#whatwereyouwearing: le donne sulla violenza

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La violenza contro le donne tra iniziative nazionali e pregiudizi duri a morire

Dopo l’onda anomala del caso Weinstein, a causa del filone di molestie sessuali che stanno creando scompiglio da Hollywood a Washington, migliaia di donne hanno scosso la rete inaugurando una campagna social attraverso l’hashtag #MeToo. Certo, la violenza di genere rappresenta un fenomeno complesso di grande interesse per il dibattito pubblico. A tenore dei dati Istat, delle 149 donne vittime di omicidi volontari nel 2016 in Italia, 59 sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner, 33 da un parente. Insomma quasi 3 omicidi su 4 sono stati commessi in ambito familiare.

Tuttavia non basta fare il conto dei decessi, lanciare allarmi a ripetizione, dibattere sulla crescita o sulla diminuzione del fenomeno, la cui dimensione esatta non può essere conosciuta a causa dei bassi tassi di denuncia. I femminicidi, infatti, non costituiscono che la forma più estrema della violenza di genere. Basti pensare ai ricatti sessuali in ambito lavorativo, agli stupri, ai tentati stupri, alle molestie fisiche e telefoniche. È necessario, piuttosto, contrastare gli stereotipi lenti a morire, inaugurare delle campagne di prevenzione ed educare al rispetto.

Per quale assurda ragione si sente dire che una donna in minigonna “se l’è cercata”? In fondo, a nessuna vittima di un reato si domanda cosa indossasse al momento dell’offesa. Eppure questo pregiudizio sembra addentrarsi ancora nelle viscere di molti uomini. Basti ricordare la vicenda che ha destato un’ondata di polemiche qualche settimana addietro in Egitto. L’avvocato Nabih al-Wahsh, in diretta tv, aveva inveito contro quella parte del genere femminile “portatrice di disonore”:

«Si può essere felice quando si vede una ragazza che cammina per la strada con i pantaloni strappati e la coscia scoperta? Io dico che quando una ragazza cammina in quel modo è un dovere patriottico molestarla sessualmente e un dovere nazionale stuprarla».

Dal desiderio di contrastare questi aberranti pregiudizi nasce “What were you wearing?”, una mostra-denuncia allestita dagli studenti dell’Università del Kansas, nel Midwest degli Stati Uniti. Si tratta di un’esposizione di diciotto outfit che raccontano storie di violenza realmente accadute. «Un prendisole. Mesi dopo mia madre, in piedi davanti all’armadio, si sarebbe lamentata del fatto che non lo avevo più messo. Avevo sei anni.» rivela una donna dall’infanzia violata. I capi d’abbigliamento esposti – pantaloni, maglioni, T-shirt di uso comune – dimostrano che chiunque può essere vittima di violenza indipendentemente dai capi indossati.

In un mondo ormai impazzito, a costituire un passo importante per la promozione della cultura del rispetto è l’istituzione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne. La data del 25 novembre non è stata scelta casualmente dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Essa infatti rappresenta la ricorrenza di un brutale assassinio avvenuto nel 1960, nella Repubblica Domenicana.

Le tre sorelle Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono massacrate da parte dell’allora regime dittatoriale di Trujillo. In occasione della ricorrenza, sono molteplici le iniziative di sensibilizzazione sul versante nazionale, organizzate da centri antiviolenza e da diverse associazioni che operano sul territorio per offrire supporto alle vittime. Dalla “Casa delle Arti Alda Merini” a Milano in cui verrà installato un nuovo Wall of Dolls, sino al lungolago di Sale Marasino, in cui si snoderà per 2,5 km una serpentina costituita da centosedici scarpe rosse.

Tra spettacoli teatrali, campagne del fiocco bianco e vari dibattiti, si annida la preoccupazione che il 25 novembre diventi un altro 8 marzo. Infatti il significato di quest’ultima ricorrenza viene spesso banalizzato, perdendosi davanti ai pollini gialli di una mimosa, attraverso spogliarellisti, strip tease e vuoti slogan. La violenza sulle donne è un fenomeno sociale ingiustificabile e riguarda ogni paese del mondo. Partendo dall’America, attraversa l’Europa sino ad arrivare in Afghanistan.

Occorre educare al rispetto, rompere il silenzio e dar voce ad ogni forma di maltrattamento, perché come rivela Hosseini, nelle prime pagine del suo bestseller “Mille Splendidi Soli”: «Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa. Sempre.»

Michela Guidotto

Eternamente in conflitto con l’altra me, vivo sospesa fra la bussola della ragione e le leggi del cuore. L’ardore che provo per Themis mi ha spinta a coltivare gli studi giuridici. Ma, innamorata dell’archeologia e del mondo teatrale, scrivo nottetempo per dar voce alle diverse sfumature della mia identità, in modo da cambiare volto e rimanere me stessa. Tesa a trascendere le barriere del quotidiano, amo viaggiare alla ricerca di nuovi orizzonti, in modo da fotografare impressioni, odori, sapori e interi frammenti di esistenze, attraverso un percorso conoscitivo che si presenta inesauribile.

  • Rosamaria Cordaro

    Bravissima Michela…sfortuna vuole che molti siano ancora convinti che indossare una minigonna o una scollatura un po’ più provocante dia il diritto di agire come delle bestie nei confronti di noi donne… e pensare che è stato proprio un avvocato a confermarlo con le sue parole quando invece dovrebbe essere un rappresentante della legge… la stessa legge che nn alza un dito per difendere una donna che trova il coraggio di denunciare una violenza subita perchè non può fare niente se prima essa non muore… è vero che molti non sanno neanche il vero significato dell’8 marzo e che questa festa si sta sempre più trasformando in un business…speriamo solo che il 25 novembre non faccia la stessa fine e che siano create delle leggi veramente a tutela delle donne…ancora complimenti