i miei gruppi preferiti, che mi hanno dato lo slancio per continuare.

Zeck – Da bambino ero molto timido, non parlavo mai con nessuno, nemmeno nella mia classe. Ero parecchio isolato dal mondo. Finché un giorno – mentre ero a casa da solo – rovistando tra i cd di mio padre ne ho trovato uno dalla copertina rossa, intitolato: “Number 1”. Da lì ho deciso che volevo suonare la chitarra e questo mi ha spinto ad aprirmi al mondo. La musica, quindi, è stata per me una vera e propria medicina.

Nij – Come tutti i bassisti che si rispettino sono diventato un bassista per caso. Ovvero quando ho deciso di fondare un gruppo e nessuno voleva suonare il basso, quindi ho deciso di sacrificarmi ed è toccato a me. Poi è successo che mi sono innamorato del mio strumento, ma quella è un’altra storia.

Fettu – Il mio amore per la chitarra è nato principalmente grazie a Guitar Hero. Gioco per la Playstation di cui ero profondamente innamorato. Un giorno, poi,  ho iniziato ad ascoltare i Linkin Park, che hanno dato il “via” ufficiale a quella che – tuttora- è la mia più grande passione.

Una parola, nessuna spiegazione. Cos’è la musica per voi?

Zeck – Alchimia

Friz – Sfogo

Picc – Evasione

Nij – Tutto

Fettu – Espressione

Infine, cos’è questo “spazio tra di noi” che dà il titolo al vostro EP?

The space between us è al tempo stesso lo spazio tra noi e chi è lontano da noi e tra noi e chi è vicino a noi, il nostro pubblico. Una duplice dedica, quindi: a chi non c’è ancora, ma arriverà e a chi c’è già e – speriamo – resterà.

 

Keep looking at the stars, ‘cause we are not alone out there

 

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Elisabetta Ciavarella

Elisabetta, per gli amici assolutamente non Betta. Divoro libri a colazione, manuali di Anatomia a pranzo, a cena invece preferisco il cibo vero. Quando non scrivo, penso, quando non penso, scrivo. Credo fermamente nell'esistenza degli universi paralleli, nell'auto-ironia, nei numeri primi, nell'utilizzo corretto della punteggiatura, nel potere della Forza, nel numero 42, nell'equazione di Dirac, negli ossimori e nella serendipità. Mi piace definirmi senza troppe definizioni.